La “sospensione” dell’indipendenza lascia l’iniziativa a Madrid. Sul tavolo c’è una proposta di dialogo che la Moncloa non vuole avviare. Ma ora, commissariare il governo catalano è più difficile. In imbarazzo anche i socialisti, soddisfatto Podemos

Carles Puigdemont ride in chiusura della sessione plenaria del parlamento regionale catalano. Barcellona, Spagna, 10 ottobre 2017. REUTERS / Albert Gea
Carles Puigdemont ride in chiusura della sessione plenaria del parlamento regionale catalano. Barcellona, Spagna, 10 ottobre 2017. REUTERS / Albert Gea

"Non vi aspettate minacce o insulti, stiamo vivendo un momento molto serio", dice il presidente del Governo della regione autonoma della Catalogna, Carles Puigdemont, all'inizio del tanto atteso discorso. Alla fine, con lo stesso tono un po’ piatto pronuncia le parole che tutti, i pro e i contro, si aspettano: l’impegno a far diventare la Catalogna uno Stato indipendente. L’indipendenza dura pochi secondi, il tempo di aggiungere: "Chiedo al Parlament di sospendere gli effetti della dichiarazione di indipendenza per permettere nelle prossime settimane l’apertura di un processo di dialogo e negoziato”. E con la sospensione, Puigdemont ha complicato la vita al governo di Madrid.


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“Negli scacchi si muove la pedina in questo modo per costringere l’avversario a prendere l’iniziativa”, spiega a eastwest.eu subito dopo il discorso l'analista e stratega politica Imma Aguilar Nacher. “In altre parole, Puigdemont passa al governo spagnolo il compito di fare le proposte alla Catalogna per evitare l'indipendenza. Non è esattamente un passo indietro, ma lascia al governo spagnolo in una posizione difficile perché non si trova sul tavolo una reale e autentica dichiarazione di indipendenza. Il governo catalano obbliga così il governo [centrale] ad agire ma gli mette il bastone tra le ruote, rendendo più complicate quelle misure drastiche che diversamente avrebbe potuto prendere".

Le reazioni che arrivano da Madrid confermano la valutazione di Aguilar. Si attendeva una dichiarazione immediata dal presidente Mariano Rajoy, ma si è sentito solo il suo portavoce con un generico “inammissibile”. In imbarazzo anche i leader socialista  Pedro Sánchez, al quale una dichiarazione netta avrebbe permesso di dare pieno appoggio Partito popolare. A complicare le cose allo Psoe ci sono le lodi al “responsabile” discorso di Puigdemont di Nuria Marin, sindaco socialista di Hospitalet del Llobregat, un importante distretto di Barcellona. Il capogruppo del Psoe catalano invece lo ha criticato invocando nuove elezioni.

Ma nuove elezioni sarebbero una strada rischiosa, perché gli eventi delle ultime settimane – dall’intervento duro della polizia alla delusione dell’estrema sinistra (che voleva l’indipendenza immediata) fino alla prevedibile chiusura al dialogo da parte della presidenza - potrebbe spingere qualche indeciso a votare indipendentista per arrivare a un referedum concordato, che è presumibilmente l’obiettivo di Puigdemont.

Il tono del discorso ha permesso a Pablo Iglesias di Podemos di parlare del “buon senso di Puigdemont“ e di sottolineare la parola "dialogo", mentre Albert Rivera, leader di Ciudadanos, il partito che dà la maggioranza a Rajoy, vuole una applicazione immediata dell'articolo 155, ossia la "coercizione federale" per i casi di crisi. Il segreto meglio tenuto in questi giorni nei palazzi di governo a Madrid, e su buona parte della stampa, è che applicarlo costringerebbe a definire un nuovo regime giuridico anche per lo Stato spagnolo. Ciò richiederebbe l'approvazione della Commissione delle comunità autonome (non tutte centraliste) e poi del plenum del Senato a maggioranza assoluta. "È un passo che il capo del governo non vuole fare. Il suo obiettivo è creare una sorta di vuoto giuridico che gli permetta di agire senza alcun controllo giuridico come in queste settimane in Catalogna, dove di fatto si sta sospendendo l’autonomia", scrive il professore di Diritto costituzionale dell'Università di Siviglia, Javier Pérez Royo.

L'indipendenza "differita" di Puigdemont era uno degli scenari possibili proprio perché non rompeva la promessa fatta agli indipendentisti, non costringeva il sindaco di Barcelona Colau a schierarsi in modo netto e non serviva neppure sul piatto d’argento al governo il pretesto per interventi drastici. I discorsi dei gruppi di opposizione, invece, erano già stati scritti per rispondere a una indipendenza tout court, qualcuno legalistico, altri con più pathos. Inés Arrimada di Ciudadanos ha brandito un passaporto, dicendo "spero che i miei parenti non ne avranno bisogno per venirmi a trovare dall'Andalusia". Arrimada ha parlato in spagnolo, come Xavier Albiol, il capogruppo del Pp, tutti gli altri in catalano. Non è una questione di lana caprina: lo stesso Puigdemont a un certo punto è passato improvvisamente allo spagnolo per dire che con il suo"messaggio di serenità e rispetto” egli affermava di non avere niente “contro la Spagna o gli spagnoli se non uno status quo che i catalani non hanno votato".

Puigdemont e i suoi hanno mandato un messaggio anche al pubblico internazionale menzionando varie volte il comportamento "pacifico di chi voleva solo votare" o manifestare. Ora tutto può succedere, ma una occupazione con la forza degli uffici del governo catalano non gioverebbe all'immagine del governo Rajoy. Non dopo i titoli della stampa estera – i cui giornalisti intasavano gli spaziosi corridoi del Parlament - che stamani ruotano in buona parte attorno al concetto "Indipendenza sospesa per lasciare spazio il dialogo".

Martedì il presidente del Consiglio d'Europa Donald Tusk aveva sollecitato Puigdemont a non rendere il dialogo impossibile e, sottilmente, è stato accontentato. E di dialogo, che Rajoy non intende avviare in nessun caso e men che meno "sotto ricatto", hanno parlato il Fmi e la Commissione Europea. "In questo Paese mancano strategia e comunicazione politica" , spiega Imma Aguilar, "tra governo e govern non c'è mai stato un dialogo. Il secondo ha fatto la scommessa sentimentale di una narrazione identitaria basata sullo scontro con uno Stato oppressore. Il primo ha dato una risposta tardiva legale, politica e poliziesca. L'emozione non dialoga con la ragione. La Spagna non è stata in grado di far passare una sua narrazione da contrapporre all'indipendenza, per dare una prospettiva positiva alle migliaia di catalani che vogliono essere spagnoli e ai milioni di spagnoli che vogliono la Catalogna in Spagna”.

@GuiomarParada

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