photo credit: www.rainews.it
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L’attentatore di Berlino, il ventiquattrenne tunisino Anis Amri, è stato ucciso stanotte durante uno scontro a fuoco in piazza I Maggio, nei pressi della stazione ferroviaria di Sesto San Giovanni, il popoloso centro industriale della città metropolitana di Milano.


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L’uomo più ricercato d’Europa era appena arrivato in treno dalla Francia ed è incappato in un normale controllo di polizia.  Quando l’hanno fermato ha urlato “Poliziotti bastardi” e dopo aver estratto una calibro 22 ha sparato contro gli agenti, ferendone uno alla spalla. A quel punto uno dei due poliziotti, il ventinovenne siciliano Luca Scatà, in prova presso il commissariato di Sesto San Giovanni, ha risposto al fuoco e lo ha ucciso. L’agente ferito è il trentaseienne friulano Cristian Movio ed è ricoverato all’ospedale San Gerardo di Monza.

Dai primi accertamenti dalla Digos, coordinati dal capo dell’antiterrorismo milanese Alberto Nobili, il killer di Berlino era arrivato in Italia dalla Francia, esattamente da Chambery, in Savoia, da qui ha raggiunto Torino dove si era fermato tre ore. Dal capoluogo piemontese ha preso poi un treno per Milano dove è arrivato attorno all’una di notte. Infine, dalla Stazione Centrale si è spostato a Sesto San Giovanni dove attorno alle tre ha incrociato i due agenti della volante, che durante la sparatoria che ne è seguita lo hanno ucciso.

Nelle ultime ore è emerso che, oltre all’autista del tir Lukasz Urban e alle dodici persone rimaste uccise lunedì scorso nell’attacco al mercatino di Natale a Berlino, Amri potrebbe aver assassinato un’altra persona. Si tratterebbe di un sedicenne, Victor E., accoltellato lo scorso 16 ottobre ad Amburgo, nei pressi del ponte Kennedy sulle rive del fiume Alster. L’inspiegabile uccisione dell’adolescente era stata rivendicata due settimane dopo dall’ISIS, attraverso la sua agenzia Amaq.

Non desta sorpresa che il jihadista tunisino abbia cercato rifugio in Italia, dove aveva trascorso la maggior parte degli ultimi anni della sua sanguinaria esistenza. Anis Amri era sbarcato nel 2011 a Lampedusa, dichiarando di avere 17 anni anche se in realtà era già maggiorenne. Ospitato nel centro di accoglienza dell’isola, aveva appiccato il fuoco in due reparti della struttura e per questo era stato arrestato con l’accusa di incendio, furto, appropriazione indebita e condannato a quattro anni di carcere.

I suoi comportamenti violenti durante la detenzione ne hanno reso necessario lo spostamento in sei diverse carceri siciliane per motivi di sicurezza: quello di Catania “Piazza Lanza”, quello di Enna “Luigi Bodenza”, quello di Sciacca, quello di Agrigento, il Pagliarelli di Palermo e da ultimo l’Ucciardone, sempre a Palermo, dove è stato scarcerato il 18 maggio 2015.

Dopo il rilascio, Amri ignora il decreto di espulsione immediata che arriva da Roma e resta due mesi in Italia, per poi decidere di spostarsi a Friburgo, in Germania. Nella località a ridosso della Foresta nera non rimane a lungo e si sposta nel Land Nord Reno-Westfalia, dove viene registrato in un centro per richiedenti asilo a Emmerich, mentre la polizia locale avvia un’indagine nei suoi confronti.

A dicembre 2015 — come ricostruisce la Suddeutsche Zeitung — finisce “sotto osservazione” per i suoi legami con il con il circolo salafita di Ahmad Abdelazziz, conosciuto anche come Abu Walaa, predicatore estremista iracheno ritenuto dai servizi di sicurezza tedeschi come uno dei principali referenti dello Stato Islamico in Germania. Walaa è stato arrestato a novembre nella città tedesca di Hildesheim (Bassa Sassonia), con l’accusa di reclutare soldati per il jihad in Siria e in Iraq.  Forse anche per questo il gruppo di al-Baghdadi ha rivendicato l’attacco a Berlino definendo Anis un suo “soldato”.

Dal febbraio 2016, il giovane estremista si sposta nella capitale tedesca, dove viene classificato dai servizi di sicurezza come “pericoloso”. Nel luglio 2016 la Germania rifiuta la sua richiesta d’asilo, ma il terrorista non può tornare al suo Paese d’origine, perché dopo la sua scarcerazione in Italia, le autorità tunisine non avevano perfezionato la pratica di riconoscimento obbligatoria per poter procedere al rimpatrio nei tempi previsti dalla legge.

In attesa dei documenti, pur non avendo ottenuto asilo nel Paese, Amri viene “tollerato” con la cosiddetta Duldung, un permesso di permanenza temporanea, proprio quello ritrovato nel camion usato per la strage di Berlino e che ha fatto scattare la caccia all’uomo.

La pericolosità e personalità di Amri venne denunciata dal nostro DAP al Comitato analisi strategica dell’antiterrorismo, segnalando “episodi in cui manifestava forme di radicalizzazione e di adesione ideale al terrorismo di matrice islamica”, riportando anche alcuni episodi di violenza tra i quali quello con un altro detenuto cristiano, al quale aveva giurato di tagliare la testa.

Nei giorni scorsi, il Mirror ha anche ventilato l’ipotesi che Amri fosse legato ad Ansar al Sharia, il gruppo che il 26 giugno dello scorso anno portò a termine una carneficina sulla spiaggia di Sousse in Tunisia, uccidendo 38 persone. Su Facebook vi è un profilo che riporta la sua foto e risulta essere la stessa persona, che su un altro account inneggia al gruppo terrorista responsabile della strage.

Molto probabilmente, l’ipotesi avanzata del quotidiano britannico non troverà riscontri, anche perché Ansar al Sharia è legata ad al Qaeda e non allo Stato Islamico, del quale il giovane tunisino aveva sposato la causa.

Senza dubbio, però Amri era una scheggia impazzita, un latitante pericolosissimo che avrebbe potuto compiere altri attentati, anche nel nostro Paese, dove stanotte ha concluso la sua escalation criminale coperto da un lenzuolo di carta stagnola, steso sul selciato nei pressi della stazione di Sesto San Giovanni.

@afrofocus

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