Fiori e biglietti vicino al mercato di Natale dove è avvenuto l'attacco terroristico. Berlino, REUTERS/Hannibal Hanschke
Fiori e biglietti vicino al mercato di Natale dove è avvenuto l'attacco terroristico. Berlino, REUTERS/Hannibal Hanschke

Analisi degli errori, politiche di sicurezza, immigrazione, intelligence, geopolitica, lotta all’islamismo radicale e individuazione dei suoi finanziatori. Le prospettive che si aprono dopo la strage di Berlino.


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Fino a prova contraria, il cittadino tunisino Anis Amri è stato l’autore materiale della strage del mercatino di Breitscheidplatz a Berlino, dove il 19 dicembre 2016 sono state uccise 12 persone, tra cui l’italiana Fabrizia Di Lorenzo.

Malgrado lo sgomento, il lutto e la dolorosa intensità del dibattito interno al Paese, in Germania non domina ora solo la paura e non serpeggia soltanto l’isteria. La maggioranza dei tedeschi ha reagito in maniera piuttosto razionale, spesso dedicandosi a uno sforzo di affermazione simbolica della propria resistenza alla logica del terrore. Si tratta di una reazione che, però, esprime al tempo stesso un’urgenza e un’esigenza di soluzioni chiare al problema della sicurezza di fronte al terrorismo islamista.

Ripartire dai troppi errori

Gli eventi che hanno seguito l’attacco terroristico berlinese, dall’identificazione del presunto attentatore fino alla sua uccisione da parte della Polizia italiana, presentano ancora punti da chiarire.

Ma, al momento, in Germania ci si sta interrogando soprattutto sugli errori commessi dalla polizia e dall’intelligence prima della strage.

Com’è noto, la destra populista di Alternative für Deutschland ha lanciato un’aspra campagna contro la Cancelliera Merkel, apertamente accusata di essere responsabile dei morti di Berlino, a causa della sua politica di accoglienza di migranti e rifugiati.

Che il modello di tolleranza tedesco sia destinato a mutare è ormai inevitabile, la sola domanda è come e quanto velocemente. Tuttavia, sarebbe un errore far rientrare la questione del terrorismo islamista in un generico dibattito sull’immigrazione. Si sa che Anis Amri non fosse un richiedente asilo qualunque, ma un individuo con un preciso record criminale in Italia e, soprattutto, un cosiddetto Gefährder in Germania, vale a dire qualcuno considerato potenzialmente pericoloso e per questo attenzionato dalla polizia. Una delle questioni più immediate, quindi, è comprendere come Amri abbia potuto attuare il proprio piano criminale, nonostante fosse già segnalato e controllato come elemento vicino al radicalismo islamista.

In questo senso, lo Stato tedesco si è rivelato inefficace nell’operare in quella zona oscura in cui si intrecciano e si sovrappongono immigrazione, criminalità e terrorismo. Una zona oscura che, innanzitutto, non è stata ancora individuata a livello teorico, a causa di un dibattito sull’immigrazione che, da almeno un anno, è ostaggio di due polarizzazioni ideologiche: quella della xenofobia oltranzista e quella della tolleranza aprioristica. Sta invece diventando evidente come entrambi questi approcci si basino su una generalizzazione, positiva o negativa, che impedisce di fare le specifiche distinzioni necessarie a riconoscere gli spazi occupati dall’estremismo islamista all’interno della più recente immigrazione in Germania.

Proprio in questi spazi, infatti, si muoveva da tempo l’attentatore di Berlino, Anis Amri. È quindi sulle metodologie di gestione di rifugiati e richiedenti asilo considerati pericolosi che si sta ora concentrando parte del dibattito all’interno delle forze di Governo tedesche. Un dibattito che il Governo ha capito essere fondamentale per la propria sopravvivenza politica, ma che è già lacerato dai disaccordi tra socialdemocratici e cristiano-democratici e, ancora di più, dal conflitto tra le due sorelle di centro-destra, la CDU nazionale e la sempre più insoddisfatta CSU bavarese.

