Il furgoncino usato per l'attacco a Barcellona. Credit Foto Reuters-Scanpix
Il furgoncino usato per l'attacco a Barcellona. Credit Foto Reuters-Scanpix

L’attentato che giovedì scorso ha sconvolto Barcellona e quello che le forze di sicurezza spagnole hanno sventato poche ore più tardi a Cambrils dimostrano quanto il pericolo che rappresenta lo Stato Islamico (IS) sia ancora reale in Europa.


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Il gruppo jihadista, dopo nove mesi di strenua resistenza, ha perso il cosiddetto califfato di Mosul e da settimane si trova completamente accerchiato dalle milizie delle Syrian Democratic Forces, nella roccaforte siriana di Raqqa, dove il 9 aprile 2013 il suo leader Abu Bakr al-Baghdadi aveva proclamato lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante.

Nel corso degli ultimi tre anni l’IS ha perso l’80% dei territori conquistati in Iraq e il 60% di quelli occupati in Siria. Tutto questo preclude all’imminente perdita completa delle basi logistiche da parte dello Stato Islamico, che tuttavia continuerà a esistere come gruppo terroristico.

La riorganizzazione dello Stato Islamico

La riorganizzazione del gruppo, privato del suo territorio, rappresenta una sfida di notevole portata per i suoi seguaci, che già stanno mettendo in atto tattiche di guerriglia, inclusi gli attacchi contro i civili nelle aree densamente popolate dell’Iraq.

Altre tattiche, non meno letali, che prevedono l’uso di autoveicoli come armi stanno connotando l’operato dei suoi affiliati, radicalizzati attraverso internet e i social media, che negli ultimi 13 mesi hanno attaccato in maniera indiscriminata le principali città in Europa.

L’ennesimo bagno di sangue che ha avuto luogo giovedì scorso a Barcellona, segue questo modello d’attacco consolidato in altre sette occasioni a Nizza, Berlino, Londra, Stoccolma e Parigi.

La rivendicazione dell’attacco è arrivata dopo sole quattro ore attraverso un comunicato pubblicato dall’agenzia di stampa Amaq, affiliata allo Stato Islamico. Le indagini hanno rilevato che il furgone utilizzato per colpire la folla nella Rambla era stato noleggiato da un giovane marocchino, Moussa Oukabir, originario di Aghbala, una cittadina sulla catena montuosa dell’Atlante.

Il diciasettenne, rimasto ucciso nella sparatoria di Cambrils, viveva a Ripoll, ma di recente si era recato in Marocco, forse per coordinarsi nell’organizzazione dell’attentato con altri membri della cellula.

Barcellona centro del jihadismo salafita

Negli ultimi quattro anni, in tutto il Paese sono state smantellate una quarantina di cellule, il 30% delle quali operava proprio tra le Ramblas del capoluogo della Catalogna, che non solo ospita la più grande popolazione musulmana della Spagna, ma ha anche la più ampia concentrazione di islamisti radicali d’Europa ed è uno dei centri di raccolta più importanti per i jihadisti nel continente.

Nel giugno dell’anno scorso, un articolo pubblicato da El Pais aveva denunciato che nell’arco di un decennio i predicatori salafiti nella comunità autonoma spagnola erano raddoppiati e, stando ai dati forniti dalla polizia locale, un anno fa controllavano una moschea su tre.

Nel contempo sono anche proliferate le moschee illegali, spuntate nei garage, nelle cantine, nelle abitazioni private e nei retrobottega. Oltre alle cento, già smantellate dai Mossos d’Esquadra e dalla Guardia Civil, in tutta la Spagna dovrebbero essercene circa altre 800, la maggior parte delle quali è concentrata nella Comunidad Valenciana, seguita dalla regione di Madrid e dalla Catalogna.

Non è neppure un caso che alcuni degli attentatori fossero marocchini. Per la propaganda islamista, partire dal Maghreb per colpire al cuore la Spagna ribadisce il legame fra il mondo musulmano e le terre di Al Andalus, il nome che gli arabi hanno dato ai loro secolari domini nella penisola iberica, la cui riconquista è sempre stata rivendicata dello Stato Islamico.

Le stragi di Madrid del 2004

C’è anche da evidenziare, che l’attacco di Barcellona è il primo riuscito in Spagna dopo quello organizzato l’11 marzo 2004 dal Gruppo islamico di combattimento marocchino, una cellula terrorista legata ad al Qaeda, a Madrid nelle stazioni di Atocha, Pozo del Tío Raimundo, Santa Eugenia e in un quarto treno che transitava nelle vicinanze di via Téllez, a poco meno di un chilometro dalla stazione di Atocha.

Nel quadruplice attentato morirono 192 persone e ne rimasero ferite 2.057, l’attacco jihadista più sanguinoso perpetrato sul suolo europeo. I componenti della cellula, tra i quali figuravano i due coordinatori degli attentati Serhane Ben Abdelmajid detto “El Tunecino” e Jamal Ahmidan, detto “El Chino”, si fecero esplodere insieme ad altri cinque jihadisti due giorni dopo gli attentati in un appartamento nella città di Leganés, vicino a Madrid, impedendo così il loro arresto e causando la morte di un agente del Grupo Especial de Operaciones (GEO).

Dopo l’attacco dell’11 marzo, le agenzie di sicurezza spagnole hanno adottato un approccio preventivo per arginare la radicalizzazione, che ha registrato circa 170 operazioni ed oltre 700 arresti, cui sono seguiti decine di condanne, contro sospetti jihadisti. 

Fino a giovedì, le autorità spagnole si sono dimostrate molto efficaci nel prevenire attentati terroristici, come dimostra quello evitato nel gennaio 2008, quando i servizi di sicurezza sventarono un triplice attacco alla metropolitana di Barcellona arrestando una cellula legata al leader talebano Amir Baitullah Mehsud, che dal Waziristan aveva ordito un piano per colpire le città europee.

C’è anche da evidenziare che nonostante la Spagna sia uno dei primi cinque stati dell’Unione europea in termini di popolazione musulmana (pari a circa il 2,1%), il numero di cittadini o residenti che sono andati a combattere in Siria e in Iraq è notevolmente inferiore a quello di altri Paesi dell’Europa. Le stime più recenti valutano che solo circa 150 spagnoli sarebbero diventati foreign fighter in Siria, rispetto ai 1.200 dalla Francia e ai 600 della Germania e del Regno Unito. 

Qualcosa però negli ultimi anni è cambiato e la Spagna adesso è uno dei settanta Stati che partecipano alla coalizione anti-IS guidata dagli Stati Uniti, mentre i suoi militari hanno anche preso parte a operazioni di contrasto delle cellule jihadiste legate ad al-Qaeda, attive in Mali.

La propaganda del Califfato

Nell’ultimo anno, la Spagna è stata menzionata almeno 45 volte nella propaganda dello Stato Islamico, che considera Al Andalus come una parte del territorio naturale del Califfato e attualmente sotto occupazione degli infedeli.

Tutto ciò ha portato a un significativo incremento dell’attività jihadista nel Paese, come evidenziato dal video messaggio dello scorso 23 gennaio, nel quale il jihadista algerino Abu Obeida Youcef Annab, numero due di Aqmi, la branca di al Qaeda nel Maghreb islamico, aveva esortato i fondamentalisti nordafricani a “riconquistare” le due enclave spagnole di Ceuta e Melilla.

Poi, lo scorso aprile, la polizia ha arrestato nove persone sospettate di appartenere a un gruppo collegato con i jihadisti belgi che nel marzo 2016 hanno attaccato la stazione della metropolitana di Maalbeek e l’aeroporto di Zaventem a Bruxelles.

Alla fine di giugno, le autorità spagnole hanno fermato il marocchino Abdulkader Mahmoudi mentre stava preparando un attentato a Maiorca armato di coltello, seguendo il medesimo modus operandi degli attacchi di London Bridge, dove lo scorso 3 giugno sono state uccise 8 persone e più di 40 ferite.

Senza dimenticare, che l’egiziano Mohamed Atta, il capo dei 19 dirottatori suicidi degli attentati dell’11 settembre 2001, e lo yemenita Ramzi Binalshibh, tesoriere di al Qaeda e finanziatore dell’operazione, due mesi prima dei tragici eventi si incontrarono proprio a Cambrils per elaborare i dettagli finali degli attacchi sul suolo americano.

Una concatenazione di eventi remoti e attuali, che lasciava presagire che la Catalogna stava per essere scossa dalla furia omicida jihadista.

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