Dopo le divisioni politiche e dell’opinione pubblica sul ruolo delle ong nel Mediterraneo, le imbarcazioni private impegnate nelle operazioni di ricerca e soccorso (SAR) in mare dovranno sottostare a un maggiore coordinamento della Guardia Costiera, oltre ad essere certificate. È questo il sunto della proposta della commissione Difesa del Senato, approvato all’unanimità, da poco presentata dal presidente Nicola Latorre.

Salvataggio di migranti nel porto di Catania. REUTERS/Darrin Zammit Lupi
Salvataggio di migranti nel porto di Catania. REUTERS/Darrin Zammit Lupi

Il documento scaturisce da un’indagine conoscitiva che ha coinvolto i responsabili delle missioni in mare, magistrati ed esponenti delle ong, e punta a porre fine alle polemiche sui presunti legami tra le organizzazioni non governative e i trafficanti. Legami in merito ai quali la commissione riporta che «il generale della Guardia di finanza Screpanti e il procuratore capo di Siracusa Giordano hanno affermato l'assenza, per quanto a loro conoscenza, di evidenze investigative atte a provare eventuali collusioni tra le organizzazioni non governative e i trafficanti di esseri umani. Il sostituto procuratore di Trapani Andrea Tarondo ha fatto riferimento a un'inchiesta concernente, tra gli altri, alcuni membri di una ONG, ma non l'operato dell'organizzazione in quanto tale». Stessa linea quella dell'ammiraglio Marzano, comandante della Squadra navale, secondo il quale «le ong non costituiscono intralcio alle attività della Marina militare nell'area».


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Diverse invece le posizioni del direttore di Frontex Fabrice Leggeri e il procuratore capo di Catania Carmelo Zuccaro per i quali ci sarebbe stato «un operato non del tutto trasparente di alcune organizzazioni non governative», e l’esistenza di condizioni tali da suggerire l’ipotesi che le imbarcazioni delle ong a ridosso delle acque libiche costituirebbero un incentivo alle partenze.

E questo è il punto sul quale ci permettiamo una riflessione, ovvero il cosiddetto pull factor, il fattore di attrazione. In parole semplici, c’è il timore che la partecipazione delle ong alle attività SAR e la loro presenza a ridosso delle acque territoriali libiche riesca in qualche modo a facilitare le partenze, rese più semplici e meno rischiose per i migranti, così come per i trafficanti che riuscirebbero quindi a ottimizzare i viaggi nei tempi e nei costi. Interpretazione in merito alla quale non possiamo che avere riserve. È inimmaginabile che organizzazioni criminali capaci di tenere in condizioni di prigionia i migranti o i candidati tali in attesa di imbarco, capaci di torturare e uccidere persone inermi, capaci di stuprare sistematicamente le donne, e soprattutto con le mani su un business miliardario, possano considerare la vicinanza delle imbarcazioni come un vero incentivo a sovraccaricare nuove imbarcazioni.

Le barche, le bagnarole o i gommoni destinati a languire sulla distesa d’acqua mediterranea partirebbero comunque, ong o meno, Guardia Costiera o meno, così come accade da anni. I trafficanti non sono ‘associazioni di volontariato’ sensibili al destino dei migranti, ma organizzazioni criminali interessate al tornaconto derivante dalla gestione dei servizi offerti, dei quali la traversata in mare è solo il tassello conclusivo, nonché il più spettacolare. Pertanto il vero pull factor per i trafficanti è null’altro che il profitto, e il buon fine delle traversate – al pari della presenza delle imbarcazioni di salvataggio, non solo quelle delle ong – può influire marginalmente, rientrando come elemento di persuasione nella dialettica ‘negoziale’ che immaginiamo si inneschi nel momento in cui vengono avvicinati i ‘clienti’ diretti in Europa.

Per questi ultimi, la corsa al mare non è di certo innescata dall’ipotetica riduzione dei rischi della traversata sul Mediterraneo, ma la persuasione è semplicemente l’Europa. Ciò significa la fuga da guerre, persecuzioni ed estrema miseria che restano il primo e principale aspetto da considerare nel trattare la questione migranti, tema tuttavia spesso relegato a una posizione di contorno. E nemmeno è pensabile che i nigeriani, i profughi della Guinea, del Gambia, della Costa d’Avorio e così via, decidano di partire e di imbarcarsi in quanto al limite delle acque territoriali libiche ci sono le barchette di questa o di quella ong ad aspettarli. Gran parte dei migranti conosce appena la posizione dell’Europa, e non ha un’idea chiara dei rischi connessi all’attraversata in mare, né delle dimensioni del braccio di mare, informazioni certamente omesse dai trafficanti in fase di definizione o quotazione dei servizi.

Nemmeno possiamo credere che le ong abbiano un reale interesse a facilitare i trafficanti, ma va ricordato che il vero fine delle organizzazioni non governative, attive sul Mediterraneo centrale dal 2014, è salvare le vite dei migranti. I numeri parlano da soli e dimostrano come le loro imbarcazioni abbiano recuperato nel 2016 ben 46.796, il 26,23% sul totale, meglio di qualsiasi altro soggetto operante nel SAR, incluse le forze di polizia o militari. Primato rafforzato nel primo quadrimestre di quest’anno con 12.646 recuperi (34,72%).

Il problema vero legato alle ong risulta più comprensibile svelando l’acronimo, in quel “non governative”, quindi sostenute da una vasta componente di cittadini europei. Il consenso crescente e la presenza cruciale sulle acque del Mediterraneo, permette alle ong di presentarsi come soggetto politico influente. Un fronte ingombrante quindi, dichiaratamente al lavoro in mare per sopperire alle carenze delle istituzioni, in particolare quelle europee. Da questo deriva la necessità di imbrigliare barche e attivisti entro un codice di condotta stabilito, così come emerge dalla proposta presentata da Nicola Latorre, volta quindi a impedire alle ong la creazione di corridoi umanitari indipendenti.

La razionalizzazione delle attività di SAR da parte dei privati prevede in primis un maggiore coordinamento, con controlli più incisivi della Guardia Costiera. C’è poi l’introduzione della certificazione, necessaria – secondo la commissione Difesa del Senato – a fugare eventuali riserve sulla trasparenza organizzativa e operativa, quindi a rendere pubbliche l’origine dei finanziamenti alle ong, e ancora a definire la disponibilità di collaborare con le autorità italiane.     

Mediterraneo sempre più trasparente dunque, concetto – la trasparenza – che non sembra possa attecchire sulla terraferma. La cronaca porta il riferimento alla recente retata contro il clan calabrese degli Arena e altre cosche del crotonese, che di fatto gestivano da due lustri il centro di centro accoglienza di Isola Capo Rizzuto, dove funziona il Centro per richiedenti asilo (Cara) più grande d’Europa. Tra i fermi eseguiti dai Ros, coordinati dalla procura antimafia di Catanzaro, insieme alla guardia di finanza e alla squadra mobile della polizia, ci sono anche il governatore della Confraternita della Misericordia, Leonardo Sacco e il parroco di Isola Capo Rizzuto, don Edoardo Scordo. Secondo gli inquirenti, sugli oltre 100 milioni di euro giunti in un decennio alla Misericordia guidata da Sacco, circa 30 milioni sarebbe stati assorbiti dalle cosche coinvolte. Un business talmente conveniente da aver placato gli appetiti di tute le famiglie, interrompendo di fatto la guerra che da anni infuriava, imponendo una pax finora inossidabile. 

@EmaConfortin

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