Gli sbarchi in Grecia sono aumentati, ma non è un’emergenza. In attesa della riforma del sistema del Dublino, Atene è in grado di gestire anche il rientro dei rifugiati. La pressione al confine con la Turchia però non cala. E la crisi tra Ankara e Bruxelles mette a rischio l’accordo sui migranti.

Due migranti discutono nel campo per rifugiati e migranti sull'isola di Chios, Grecia, 16 marzo 2017. REUTERS / Alkis Konstantinidis
Due migranti discutono nel campo per rifugiati e migranti sull'isola di Chios, Grecia, 16 marzo 2017. REUTERS / Alkis Konstantinidis

Dopo anni nell’occhio del ciclone, la crisi dei migranti in terra ellenica sembra essersi stabilizzata, garantendo ad Atene e ai 43mila richiedenti asilo condizioni di relativa quiete. L’efficienza dei centri di accoglienza sulla terraferma è nettamente migliorata, anche se i crescenti sbarchi estivi hanno complicato le cose sulle isole. I numeri dei nuovi arrivi restano comunque entro livelli tollerabili, smentendo – almeno per ora – l’ipotesi di un aumento provocato dalla compensazione delle minori partenze dalla costa libica.


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Pensare però che le acque dell’Egeo siano finalmente calme sarebbe errato. La pressione di Ankara si sente ancora, conseguenza di quei tre milioni di profughi siriani trattenuti nei campi anatolici, ma pronti ad infilarsi nelle crepe del sistema di controllo e riprendere la via europea. Al momento il governo turco bada a loro, accontentandosi di tre miliardi di euro, la prima delle due trance messe sul piatto del deal siglato tra UE e Turchia il 18 marzo 2016, a Bruxelles. Non solo danaro però. L’accordo strappato all’epoca dal Primo ministro turco Ahmet Davutoğlu, emissario di Erdogan, prevedeva inoltre la riapertura del processo di preadesione della Turchia all’Unione europea. Ed è questo il punto che rischia di rompere l’incantesimo, in quanto più a nord, molti leader europei danno per sfumata ogni chance di annessione.

Il momento è comunque tra i migliori, tanto che Atene sembra in grado di assorbire senza traumi il reintegro nel Trattato di Dublino, con il ritorno dei migranti registrati in Grecia e poi giunti in Europa attraverso la Via dei Balcani. Questo, a patto il Trattato sopravviva all’attacco lanciato nei giorni scorsi dalla Cancelliera Angela Merkel, che in piena campagna elettorale lo ha definito non più «sostenibile», per la gioia di Grecia e Italia. Ma andiamo con ordine.

Più sbarchi, ma entro i limiti

Va detto sin d’ora, i numeri dei nuovi arrivi non sono eccezionali. I dati dell’Agenzia Onu per i rifugiati dicono che tra il primo gennaio e il 4 settembre, sulle coste greche hanno messo piede 15.979 migranti. Vale a dire un decimo rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, quando, solo tra gennaio e marzo erano stati 151.452. All’epoca però le partenze dalle coste di Izmir e Bodrum dipendevano dalla vicinanza della sottoscrizione del deal  UE-Ankara e dalla chiusura dei Balcani, condizioni che con il senno di poi dobbiamo considerare come uno spartiacque per le migrazioni in Europa. Se si vuole operare un confronto credibile, è necessario prendere in esame i mesi seguiti all’accordo, a partire dal periodo di picco compreso tra maggio e agosto.

Gli arrivi in Grecia nel quadrimestre appena concluso sono stati 10.066, il 16,48% in più rispetto allo stesso periodo del 2016 (8.642 sbarchi). La portata maggiore si è concentrata ad agosto (3.695 passaggi rispetto ai 3.447 del 2016, +7,19%), quindi in ordine decrescente c’è luglio (2.249 vs 1.920, +17,14%), maggio (2.110 vs 1.721, +22,60%), infine giugno, mese interessato dal Ramadan, da cui la lieve flessione su maggio (2.012 vs 1.554, +29,47%). I dati rivelano una chiara proporzione nell’andamento delle partenze su entrambi i periodi, con una tendenza all’aumento degli sbarchi nel 2017, sebbene del tutto trascurabile visti i numeri contenuti.

Tremano le isole

Niente emergenza sbarchi dunque. Ma per esserne certi ci siamo rivolti a Giovanni Lepri, vicedirettore e responsabile operazioni UNHCR in Grecia. «Ritengo non sia in corso uno spostamento dalla Libia. Se osserviamo il profilo delle popolazioni, continuano ad arrivare soprattutto siriani, iracheni e afgani, come negli anni scorsi». Il dirigente dell’Agenzia Onu per i rifugiati concorda con la nostra analisi, sostenendo i numeri siano in linea conil 2016, senza indizi di eccezionalità. «Dobbiamo considerare che sono diminuiti i costi di transito (via mare). Sono aumentati anche i passaggi via terra, a Evros, sul confine con la Turchia». Il tutto resta entro limiti accettabili, non fosse per il sovraffollamento dei campi insulari, dove ora si trovano circa 10mila persone. «Le cinque isole in cui funzionano gli hotspot non possono ricevere più di un tot di persone con una capacita totale di appossimativamente 8,000 posti. Fino a pochi mesi fa c’erano di media 50 arrivi e 100 partenze (verso la terraferma) al giorno. Ora, con l’aumento dovuto ai maggiori numeri in arrivo, circa 150 al giorno, c’è il problema del sovrannumero e delle difficoltà di erogazione dei servizi. La situazione è potenzialmente esplosiva».

