È la storia di Haykal, ostinato cristiano maronita libanese legato alla propria terra, a ridosso del confine siriano. Ci sono poi Saliha e Meryem, motore e anima di una comunità di pastori nomadi turchi impegnati nell’annuale transumanza verso le terre alte dell’Anatolia. Infine Rojen e Sozdar, guerrigliere di un’unità femminile del PKK nel Kurdistan iracheno. Li abbiamo conosciuti attraverso lo schermo, a Trento. Sono i protagonisti di tre diversi documentari presentati alla 65esima edizione del Trento Film Festival da noi scelti all’interno di 153 titoli.

Una Immagine dal documentario "Daughters of Anatolia". Photo credits http://store.grasshopperfilm.com/daughters-of-anatolia.html
Una Immagine dal documentario "Daughters of Anatolia". Photo credits http://store.grasshopperfilm.com/daughters-of-anatolia.html

Va chiarito sin d’ora che la presente non vuole essere una recensione, ma una riflessione sull’importanza di proporre a una rassegna storicamente rivolta al mondo della montagna, pellicole in grado di spiegare i conflitti del nostro tempo. “Conflitti” in tal caso non si limita alle sole guerre, quelle combattute con le armi, ma riguarda anche la capacità di sacrificio e resilienza cui solo le donne o un anziano innamorato della propria terra sanno giungere. Vicende diverse che offrono la possibilità di conoscere le dinamiche del Medio Oriente, luogo di partenza e di passaggio di migrazioni vecchie come la storia.


LEGGI ANCHE : Così noi dell'Onu lavoriamo per proteggere i rifugiati in Libia


È il caso di Saliha e Meryem Gök, madri e mogli, devote in misura religiosa alle tradizioni pastorali ereditate con «un matrimonio non voluto». Sono loro le “Daughters of Anatolia” (Figlie dell’Anatolia) che la regista turca Halé Sofia Schatz racconta in un documentario realizzato tra il 2011 e il 2013, seguendo l’annuale transumanza di una famiglia della comunità nomade Sarıkeçili Yörük, svolta con modalità immutate dal XII secolo. Mille chilometri dalla costa mediterranea agli yayla, i pascoli estivi situati tra i monti Tauri, nel cuore dell’Anatolia. Un gregge di 350 capre, quattro cammelli e svariati cani da guardia da accudire e scortare attraverso la Turchia che cambia, quasi repulsiva verso le vecchie tende di lana usata dai nomadi. Yogurt, formaggio, lana e bestiame sono l’inizio e la fine del patrimonio posseduto dai Sarıkeçili Yörük, qui ripresi durante l’annuale transumanza, necessaria per strappare il gregge alle penurie dell’estate litoranea e condurlo sano e salvo dove il clima è più congeniale. Questo malgrado le difficoltà ambientali crescenti. La scarsità d’acqua dovuta anche a nuove norme in materia di sfruttamento dei corsi naturali, così come i pochi pascoli rimasti: «ci sono molti terreni coltivati, dobbiamo passare in un giorno dove una volta si rimaneva una settimana». Poi l’istruzione dei figli, considerata condizione necessaria per il futuro delle nuove generazioni, sempre meno disposte ad un’esistenza regolata dai tempi delle greggi, costasse anche farla finita con gli spostamenti stagionali. Parallelismo neanche tanto velato con le migrazioni di esseri umani in marcia nel senso opposto, verso le coste egee, in quel di Bodrum o Izmir, dove per anni si è concentrata – e in parte si concentra ancora – la massa di migranti diretti in Grecia, quindi in Europa lungo la cosiddetta Rotta balcanica. Un esodo in piena regola, alimentato dalle stesse cause di sempre, guerra in primis, a partire dal nodo siriano, per arrivare alla metastasi irachena.

Ed è proprio qui, in Iraq, che la giovane regista canadese di origini curde Zaynê Akyol, testimonia le scelte di un gruppo di giovani donne arruolate nelle fila del PKK. Dopo il successo del film Bakur (edizione 2016), a Trento tornano i guerriglieri delle montagne curde. “Gulistan, Land of Roses” (Gulistan, terra delle rose) è ambientato all’inizio del 2014, l’epoca in cui l’Isis sta rafforzando le proprie posizioni verso Mosul e nell’area di Sinjar, nell’Iraq settentrionale, in prossimità dei delicati confini con Siria e Turchia. La vicenda, poco incline a perdersi nel fragore della battaglia, centra il fuoco sulle testimonianze in prima persona di queste ragazze, decise a sacrificare la giovinezza e una vita ‘normale’ in nome degli ideali di libertà e uguaglianza, tramandati nei campi di addestramento. «Anche in questo caso la montagna funge da ambientazione e non è il fine ultimo della storia» spiega Sergio Fant, responsabile del programma cinematografico del festival. Ecco che la complessità della situazione irachena e dei suoi molteplici attori in campo scivola in secondo piano nel lavoro di Zaynê Akyol, sostituita da una trama accessibile ad un pubblico ampio perché bilanciata sul piano umano, proponendo una figura femminile insolitamente alla pari in un Medio Oriente lontano un colpo di fucile dalla linea dei jihadisti. «È importante aprire le porte anche agli spettatori attirati da tematiche diverse dall’alpinismo, e in circolazione per fortuna ci sono molti autori che hanno il coraggio di raccontare storie non convenzionali, di attualità. Del resto la montagna è da sempre anche luogo di conflitto, di tensione».

Considerazione valida anche per il terzo lavoro da noi scelto “Those Who Remain” (Quelli che restano) della regista libanese Eliane Raheb. In questo caso siamo nella regione di Al-Shambouk, in Libano, in una fascia di montagne dove sopravvivono le ultime foreste di cedro, a due passi dal confine siriano divenuto sempre più instabile con l’inasprirsi della guerra civile. Al pari dei cedri sopravvissuti al disboscamento, il vecchio Haykal, cristiano maronita, sceglie di rimanere nella propria dimora tra le montagne, di costruire un ristorante e una casa da lasciare in eredità ai quattro figli e alla moglie, fuggiti da condizioni di vita sempre più difficili. All’origine dell’instabilità del villaggio di Kobayat c’è la convivenza tra comunità cristiane, sciite e sunnite, divise in modo quasi inconciliabile dalle ferite lasciate dalla guerra civile libanese (1975-1990), proseguita sino a oggi nei contrasti tra i diversi gruppi. A complicare le cose è la vicinanza del conflitto siriano alla vigilia dell’intervento russo e dei falliti tentativi di negoziato a Ginevra. Le conseguenze arrivano inevitabilmente anche tra le montagne dei cedri, punto di passaggio di profughi in fuga dalla Siria occidentale. Per Haykal e gli altri allevatori del Shambouk le greggi sono diventate una condanna. I trafficanti siriani importano capre e pecore razziate nei villaggi in guerra, e smerciate sottocosto in Libano a quattro dollari il chilo. Mentre da anni i cristiani di Kobayat continuano a svendere terreni e case per lasciarsi le tensioni alle spalle, Haykal si ostina a innalzare la sua, alimentando a mani nude, pietra dopo pietra, la speranza di riunire la famiglia, e al contempo appianare le divisioni alimentate dalle guerre, passate e presenti.

@EmaConfortin

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE