Dopo la vittoria della destra, Bruxelles e altre cancellerie temono che si saldi la liaison tra Vienna e i governi riottosi del gruppo Visegrad. Ma c’è un’altro, più ampio progetto geopolitico al quale la Ue e la Russia dovrebbero guardare con attenzione

Il leader del Partito Popolare Sebastian Kurz arriva all'ufficio presidenziale dello storico palazzo Hofburg a Vienna, in Austria, il 17 ottobre 2017. REUTERS / Leonhard Foeger
Il leader del Partito Popolare Sebastian Kurz arriva all'ufficio presidenziale dello storico palazzo Hofburg a Vienna, in Austria, il 17 ottobre 2017. REUTERS / Leonhard Foeger

Il capo di Stato austriaco Alexander Van der Bellen, ricevendo martedì i capi dei partiti che comporranno il nuovo Parlamento austriaco, ha pronunciato frasi inequivocabili: “Al termine di ogni confronto elettorale ci sono sempre vincitori e vinti” ha esordito, “ma indipendentemente dalle diverse posizioni politiche, è fuori dubbio che il fine prioritario deve sempre essere quello di assicurare all’Austria un futuro prospero”. Van der Bellen ha anche cercato di mandare un segnale rassicurante a Bruxelles, sottolineando che avrà un occhio particolarmente attento affinché “i valori fondanti dell’Europa continuino a essere la bussola dell’agire politico”.


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Parole che volevano al tempo stesso essere un messaggio rivolto ai vicini dell’est e a tutte quelle forze populiste degli altri paesi, che si sono mostrate molto soddisfatte dell’avanzata della destra conservatrice, cioè il partito popolare Övp, guidato dal giovane cancelliere in pectore Sebastian Kurz, e di quella nazionalista, l’Fpö guidata da Heinz-Christian Strache, i cui trascorsi giovanili anche tra gruppi neonazisti suscita allarme.

Congratulazioni entusiaste sono arrivate infatti dai nazionalisti tedeschi Alternative für Deutschland (AfD), dalla Lega Nord e dai francesi del Front National. Quest’ultimo sottolineava che l’esito elettorale austriaco rappresenta “una meritata sconfitta di Bruxelles che ignora il diritto dell’autodeterminazione dei popoli”. L’Fpö è peraltro uno dei membri fondatori del gruppo Fronte nazionale europeo (FNE) che a Strasburgo conta 37 deputati. 

Particolarmente contenta si è mostrata la stampa filogovernativa ungherese. All’indomani del voto il quotidiano di Budapest Magyar Idök osservava: “L’Austria è senz’ombra di dubbio un partner importante per l’Ungheria. Non solo per il patto di solidarietà che li unisce, ma anche per i forti interessi bilaterali. Un’Austria stabile ed equilibrata rappresenta per l’Ungheria un vero regalo, ma vale anche il viceversa. Il Paese non fa parte del gruppo Visegrad (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia) e non sarebbe nemmeno auspicabile che questa collaborazione a quattro tornata a essere vitale, si allarghi a un altro membro. Ma un’Austria aperta a nuove idee e soluzioni mitteleuropee, rappresenterebbe ovviamente un dono per tutti. Per l’Ue che si è incagliata e per i quattro di Visegrad in attesa di un vero cambiamento. La vittoria di Sebastian Kurz costituisce a tal proposito una base di partenza eccellente. Certo, resta ancora da vedere come immagina il futuro, la coalizione, se con o senza l’Fpö (dunque, se con o senza un partner populista di destra)”.

Nel commento di questo quotidiano risultano interessanti due cose. La prima è che, considerando la sua vicinanza al governo guidato dal premier Viktor Orban, è curioso che punti a sua volta il dito contro l’Fpö definendolo “partito populista di destra”. L’altro punto riguarda il fatto che il gruppo di Visegrad non voglia allargarsi.

Il perché di queste posizioni lo si può evincere da quanto ha scritto nella sua rubrica settimanale sul quotidiano viennese der Standard Paul Lendvai – uno dei più autorevoli commentatori austriaci, di origine ungherese, e profondo conoscitore di quanto succede dall’altra parte dell’ex cortina di ferro.

Secondo lui il gruppo è già abbastanza diviso al suo interno, da non aver bisogno di un altro membro che la pensi diversamente, per esempio sul nucleare. Budapest e Varsavia poi hanno una politica radicalmente diversa nei confronti della Russia. Sono enormi inoltre le differenze (economicamente parlando) tra la rigogliosa e politicamente neutrale Austria e i quattro Stati post-comunisti tutti membri della Nato. Gli stipendi netti molto più alti in Austria esercitano un effetto calamita su molte migliaia di lavoratori ungheresi, slovacchi, cechi e polacchi. E curiosamente proprio i politici dell’Fpö che negli ultimi tempi reclamano ad alta voce un legame più stretto, se non addirittura l’ingresso dell’Austria nel gruppo di Visegrad, criticano altrettanto sonoramente l’arrivo dei lavoratori di questi stati.

L’Austria forse non farà quindi mai parte del gruppo Visegrad. In compenso è membro dell’Iniziativa dei Tre Mari, composta da dodici Stati dislocati tra il Mar Baltico, quello Adriatico e il Mar Nero, ovvero Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Romania, Bulgaria, Lituania, Estonia, Lettonia, Croazia, Slovenia e appunto Austria.

L’iniziativa lanciata nel 2016 è di marca polacca ed è ispirata alla visione dell’Intermarium del padre della patria Józef Pilsudski. Quest’anno il vertice, sempre a Varsavia, è coinciso con la visita del presidente americano Donald Trump, che ha enfatizzato la forte connotazione anti-russa del progetto. Al tempo stesso l’Iniziativa dei Tre Mari è finalizzata ad avere, in quanto gruppo compatto che rappresenta l’Europa centro e sudorientale, più peso nelle decisioni politiche dell’Ue.

Tornando alla politica che fa perno su Vienna, l’Austria da sempre caldeggia l’ingresso rapido dei Paesi balcanici non ancora nell’Ue, cioè Serbia e Montenegro. E in questa regione Kurz si è sempre mostrato particolarmente attivo, a iniziare appunto dalla chiusura della rotta balcanica, cosa per la quale gli Stati toccati dal passaggio in massa dei profughi nel 2015, gli sono grati.

Non è chiaro però se queste alleanze sono tese a facilitare convergenze tra gli stati membri dell’Ue, oppure possono contribuire a spaccare l’Unione, magari aiutando de facto la strategia del divide et impera attuata oggi dagli Usa di Trump e prima ancora dalla Russia di Putin.

Oggi il giovane Kurz si presenterà per la prima volta alla riunione dei partiti popolari europei a Bruxelles come leader dell’Övpe cancelliere austriaco in pectore. Difficile che lo si sottoponga subito a un interrogatorio incrociato, ma al di là della coalizione che vorrà mettere in piedi a Vienna, sarà utile che Bruxelles inizi sin da subito a guardare la cartina del vecchio continente con maggior cognizione di causa.

@affaticati

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