Tra i migliori in Europa, ma a quale costo?

Nettamente migliori le condizioni di vita nei 32 campi sul continente, buona parte dei quali nel passato è stata oggetto di critiche per le pessime condizioni di vita imposte ai richiedenti asilo. «Gli upgrade dei campi sono iniziati un anno fa e ora le condizioni sono molto migliorate. Inoltre le famiglie ospitate sono state dotate di cash card, una carta di debito caricata mensilmente a seconda del numero dei famigliari, con cui acquistare cibo, prodotti per l’igiene, vestiario». Una soluzione utile anche a garantire un minimo di autonomia ai richiedenti asilo, bene accetta malgrado gli importi piuttosto bassi, tarati sugli standard dei programmi di welfare di Atene per le famiglie greche.

Il paradosso è che dopo mesi di inefficienza e critiche, ora i centri di accoglienza ellenici filano a dovere, tanto che 15mila richiedenti asilo – circa la metà di quelli presenti sulla terraferma – vivono in appartamenti «con standard uguali o superiori a quelli del resto d’Europa». Si tratta di un programma finanziato dalla Commissione Europea e operato dall’UNHCR. Un idillio? Non proprio. Se l’implementazione dei centri da parte del governo greco fosse avvenuta nei tempi e nei modi stabiliti in origine, i disagi sarebbero stati molto meno. Inoltre, stornando 20mila richiedenti asilo partiti (rientri volontari, fughe o redistribuzione) dai 63mila dichiarati da Atene, si capisce come mai ci sono campi messi a regime ma poi abbandonati, sprecando risorse e danaro. Un contributo allo sfoltimento dei richiedenti asilo in terra greca è dovuto ai trasferimenti in Europa. «La relocation funziona» precisa Lepri «addirittura abbiamo più posti offerti (dai Paesi europei) rispetto alle persone eleggibili». Il fatto che i posti siano stati resi disponibili solo negli ultimi mesi prima della chiusura del programma, a settembre 2017, lascia pensare che la magnanimità quella in arrivo dal Nord Europa basata su un opportuno calcolo dei vantaggi – la bella figura di aiutare i bisognosi, alleggerendo la Grecia – in relazione ai rischi, nulli, dovuti alla presenza di un numero ormai esiguo di persone da redistribuire.  

Cancellare Dublino

Atene però non deve fare i conti solo con i nuovi sbarchi. A inizio agosto alcuni stati UE hanno fatto capire al governo greco che è giunto il momento di rientrare nei ranghi e rispettare il Trattato di Dublino, sospeso nel 2011 per decisione della Corte europea dei diritti umani e della Corte di giustizia europea. Vale a dire riprendersi i migranti giunti irregolarmente in altri Paesi d’Europa attraverso la Greciaa partire da marzo 2017.

«I numeri attesi sono esigui, circa due, forse tremila persone all’anno. È soprattutto un valore simbolico» conclude Lepri. Cifre abbastanza basse da consentire al governo Tsipras di evitare contraccolpi alla macchina dell’accoglienza, e di mettersi in pari con gli altri Paesi dell’Unione, per la gioia di quanti in Europa considerano Dublino un ingranaggio essenziale per la salute di Schengen. Ingranaggio cui potrebbero presto saltare i denti. Il primo colpo è giunto a fine agosto da Angela Merkel: «tutti in Europa devono accettare – ha dichiarato alla Welt am Sonntag – che il vecchio sistema Dublino non è sostenibile. Non può essere che Grecia e Italia debbano sopportare da sole tutto il carico, soltanto a causa del fatto che la loro posizione geografica è tale che i profughi arrivano da loro».

Una chiara prova di carattere della Cancelliera tedesca, che forte di un vantaggio stimato tra i 15 e i 17 punti sul rivale Martin Schulz, ha messo in riga chi in Europa continua a godersi la tranquillità offerta da Dublino, a scapito dei Paesi di primo ingresso. Difficile immaginare l’eco emessa da quel «tutti in Europa devono accettare» nell’atmosfera ovattata dell’Eliseo, a casa di Emmanuel Macron. Convinto sostenitore dell’importanza del Trattato, il Presidente francese a luglio aveva negato di alleggerire la pressione degli arrivi via mare in Italia aprendo i propri porti alle imbarcazioni cariche di migranti. Dando il giusto credito alle parole della Merkel, probabilmente a breve Macron i migranti li riceverà dalla porta principale.

@EmaConfortin

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