Le vie degli esodi funzionano ancora, così le città di confine si trovano a gestire un sovrannumero di migranti. I più a rischio sono quelli in attesa di asilo, che nel frattempo vivono nell'ombra. E spesso ci muoiono anche, come è successo a Pordenone

La "Jungle" di Pordenone.
La "Jungle" di Pordenone.

Karnail Singh è morto da solo, di notte, sugli scalini di un posteggio per auto nel cuore di Pordenone. Era un migrante indiano di 40 anni, con una moglie e due figli in India. Il corpo senza vita è stato scoperto giovedì mattina alle otto nel parcheggio multipiano intitolato al poeta friulano Federico Tavan, tra via Dante e via Vallona. Karnail Singh era un migrante storico giunto in Italia dieci anni fa. Aveva lavorato a lungo in Emilia Romagna, regione con una forte concentrazione di migranti indiani, perlopiù assunti nelle aziende agricole, come mungitori. A un certo punto ha perso il lavoro e, in accordo alla legge Bossi-Fini anche, il permesso di soggiorno, quindi si è trasferito a nord, finendo a Pordenone. Rimasto senza documenti, a inizio 2017 il Prefetto aveva disposto un decreto di espulsione, mai ottemperato.    


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Nel luogo del ritrovamento non aveva documenti o oggetti personali a esclusione di un foglietto con su scritto il suo nome, il cognome e la convocazione in Questura. A uccidere Karnail Singh potrebbe essere stato un malore, l’ingestione di sostanze letali o gli stenti, forse una combinazione di questi fattori, a stabilirlo nei prossimi giorni sarà l’esame autoptico. Chi lo ha conosciuto, alcuni volontari che lo hanno visto per l’ultima volta la notte prima della sua morte, sostengono avesse seri problemi di salute. Di certo, dalle possibili cause del decesso è escluso il coinvolgimento di altre persone.

L’impossibilità di lavorare e la prospettiva di lasciare l’Italia avevano obbligato il migrante indiano a vivere nascosto, alla giornata. Passava le notti dove capita, al parco. Trovava un piatto caldo alla mensa della Croce Rossa alla Comina, zona industriale della periferia di Pordenone. Qui incontrava gli altri migranti asiatici destinati all’accoglienza diffusa, anche se i posti disponibili in città sono saturi da tempo, con più di 500 rifugiati ospitati, ben oltre la quota prevista. Il flusso di arrivi tuttavia prosegue.

Settimanalmente a Pordenone giungono decine di nuovi migranti che si riversano in città – lo stesso accade anche nelle principali città del Friuli – in attesa di recarsi in questura e presentare istanza di asilo. Sono principalmente pachistani e afgani. Alcuni vengono respinti dalla Germania o dall’Austria quando viene loro negata protezione internazionale, altri continuano a solcare la Via dei Balcani, sborsano più di 2mila euro ai passeur serbi per una corsa all’Italia attraverso Croazia, Slovenia, Ungheria e Austria.

Poi ci sono i disperati che finiscono a fare i braccianti nelle campagne greche o gli operari in qualche scantinato di Atene. Lavorano quanto basta a pagare il prezzo di un numero e di una data. Il numero della targa del veicolo in partenza per Venezia, e la data dell’imbarco in nave. Informazioni vendute «a 800 euro a pass dalla mafia afgana», assicurano alcuni pachistani giunti in Italia a settembre, dopo un lungo viaggio sull’Adriatico, chiusi nel cassone di un camion telonato. Seduti per 72 ore su uno spazio largo quanto un pallet, senza cibo e con un paio di bottiglie d’acqua da spartire in cinque.

Le vie dell’Esodo funzionano ancora, lo abbiamo riscontrato qualche settimana fa proprio a Pordenone, ascoltando le testimonianze di chi ci è passato malgrado i muri eretti dall’Ungheria alla Macedonia, malgrado il deal con Ankara sui migranti, o la creazione dei lager in Libia. Soluzioni tampone – i muri – per arginare un fenomeno naturale come la deriva dei continenti, allo stesso modo inarrestabile: le migrazioni.

In Europa si continua ad arrivare, anche via terra. Questo vale in particolare per l’Italia, dove le questure delle città friulane, le più vicine ai confini con la Slovenia, sono oberate, il sistema di richiesta asilo funziona a rilento e questo stallo crea un cono d’ombra su chi arriva con l’intenzione di chiedere protezione.

La fase di presentazione dei documenti, la presa delle impronte, le interviste, la visita medica e il resto della trafila richiedono tempi lunghi. Per settimane, fino termine dell’iter e all’ottenimento del modulo C3 con il quale si formalizza l’istanza, i nuovi arrivati restano intrappolati in un limbo giuridico che li taglia fuori, li esclude dall’accoglienza primaria. Per loro significa arrangiarsi, vivere come capita, al pari di Karnail, su una strada, in un fosso, nei parchi, o in rifugi squallidi dove i toponimi trasformano lo storico cotonificio di Pordenone in “jungle”, un parcheggio in “bronx”.

Poi succede che un migrante senza dimora si trovi a dormire e a morire addossato alla porta metallica di un multipiano, da solo. Questo in una città dove la presenza dei migranti è una costante e dove da tempo una parte della comunità spinge affinché sia istituito un dormitorio aggiuntivo oltre a quello già in funzione, destinato proprio a chi è in attesa del C3. Al contrario, un’altra parte della stessa comunità non ne può più, chiede un intervento concreto a chi amministra il territorio e la risposta sono gli sgomberi, la rimozione di sacchi a pelo, di coperte e dei bivacchi per sopperire a necessità di decoro.

«Il problema dei migranti per strada riguarda chi è in attesa di entrare in progetto, sono quelli che noi definiamo migranti con “speranza”, in quanto attendono il C3 per poi entrare nell’hub di Caserma Monti, in prima accoglienza» spiega Cristina Campanerut, volontaria di Rete Solidale Pordenone. Durante questa fase di esclusione che precede il C3, i candidati all’asilo sono vulnerabili, qualcuno entra in contatto con piccole organizzazioni criminali creando un legame che si preserva anche in seguito. Circostanza che secondo Rete Solidale potrebbe essere evitata ad esempio con la creazione di un nuovo dormitorio.

«Le situazioni più critiche però riguardano chi subisce la revoca dell’accoglienza da parte della Prefettura, per motivi disciplinari, o chi trova un lavoro stagionale e se ne va volontariamente dal “progetto” per seguire l’opportunità, senza potervi fare rientro alla scadenza del contratto». Per questi fuoriusciti – pochi – la deriva è inevitabile, spesso si aggrappano alla bottiglia come a un’ancora, per sopravvivere riprendono i legami con la criminalità se preesistenti, oppure ne stabiliscono di nuovi: piccoli furti, spaccio e prostituzione sono la soluzione.

Karnail era la terza opzione, un migrante economico arrivato per vie legali, a lavorare, con le rimesse in India magari pagare un volo alla moglie e ai figli, ricongiungersi e costruire un futuro lontano da casa. Così non è stato, la disoccupazione, il decreto di espulsione, poi la solitudine. Il suo “sogno italiano” si è infranto tra via Dante e via Vallona, senza una coperta, sugli scalini di un parcheggio a pagamento intitolato a un poeta.

@EmaConfortin

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