Giovani sfollati al campo di Ankawa. Foto Emanuele Confortin.
Giovani sfollati al campo di Ankawa. Foto Emanuele Confortin.

Era il 10 luglio quando il Primo ministro iracheno Haider al-Abadi celebrava la riconquista di Mosul, e la sconfitta dei miliziani dello stato islamico nella seconda città irachena. «Io annuncio da qui la fine e il fallimento dello stato terroristico della menzogna e terrore che Daesh aveva annunciato da Mosul», dichiarava Abadi, attorniato dai comandanti delle forze di sicurezza. Oggi, esattamente un mese dopo l’annuncio del Primo ministro, la parte ovest di Mosul resta sospesa in un limbo.


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Secondo Iraqi News, sotto le macerie della città vecchia si stima restino intrappolati circa tremila corpi. Le operazioni di ricerca procedono, anche se i volontari al lavoro sono digiuni da qualsiasi nozione in merito alle tecniche di scavo, pertanto molte vittime sono portate alla luce dalle ruspe durante la massiccia movimentazione di calcinacci e rottami. Ormai è esclusa ogni possibilità di recuperare superstiti – e viste le tecniche di recupero dei corpi, sarà difficile anche per i riconoscimenti delle vittime –, almeno tra i civili.

Coprifuoco a Mosul

Nelle stesse ore in cui in città si lavora per ripristinare un minimo di ordine, la polizia federale ha imposto il coprifuoco. Impossibile entrare o uscire a causa dell’avvistamento di diversi jihadisti “apparsi” nei giorni scorsi tra le macerie. Città chiusa dunque e rinforzi giunti per accerchiare e catturare i miliziani, i quali potrebbero essere rimasti nascosti nella fitta trama di tunnel realizzati nel sottosuolo durante i tre anni della parabola di al-Baghdadi. Ricerche in corso anche sulla riva sinistra (est) del fiume Tigri, dove martedì è stato arrestato Ahmed Sabhan Abdel Wahid al-Dulaimi, ritenuto un personaggio di spicco nella gerarchia dell’ISIS a Mosul.

Malgrado la situazione in città resti critica, circa 250mila sfollati hanno già fatto ritorno alle proprie case. I piani di rientro procedono a rilento rispetto alle previsioni del ministero delle Migrazioni iracheno, che punta a far ritornare 1,5milioni di persone entro duecento giorni. In realtà, almeno venti famiglie a Mosul sono state costrette a partire nuovamente a causa dell’alta presenza di ordini inesplosi presenti al suolo, tra le macerie, dove la bonifica da parte degli artificieri allunga la lista delle priorità.   

Entro il primo settembre

Parte dei rientri riguarderà nel breve i profughi cristiani presenti nei campi e nelle strutture di Erbil. «In questi tre anni in città sono stati accolti circa 60mila profughi cristiani da Qaraqosh, che è la principale città cristiana del governatorato di Ninawa. Ora la chiesa di Erbil sta cercando di velocizzare il ritorno di queste persone ai luoghi di origine. Probabilmente 5mila famiglie, circa 25mila persone, rientreranno nelle loro case, mentre molti dei restanti sono fuggiti da tempo all’estero, altri ci proveranno ora» spiega Terri Dutto, responsabile del progetto Focsiv nella capitale del Kurdistan Iracheno. La data prevista per questo rientro è il primo settembre prossimo, quando «finiranno i fondi stanziati per il sostentamento delle famiglie a Erbil, pertanto chi non ha alternative dovrà necessariamente rientrare».

Mentre una parte degli sfollati cristiani sembra accettare l’idea del contro-esodo, molti hanno intenzione di rimanere. Sono soprattutto i più giovani, ragazze in primis, che nel triennio di Erbil hanno scoperto una realtà stimolante, hanno conseguito titoli di studio, trovato impieghi, ma più in generale sembra si siano affrancate dalle prospettive delle città di origine. Eloquente in tal senso la testimonianza di Merna Raad Azzo, 25enne di Qaraqosh laureata in lingue straniere, rimasta a Erbil con la il padre, la madre e i fratelli. «Prima della fuga dall’ISIS ero destinata al ruolo di moglie, ad avere figli e a badare alle cose di casa» spiega in una pausa di lavoro, come segretaria. «Io ho tanti sogni, a Qarakosh non potrei realizzarne neanche uno. Quello principale è lavorare, lavorare duro e far valere le mie capacità».

Il momento di Tal Afar   

L’offensiva allo stato islamico in Iraq si sposta ora a Tal Afar, città posta a sessanta chilometri a est di Mosul, in direzione di Sinjar e del confine siriano, dove è da poco stata istituita una base statunitense. In questi giorni è in corso lo spostamento di uomini e mezzi blindati da dove, entro la seconda metà di agosto, daranno il via a una nuova offensiva, affidata alla polizia federale, all’esercito iracheno e agli uomini dell’anti-terrorismo (CTS, Counter Terrorism Service) addestrati dagli americani. Dopo aver messo in atto un lungo assedio alla città, tagliando tutti i canali di rifornimento a Tal Afar, le milizie sciite del Hashd al-Shaabi sono state escluse dall’offensiva finale, e relegate alla messa in sicurezza della periferia, per bloccare eventuali vie di fuga ai circa mille jihadisti asserragliati in città.

La battaglia di Tal Afar sembra destinata a risolversi in uno stretto lasso di tempo per la presunta assenza di civili, ritenuti un limite nel caso l’ISIS replicasse la strategia di Mosul usandoli come scudi umani. Dal computo dei civili sono ovviamente escluse mogli e figli dei miliziani, le prime spesso costrette a sposarsi durante il triennio del califfato. «Non ci sono civili rimasti a Tal Afar» ha dichiarato il generale iracheno Khalaf, «le uniche persone rimaste sono le famiglie dei combattenti dell’ISIS». Diversa la stima dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM), secondo la quale in città sarebbero ancora presenti tra i 10mila e i 40mila abitanti, costretti a restare dallo stesso sistema di sorveglianza testimoniato dagli sfollati di Mosul: cecchini, reclusione in casa, pene corporali o esecuzione per chi tenta la fuga.     

In luce di quanto visto negli ultimi mesi a Mosul ovest, rasa al suolo malgrado l’offensiva fosse stata moderata per la presenza di migliaia di persone in città, è difficile immaginare quanto potrà accadere a Tal Afar, dove la questione degli scudi umani è stata depennata dalla lista. 

@EmaConfortin

bartella citta abitata da unantica comunita cristiana. molti edifici sono pesantemente danneggiati dagli scontri. foto emanuele confortinbartella citta abitata da unantica comunita cristiana. molti edifici sono pesantemente danneggiati dagli scontri. foto emanuele confortin

sfollati cristiani in sopralluogo a bartella prima del rientro obbligato. foto emanuele confortinsfollati cristiani in sopralluogo a bartella prima del rientro obbligato. foto emanuele confortin

il centro di accoglienza di nishtiman a erbil ricavato ai piani superiori di un centro commerciale. foto emanuele confortinil centro di accoglienza di nishtiman a erbil ricavato ai piani superiori di un centro commerciale. foto emanuele confortin

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