Li chiamano “sbarchi fantasma”. Sono pochi, i viaggi costosi e i viaggiatori quasi tutti tunisini. Ma un naufragio letale conferma che la via è di nuovo aperta. E può spalancarsi se i trafficanti riusciranno a dirottare il flusso dei migranti in arrivo dall’Africa subsahariana

Un migrante scende da un peschereccio tunisino. REUTERS/Darrin Zammit Lupi
Un migrante scende da un peschereccio tunisino. REUTERS/Darrin Zammit Lupi

“Forse quasi 30 le vittime dell’incidente avvenuto tra Tunisia e Italia. Salvati oltre 40 migranti. Recuperati 8 cadaveri, si temono 20 dispersi” è il conteggio diffuso con un tweet da Flavio Di Giacomo, portavoce dell’ufficio per il Mediterraneo dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM), dopo lo speronamento nella notte tra domenica e lunedì di un peschereccio partito dalle coste di Sfax. Il primo, incerto bilancio, è la luttuosa conferma della riapertura anche della rotta migratoria tra Tunisia e Sicilia.


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La forte riduzione delle partenze dalle coste libiche continua ad alimentare nuove vie verso l’Europa. Preoccupano quelle provenienti dall’Algeria e in particolare, appunto, dalla Tunisia, a dimostrazione di come la chiusura dei passaggi da un Paese (Libia), crei immediatamente nuovi canali migratori.

Sono aumentati in modo sensibile i transiti sull’Egeo diretti in Grecia, così come a Gibilterra, dove la via Iberica sembra aver ripreso slancio. Per Atene l’incidenza degli sbarchi avvenuti quest’anno (20.931 persone) è tutto sommato in linea con quelli registrati nel 2016. Diversamente, in Spagna l’aumento percentuale nel 2017 (34% in più sul 2016) ha creato un certo allarmismo, malgrado 12.420 arrivi restino poca cosa.

Questo almeno in confronto all’Italia, dove i 107.340 sbarchi dei primi nove mesi (dati aggiornati al 10 ottobre, fonte cruscotto statistico Viminale) sono comunque una riduzione rispetto allo stesso periodo del 2016: 144.103.

Significa 206 arrivi medi al giorno, in particolare di migranti provenienti da Nigeria, Guinea, Bangladesh e Costa d’Avorio. A seguito degli accordi con la Libia, da cui il ridimensionamento delle partenze, lo spostamento del baricentro dei canali di transito non ha comunque escluso l’Italia dalle rotte sul Mediterraneo. Da settimane, infatti, SiciliaLampedusa in primis – e Sardegna sono il punto di arrivo dei pescherecci salpati dalle spiagge tunisine di Cap Bon, Sfax e Biserta.

Gli “sbarchi fantasma”, così come sono chiamati, avvengono perlopiù di notte, e in molti casi i migranti hanno il tempo di dileguarsi prima dell’intervento delle autorità. Nell’ultimo mese gli arrivi sono stati uguali a quelli registrati da gennaio ad agosto, in tutto 2.700. La gestione del business non sembra appartenere a grandi organizzazioni, ma a piccoli gruppi criminali che puntano sulla sicurezza dei trasporti. E su prezzi alti, 2.000 euro a pass, ben di più rispetto alle attraversate dalla Libia, invece che sulla quantità di viaggiatori paganti. Prezzi elevati e necessità di rodare la rotta spiegano i numeri ancora contenuti, pertanto la via tunisina non è oggi l’alternativa a quella libica (100mila arrivi) ma è già sufficiente ad allungare la lista delle vittime dei mari.

L’ultimo incidente risale appunto alla notte tra domenica e lunedì, quando una nave della marina militare di Tunisi è entrata in collisione con un peschereccio partito dal porto di Sfax con una settantina di persone a bordo. L’incidente è avvenuto nell’area di ricerca di Malta, che ha coordinato le attività di soccorso cui hanno preso parte anche una motovedetta della Guardia di finanza, due della Guardia costiera giunte da Lampedusa e una nave militare italiana. Secondo Belhassen Oueslati, del ministero della Difesa tunisino, la collisione è avvenuta 54 chilometri a largo delle isole Kerkennah, ma sulla dinamica dovrebbe far luce l’inchiesta annunciata da Tunisi. Il peschereccio era diretto verso l’agrigentino.

Dando una scorsa alla nazionalità di chi sbarca in Italia da questa rotta, si nota la netta maggioranza di tunisini. Sono perlopiù ragazzi in fuga da un Paese che ha poco da offrire, quindi in cerca di lavoro e fortuna in Europa. Alcuni di loro sono beneficiari di un recente indulto, per i quali l’ammissione in qualche progetto di accoglienza è pressoché impossibile.

Tanto basta a destare l’allarme delle autorità italiane, memori degli arrivi di migliaia di tunisini nel post-rivoluzione del 2011. L’esistenza di un accordo bilaterale per i rimpatri con il governo di Tunisi serve a poco, soprattutto se limitato a 30 persone a settimana, quota che da un mese a questa parte viene superata quasi ogni giorno nel senso opposto. C’è poi l’insufficienza dei posti nei Centri per i rimpatri, pertanto i migranti destinati all’eventuale rientro non possono essere trattenuti. Elemento a sostegno delle argomentazioni dei trafficanti tunisini, i quali approfittano della situazione, avviando un numero crescente di ragazzi verso la realizzazione del loro viaggio della speranza. Una corsa sul Mediterraneo verso l’Italia, meglio se di notte in modo da ridurre il pericolo di essere intercettati dalle autorità, per proseguire verso il Nord Europa, a partire dalla Francia dove la storica presenza di comunità di connazionali e il fattore linguistico offrono maggiori chance di inserimento.

Sebbene per ora il traffico in partenza dalla Tunisia resti un affare per pochi, c’è da chiedersi cosa accadrà se i trafficanti locali riusciranno ad organizzarsi, e ad approfittare del blocco in Libia, dirottando sulle proprie coste i migranti in arrivo dall’Africa subsahariana, cui si aggiungono i 400mila arenati nei lager libici.

@EmaConfortin

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