Di certo c’è la data dell’addio. E il fatto che un altro referendum non ci sarà. Anche perché se ci fosse, il premier, mai così debole, non saprebbe cosa votare. Il resto è un futuro al buio, che include l’opzione sempre più concreta di un costoso divorzio senza accordo. 

Quel che rimane dello slogan conservatore da cui sono cadute le lettere immediatamente dopo che Theresa May ha concluso il suo discorso alla conferenza del Partito. Manchester, 4 ottobre 2017. REUTERS / Hannah McKay
Quel che rimane dello slogan conservatore da cui sono cadute le lettere immediatamente dopo che Theresa May ha concluso il suo discorso alla conferenza del Partito. Manchester, 4 ottobre 2017. REUTERS / Hannah McKay

«La verità è che il primo ministro non ha risposte perché è alla guida di un partito lacerato, diviso e in lotta al suo interno proprio sulla Brexit!». Se un anno fa avessero detto a Jeremy Corbyn, il cui Partito Laburista era dilaniato da una guerra intestina furibonda, la cui leadership era messa in discussione e le cui prospettive elettorali apparivano meste, che avrebbe potuto rivolgersi a Theresa May con una battuta simile, si sarebbe messo a ridere. E invece ieri, durante un Q&A alla Camera dei Comuni, una delle battute più dure del leader dell’opposizione britannica, è stata proprio questa. A dire il vero neppure i laburisti hanno una posizione chiarissima su ciascuna delle domande inevase che riguardano la Brexit, ma al 10 di Downing street non ci sono loro.


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Confine con l’Irlanda o no? Quale libertà di movimento, residenza, lavoro per i cittadini europei residenti nel Regno Unito? Che mercato e che dazi doganali per l’import-export con i Paesi dell’Unione europea? Il governo di Theresa May non sembra avere delle risposte definitive a queste domande difficili. Due solo certezze sembrano esserci tra i conservatori: non ci sarà un secondo referendum sulla membership e la data in cui il Regno Unito non sarà più parte dell’Unione ovvero la mezzanotte e un secondo del 30 marzo 2019.

L’altra certezza/incertezza è relativa all’ipotesi dell’assenza di un accordo tra i negoziatori europei e quelli britannici: il governo di Londra sta preparando i piani nel caso in cui non se ne trovi uno. Incertezza rimane persino sull’ipotesi di rottura, sarà pacifica o, come detto il Cancelliere dello Scacchiere Hammond durante un’audizione, c’è anche la possibilità di una rottura bellicosa?

Ma a che punto siamo nelle trattative? La cornice dei negoziati stabilita da Bruxelles prevede che prima di discutere del futuro delle relazioni commerciali, ci si accordi sul presente: ovvero lo status e i diritti dei residenti stranieri, il confine irlandese - un tema delicato anche per gli equilibri nord-irlandesi, dovesse tornare la frontiera chiusa - e il conto che Londra deve pagare a Bruxelles prima di uscire. Prima ci si accorda su questo, poi si parla del resto, è il mandato ricevuto dal capo negoziatore europeo, il francese Michel Barnier, che ha rispedito al mittente la battuta di May sulla palla in campo europeo dicendo a un cronista, con aria seria: “Brexit is not a game”. Le posizioni sono particolarmente distanti sulla bolletta da pagare: i britannici offrono 20 miliardi di sterline, in origine si era parlato di 60, ma 50 dovrebbero bastare.

Per conto suo, Londra insiste sulla necessità di non lavorare sulle pre-condizioni ma sui due anni di transizione post Brexit. Mentre tutto si aggiusta, come faremo a scambiarci informazioni cruciali, che ne sarà del traffico aereo e così via? Il governo conservatore chiede di discuterne e il Cancelliere dello Scacchiere è convinto che anche nel team di Barnier ci siano dubbi sulla rigidità della cornice fissata da Bruxelles, ovvero le due fasi del negoziato che abbiamo descritto.

Non sappiamo se sia così, ma osserviamo un’Unione europea piuttosto unita e abbiamo sentito le parole di Donald Tusk che, rispondendo al discorso di May sulla Brexit ai Comuni ha detto: «Noi lavoriamo per raggiungere un risultato positivo ma, certo, la possibilità di un mancato accordo è concreta». Specie se non si faranno passi in avanti entro l’anno. Più si va avanti e più l’incertezza sul futuro renderà complicate le cose: le persone lasceranno il Paese, i migliori cercheranno lavoro altrove, le imprese si sposteranno, le candidature per sostituirsi alla City si faranno concrete. La Danimarca ha già invitato i cittadini Ue a trasferirsi.

Il Cancelliere Hammond ha ammesso che in caso di rottura serviranno molti soldi per rispondere alle emergenze, ma si è rifiutato di fare cifre o di cominciare già a lavorare in quella direzione, quindi accantonare e individuare dove spendere. La puntualizzazione è importante perché i brexiteers duri e puri non ritengono che la rottura sarebbe una catastrofe e chiedono al loro governo di cominciare a lavorare per non subirne le conseguenze.

Da dove viene tanta incertezza e debolezza nelle posizioni britanniche? Una valutazione generale riguarda proprio il referendum e la propaganda che ne ha costruito la vittoria: come in Catalogna in questi giorni, le difficoltà e le conseguenze economiche immediate si sono messe da parte e a prevalere sono stati i toni nazionalistici. Opinione pubblica e classe politica non hanno ragionato dunque sul dopo fino a quando “il dopo” ha bussato con forza alla porta come il “tristo mietitore”, la morte che interrompe un'allegra cena in un cottage della campagna britannica ne Il senso della vita di Monty Python. Il mercato immobiliare di Londra non ha conosciuto il boom che ci si aspettava, le previsioni per l’agricoltura britannica fuori dalla quote e dai sussidi sono apocalittiche (metà dei profitti scomparsi, secondo un rapporto dell’Agriculture and Horticulture Development Board) e gli europei che hanno lasciato il Paese sono 122mila nel 2017.

E così il partito conservatore si trova diviso come il suo governo, con il ministro degli Esteri Boris Johnson che da un lato complotta per destituire May e dall’altro finge di mettere i complottisti in riga con delle dichiarazioni contro coloro che hanno pubblicamente preso le distanze dal primo ministro. May è costretta a usare toni rassicuranti, ma cammina su una strada stretta. La premier non sa cosa rispondere neppure quando durante un’intervista radiofonica le viene chiesto: “Cosa voterebbe oggi lei che ha votato Remain?”. La mancata risposta a questa domanda ipotetica, la posizione di Hammond sui soldi da accantonare in caso di fallimento dei negoziati, la battuta del First Secretary of State Greene secondo cui, pur rispettando l’esito del voto, «staremmo meglio avesse vinto il Remain», sono tutti argomenti utili per coloro che ritengono May inadatta a guidare il proprio Paese fuori dall’Europa.

Si tratta degli stessi avversari interni che non hanno il coraggio di cacciarla perché sanno che si troverebbero nella posizione di debolezza nella quale oggi si trova la premier. Per quanto debole sia, per adesso e a meno di colpi di scena nel prossimo vertice europeo del 19 ottobre, May è destinata a restare al suo posto. La sua immane debolezza è, paradossalmente, il suo unico punto di forza.

@minomazz

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