Più ampiamente, dalle questioni più specifiche di questi giorni, si è destinati a passare ad alcuni temi che saranno cruciali nella ridefinizione complessiva dell’intero equilibrio tra sicurezza e libertà in Germania. Da questo punto di vista, la strage di Berlino è inevitabilmente un punto di svolta o, sarebbe meglio dire, un punto di non ritorno.

Al momento, si possono individuare 10 tematiche che sembrano destinate a essere centrali, o tali dovrebbero essere, nelle prossime settimane e nei prossimi mesi. Ciascuna tematica contiene in sé alcuni degli aspetti più rilevanti dell’intero dibattito sul terrorismo nel paese.

1- Identificazione delle persone presenti in Germania

Il primo problema, enorme, di fronte a cui si trovano le autorità tedesche è la difficoltà di identificare decine di migliaia di persone arrivate in Germania. In un paese in cui, anche solo tramite la burocrazia del welfare, lo Stato possiede solitamente una considerevole quantità di dati su ciascun cittadino, l’improvviso ingresso di circa 1 milione di richiedenti asilo ha mandato in tilt il tradizionale sistema di controllo. Qualunque cosa si pensi della Willkommenspolitik di Angela Merkel, è innegabile che il suo errore più grande sia stato credere che un sistema abituato all’ordine potesse, d’un tratto, eccellere nella gestione di un caotico stato d’eccezione.

Anche certe inefficienze della polizia nella lotta al terrorismo possono avere a che fare con la scarsa abitudine a operare in uno scenario incredibilmente più confuso rispetto al solito.

Contrariamente a realtà come quella inglese, belga o francese, fino a oggi il terrorismo islamista in Germania ha avuto come esecutori materiali quasi esclusivamente richiedenti asilo giunti da poco nel paese. Questo rende ancora più complesso il compito della polizia e dell’intelligence, dal momento che il pericolo maggiore sembra venire proprio da quelle realtà che meno si conoscono. Per provare a superare il problema si parla, ora, di nuove procedure per accertare l’identità di chiunque voglia entrare in Germania come richiedente asilo, con la conseguente creazione di “centri di transizione”, in cui verrebbe costretto a restare chi non sappia dare garanzie sulla propria identità o chi veda rifiutata la propria richiesta di asilo. Si tratterebbe, di fatto, di centri posti sui confini tedeschi, su un modello non dissimile dai CIE italiani (con tutto ciò che ne consegue).

2 - Braccialetti elettronici ed espulsioni

Identificare persone all’ingresso del paese, però, non risolve il problema degli individui già presenti sul territorio tedesco. Per chi fra questi abbia già subito una condanna collegata al terrorismo ma sia stato rimesso in libertà, si suggerisce ora di puntare su un maggiore controllo tecnologico, ad esempio utilizzando i braccialetti elettronici. Un’opzione che, però, è già tragicamente emblematica delle difficoltà di contrastare forme di terrorismo disseminato e con una vocazione al martirio. Un esempio è come, quest’estate, in Francia, uno dei due assassini di padre Jacques Hamel abbia agito mentre portava al piede proprio un braccialetto elettronico. 

I braccialetti elettronici, del resto, non potrebbero essere utilizzati con i Gefährder per cui non ci sia stato un precedente arresto. Questo significa che il controllo degli individui attenzionati, che sono attualmente circa 200, richieda ugualmente una più classica supervisione tramite un ampio sforzo di uomini e mezzi (anche 30 uomini per ciascun Gefährder). Anche per questo motivo, l’ala destra della CDU-CSU spinge ora per provvedimenti drastici di arresto ed espulsione diretta degli stessi Gefährder.

Più ampiamente, le motivazioni per un’espulsione dalla Germania sembrano destinate ad aumentare e le modalità di respingimento a inasprirsi, mentre è in vista anche la riduzione delle motivazioni per il rilascio della cosiddetta Duldung. Traducibile con il termine “sopportazione”, la Duldung è un provvedimento del quale stava usufruendo lo stesso presunto attentatore di Berlino e in base al quale un’espulsione dalla Germania viene messa in stand-by. Il provvedimento è un classico esempio di come la stessa burocrazia tedesca faccia da tempo ricorso a zone grigie di cui perde essa stessa il controllo.

3 - Rimozione di paesi del Nord Africa dalla lista dei paesi insicuri

Questo tema, che può sembrare davvero secondario, occupa invece da mesi il dibattito politico interno sull’immigrazione. Anis Amri era tunisino e, di fatto, non in fuga da una guerra come un rifugiato siriano o iraqeno. La Tunisia, tuttavia, rimane nella lista tedesca dei paesi considerati insicuri, a causa delle numerose violazioni dei diritti umani (ad esempio contro attivisti politici, giornalisti o persone omosessuali). Da mesi la CSU spinge perché la Tunisia venga invece dichiarata un paese sicuro, insieme all’Algeria e al Marocco. Una proposta a cui si oppongono soprattutto in Verdi tedeschi.

La volontà di ridurre l’immigrazione proveniente da alcuni stati del Nord Africa non è soltanto legata alla posizione di chi voglia distinguere tra immigrazione economica e diritto d’asilo. Guido Steinberg, esperto di terrorismo della SWP - Stiftung Wissenschaft und Politik, uno dei think thank strategici più vicini alle istituzioni tedesche, ha apertamente sottolineato il numero superiore alla media di cittadini marocchini e tunisini tra le fila dello Stato Islamico e del terrorismo islamista. Le motivazioni di questa tendenza non sono del tutto chiare, ma c’è chi in Germania ne vuole, per prima cosa, arginare le conseguenze.

4 - Collaborazione interna ed esterna di polizia e intelligence

Molti tendono a dimenticarlo, ma la Germania è una Repubblica federale, con tutto quello che ne deriva, anche quando si tratta di indagini di polizia. Secondo alcuni è arrivato il momento di unificare maggiormente i lavori dei vari LKA, gli uffici di polizia regionali. Anis Amri si è mosso in diverse città tedesche e la frammentazione regionale della Germania può aver favorito il suo uso di documenti contraffatti e la sua capacità di prendersi sostanzialmente gioco del sistema burocratico tedesco.

Allo stesso tempo, il caso di Amri dimostra come anche la collaborazione di intelligence tra stati europei sia decisamente insufficiente, soprattutto se si considera la libertà di circolazione dovuta al Trattato di Schengen. Amri è stato 4 anni in carcere in Italia, ma non è chiaro se i tedeschi fossero più o meno al corrente dei suoi trascorsi giudiziari. Le informazioni di questo tipo continuano a essere raccolte dai singoli stati e vengono sostanzialmente conservate in compartimenti stagni difficilmente correlabili tra loro. Esiste una banca dati dell’Europol, ma non esiste l’obbligo, per ciascun paese, di aggiornarla. Non solo: malgrado le collaborazioni formali, ciascun servizio di intelligence nazionale è fisiologicamente diffidente verso l’altro e geloso delle proprie informazioni. Uno scenario, questo, che verrebbe unicamente superato in caso di creazione di una forza militare europea, che renderebbe anche omogenei gli interessi di intelligence e di polizia. La tendenza attuale, però, va chiaramente nel senso opposto, con le continue sospensioni del Trattato di Schengen che sembrano una via progressiva alla sua definitiva liquidazione. A questo proposito, dopo l’attentato di Berlino, il Ministro dell’Interno tedesco Thomas de Maizière ha dichiarato di non prevedere una data di sospensione degli attuali controlli speciali tra il confine tedesco e quello austriaco.

5 - Espansione della videosorveglianza

Un altro tema dibattuto con una certa insistenza in Germania è quello di un incremento della videosorveglianza. Pare che il mercatino berlinese di Breitscheidplatz non fosse praticamente coperto da alcuna telecamera diretta, una circostanza che potrebbe aver rallentato ulteriormente le indagini dopo l’attacco.

L’approccio al rafforzamento della videosorveglianza è anche emblematico del possibile conflitto istituzionale tra governo nazionale e länder regionali. Mentre il Governo vuole ora permettere di estendere agli spazi pubblici il raggio d’azione delle telecamere di luoghi privati (negozi, banche, alberghi), realtà locali come il Senato dello Stato di Berlino, invece, si stanno opponendo all’espansione della videosorveglianza. La Breitscheidplatz dove si tiene il mercatino della strage, ad esempio, è uno spazio pubblico che compete alla giurisdizione locale berlinese e spetterebbe al Senato di Berlino decidere in merito.

Nella Capitale tedesca funziona da anni un sistema di videosorveglianza sui mezzi pubblici e nelle stazioni della metro. Proprio nelle ultime settimane è stata la diffusione virale delle immagini di queste videocamere a portare all’identificazione dell’aggressore di una donna nella stazione di Hermannstraße e all’arresto di una gang che ha aggredito un senzatetto nella stazione di Schönleinstraße. Malgrado gli effettivi contributi nelle indagini dopo un reato, tuttavia, quello della videosorveglianza è un punto di svolta tradizionalmente delicato nel lacerante contrasto tra sicurezza e libertà. Il fatto che il tema emerga dopo una strage terroristica dimostra come, in ultima analisi, il terrorismo sia già ampiamente riuscito a minare certezze e possibilità di una società aperta. Una società aperta di cui, per anni, la città di Berlino è stata una vera e propria avanguardia sociale e culturale.

6- La politica estera tedesca

Quello delle correlazioni tra la politica estera tedesca e l’esposizione al terrorismo islamista è una tematica che è stata portata avanti anche in seguito all’attentato di Berlino. Da anni, dopo un attentato terroristico in Europa, si apre la questione delle responsabilità europee nelle guerre che stanno sventrando il Medio Oriente. Quella che sembra però destinata a perdere molta legittimità, anche in Germania, è una tendenza a trattare la questione con una certa superficialità e, talvolta, con abusate formule di derivazione terzomondista.

In un mondo multipolare come quello attuale, è sempre più evidente che l’intreccio di responsabilità ed equilibri geopolitici sia molto più eterogeneo di quanto si creda. La fine del paradigma di un compatto Occidente come dominatore del mondo sta sancendo anche la fine della narrazione della sua responsabilità unica e assoluta.

Resta certo fondamentale notare come la Germania sia ancora presente militarmente in Afghanistan, sia particolarmente attiva nel commercio d’armi e abbia un strutturale ruolo nelle posizioni dell’UE in merito al devastante caos siriano. Ma molti tedeschi sembrano oggi poco pronti ad accettare la narrazione di un terrorismo in patria come letale conseguenza di un’arbitraria aggressione che il proprio paese starebbe compiendo all’estero.

Il successo del nuovo populismo di destra in Europa, del resto, si basa anche su questo: la promessa di liberazione dal senso di colpa occidentale e da tutti i paradigmi che ne conseguono. Una promessa di liberazione che può anche essere considerata ingannevole, ma contro cui bisognerebbe mettere in campo narrazioni meno superficiali di quelle utilizzate fino a oggi.

7 - La rete salafita radicale e i suoi finanziatori

Se si vuole guardare al terrorismo da una prospettiva di guerra, piuttosto, bisognerebbe notare come questo non si propaghi soltanto dal sedicente Stato Islamico, ma anche da una fitta rete di sostenitori e finanziatori. Quello che bisognerà capire in Germania, ora, è quanto questa rete di supporto economico al terrorismo combaci con quella che, da anni, sostiene e favorisce il diffondersi dell’islamismo radicale nelle città tedesche.

Si è detto che gli autori materiali degli atti di terrore in Germania siano stati, fino a oggi, richiedenti asilo da poco giunti nel paese. Questo non significa, tuttavia, che non ci sia un tessuto islamista radicale a cui gli esecutori materiali si appoggino o possano fare riferimento. Anche nel caso di attacchi terroristici scarsamente organizzati, è da considerare fondamentale il ruolo della propaganda, dell’indottrinamento e del sostegno ideologico jihadista.

Secondo quanto è emerso, Anis Amri ha avuto contatti con diversi predicatori salafiti in Germania. Tra questi spicca certamente l’uomo noto come Abu Walaa, salafita di Kassel, recentemente arrestato perché considerato “il nr. 1 dell’ISIS in Germania”.

Quello dello sviluppo del salafismo politico nelle città tedesche è un problema noto da tempo. L’intelligence tedesca stima che, al momento, siano 10 mila i militanti salafiti in Germania, molti dei quali giovanissimi. Non solo, già nel 2013, Hans-Georg Maaßen, attuale Presidente del Bundesverfassungsschutz tedesco, ha ufficialmente dichiarato che si possa concludere che: “il salafismo sia l’anticamera del terrorismo”. Negli ultimi mesi, inoltre, stanno emergendo nuovi dettagli sul sostegno al salafismo radicale da parte delle monarchie del Golfo, Arabia Saudita e Qatar in testa.

In un rapporto divenuto pubblico tramite la Süddeutsche Zeitung, i servizi di intelligence tedesca hanno rilevato come la scena dell’estremismo salafita in Germania venga ampiamente finanziata da fondi sauditi e qatarioti (non ufficialmente legati ai rispettivi governi). Il rapporto sottolinea anche che non ci sia evidenza di “differenze tra il salafismo missionario e quello jihadista”, che esista il pericolo della propaganda estremista presso le nuove comunità di rifugiati e che il tutto ruoti attorno a una strategia di espansione sul lungo periodo. Parlare di terrorismo e radicalismo islamista in Germania, quindi, significherà sempre di più doversi confrontare con la realtà di formali alleanze internazionali le cui ambiguità sono sempre meno sostenibili e accettabili.

8 - I rapporti tra criminalità e islamismo radicale

Anis Amri è stato attenzionato dalla polizia berlinese da marzo a settembre di quest’anno, proprio a causa delle sue frequentazione negli ambienti del salafismo radicale. Dopo un po’, però, l’osservazione è stata interrotta perché non più giudicata rilevante, probabilmente anche perché Amri sembrava più dedito a cercare di muoversi nell’ambiente della microcriminalità.

I rapporti tra islamismo radicale e microcriminalità metropolitana, tuttavia, sono costantemente riscontrabili nei casi di terrorismo in Europa. Questo vale per gli attentati francesi così come per quelli in Belgio. Lo stesso presunto attentatore di Berlino ha accelerato il proprio processo di radicalizzazione in carcere, a Palermo, confermando le tendenze di quelle che il New York Times aveva già giustamente definito forme di gangster-Islam. Tipologie di estremismo islamista che si basano spesso su messaggi religiosi semplificati e su un certo jihadismo-pop, forme di comunicazione rese facilmente fruibili allo scopo di arruolare nuova manovalanza suicida. Si tratta di scenari di cui qualsiasi politica di anti-terrorismo dovrà avere piena consapevolezza e una costante comprensione.

9 - Le indagini sulla strage di Berlino

Al di là di ciascuna delle singole prospettive e tematiche fin qui trattate, è infine evidente quanto venga ora considerata cruciale l’individuazione completa di tutti i responsabili dell’attentato terroristico al mercatino di Breitscheidplatz, inclusi fiancheggiatori e promotori di quello che è il primo attacco terroristico islamista che abbia causato morti in Germania. Gli attacchi terroristici in Europa vengono sempre seguiti da un’ampia ondata emotiva che, tuttavia, è solita esaurirsi molto velocemente, soprattutto una volta che si sono svolti alcuni riti simbolici tipici della nostra contemporaneità. 

Il lutto per le 12 vittime di Berlino, però, esige molto di più. La ricerca di tutti i colpevoli di quanto sia avvenuto lo scorso 19 dicembre, di fatto, è ora un compito irrinunciabile.

 @lorenzomonfreg

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