A Bruxelles l’accordo era a un passo. Ci ha pensato il Dup a farlo saltare sull’intricata questione del confine irlandese. Ora il partitino può determinare l’intero corso della Brexit. E far cadere il governo. Ma cosa vuole davvero la dura Arlene Foster?

Il primo ministro Theresa May. REUTERS/Matt Dunham/Pool
Il primo ministro Theresa May. REUTERS/Matt Dunham/Pool

La scena è di quelle che restano nella memoria e segnano biografie politiche: il primo ministro britannico Theresa May è a Bruxelles per il pranzo cruciale con la controparte europea, quello che potrebbe sbloccare la prima fase dei negoziati, consentire ai diplomatici europei di mettere il timbro ufficiale “sufficienti progressi” al dossier Brexit e presentare una bozza accettabile al Consiglio europeo del 14 -15 dicembre.


LEGGI ANCHE : Gli accordi per la Brexit si bloccano al confine irlandese


Il clima è positivo, come mai negli ultimi mesi. Alcune testate azzardano: accordo raggiunto al 90%. Effetto previsto: rialzo della sterlina, con i mercati sollevati dalla fine dell’incertezza, Bruxelles soddisfatta per aver ottenuto dal Regno Unito le concessioni richieste: la May criticata in patria dai soliti Hard- Brexiteers ma tutto sommato vincitrice di un match il cui esito sembrava disperato.

Poi il primo ministro si allontana per telefonare ad Arlene Foster, segretaria di ferro del Democratic Unionist Party, gli unionisti nord-irlandesi. E, soprattutto, scomoda stampella del governo May, a cui dopo le catastrofiche elezioni anticipate del giugno scorso presta i 10 parlamentari che le garantiscono la fragile maggioranza.

Il tema, esplosivo, è quello del confine fra Eire e Ulster post-Brexit. Ne abbiamo già parlato diffusamente: in sintesi, la Repubblica irlandese si oppone decisamente al ritorno di un confine  fisico e può contare sul veto di tutti i membri dell’Unione europea. Ma Brexit, almeno nella prima visione della May, significa uscita dal mercato comune e dall’unione doganale: la conseguenza logica è il ristabilimento di quel confine. A meno di accettare la proposta europea: fare un’eccezione e consentire quello che ieri è stato chiamato “allineamento regolamentare” fra Eire e Ulster: formula asettica per definire qualcosa di molto simile allo status quo, e quindi scelta politica.

La May era pronta ad accettare questa soluzione quando la Foster l’ha gelata. La prospettiva di uno status che ‘separi” o “distingua” l’Irlanda del Nord dalla madrepatria è inaccettabile per un partito unionista, con il ricordo ancora fresco della guerra civile con i cattolici repubblicani.

Non è chiaro se la Foster abbia minacciato di ritirarle il sostegno esterno o le abbia fatto presente i rischi di creare un precedente che porterebbe alla dissoluzione dell’unità politica del Regno Unito.

Rischi reali: ieri i premier di Galles e Scozia, e anche il sindaco di Londra Sadiq Khan, hanno colto l’occasione per chiedere che l’"allineamento regolamentare" si applichi anche alle proprie amministrazioni. E, in punta di diritto, non si vede perché no.

Ma il precipitare della situazione a un passo dal traguardo solleva interrogativi molto pesanti su due fronti. Uno: com’è possibile che May e Foster, strette in un faticoso matrimonio di convenienza cruciale per entrambe, non si fossero chiarite prima della missione a Bruxelles? Due le ipotesi. La prima è che la Foster avesse dato il suo assenso ma che, quando sono uscite le anticipazioni dell’accordo, si sia trovata di fronte ad una rivolta del suo partito. La seconda, più probabile, è che la bozza presentata a Bruxelles non fosse stata concordata nei dettagli e presentasse formulazioni troppo favorevoli a Dublino e penalizzanti per Belfast. In questo caso, un segnale preoccupante di incompetenza politica di Theresa May e del suo entourage.

Il governo britannico ha fino a venerdì per convincere gli Unionisti - questa la scadenza imposta dai negoziatori europei. Di fatto, ci troviamo di fronte a un inedito scenario politico, con un piccolo partito regionale che non solo tiene in ostaggio l’intero Regno Unito, ma può determinare il corso dell’intera Brexit.

La domanda successiva ora è: cosa vuole il Dup? Si trincererà su questioni ideologiche, sul principio inderogabile di indivisibilità dalla madrepatria che è la ragione della sua esistenza, o alzerà semplicemente la posta? Fonti diplomatiche ci rivelano che una accidentata via d’uscita potrebbe essere la richiesta, da Belfast, di una garanzia di equivalenza regolamentare con Londra, una sorta di “statuto speciale temperato" e valido solo su alcuni aspetti negoziali.

Snodo complesso e sofisticato, con pochissimo tempo per trovare la quadra. Arlene Foster, va sottolineato, non ha studiato ad Oxford, ma ha imparato la fatica della negoziazione politica negli anni dei Troubles, ed è nota per essere una che piuttosto che cedere fa saltare il tavolo.

C’è allora il rischio che il governo May cada sulla questione irlandese? Malgrado l’impasse apparentemente inestricabile, ci sono molte ragioni per escluderlo, almeno in questa fase.

Non conviene al Dup, che difficilmente potrebbe ritrovare un ostaggio tanto ricco. Non conviene ai Tories, che non hanno una valida alternativa e, in caso di nuove elezioni, rischiano una rovinosa sconfitta. Non conviene alla City, e nemmeno agli eredi del New Labour, che più di tutto temono un governo Corbyn.

 @permorgana

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE