Kolinda Grabar-Kitarović è il nuovo presidente della Croazia. L’undici gennaio scorso la candidata dell’Unione democratica croata (HDZ) ha sconfitto a sorpresa il presidente uscente Ivo Josipović, del partito social-democratico (SDP) con un sottilissimo margine di vantaggio: 50,7% contro 49,3%. É la prima volta di una donna presidente per la giovane repubblica croata che si trova oggi ad affrontare il settimo anno di una durissima crisi economica.


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Zagreb, Croatia Kolinda Grabar-Kitarovic of the opposition HDZ celebrates her victory in Croatia's presidential run-off election on the stage at her campaign headquarters in Zagreb January 11, 2015. Croatia's conservative opposition won a narrow presidential victory on Sunday, capitalising on popular discontent over economic decline and setting down a marker for parliamentary elections later in the year. REUTERS/Antonio Bronic

I numeri della crisi

Il paese barcolla sotto il peso di una disoccupazione al 19%, con i giovani costretti a emigrare e veterani di guerra accampati sotto al palazzo presidenziale in protesta ormai da mesi contro una riforma pensionistica che – per essere in linea con i parametri europei – rischia di gettare in miseria quelli che fino a ieri erano celebrati come eroi. Oltre il 20% della popolazione si trova a vivere sotto la soglia di povertà relativa. Il debito pubblico è passato dal 47,4% al 69% del Pil dal 2011 a oggi. Il Pil, dopo un ulteriore calo nel 2014 dello 0,5%, dovrebbe registrare nel 2015 una ripresa di 0,5 punti percentuali.

Il suicidio dei socialisti

“Non posso più guardare come questo paese, pieno di potenzialità, stia affondando” ha dichiarato in campagna elettorale Grabar-Kitarović motivando così la scelta di lasciare il suo ruolo di Assistente al Segretario generale della NATO a Bruxelles. Un ruolo prestigioso per una donna dalla lunga carriera politica: classe 1968, ministro degli Esteri durante il governo Sanader (2005-2008), fu lei a guidare la Croazia nei primi passi per l’adesione all’UE. Ambasciatore negli USA dal 2008 al 2011, poi funzionario NATO e oggi presidente, “Barbie” – come la chiamano i suoi detrattori – è ritenuta da molti croati l’unica che potrà condurre il paese fuori dalla crisi. Ad aiutarla nel successo elettorale è stata la difficoltà del governo socialista nel gestire una crisi che, nei rating dei principali istituti, ha portato i titoli di stato croati al livello di “spazzatura”. La stessa in cui rovistano molti di quei poveri censiti dalle statistiche. Poveri che hanno però ancora diritto di voto e che hanno visto nel giovane Ivan Sinčić, candidato alle presidenziali, l’unico interessato alla loro situazione. Sinčić, classe 1990, a capo del movimento “Živi zid” (scudo umano), si è guadagnato molte simpatie a sinistra lottando contro gli sfratti e gli sgomberi di edifici occupati da coloro che hanno perso lavoro e casa. Il governo socialista ha risposto con la repressione poliziesca alienandosi così molte simpatie al punto che il 16% raccolto dal giovane Sinčić ha consegnato la vittoria a Grabar-Kitarović. L’arresto per corruzione del sindaco di Zagabria, Milan Bandić, già esponente socialista, ha gettato ulteriore discredito sul SDP segnando la sorte di queste elezioni.

Patriottismo e crimine

Dopo la riforma del 2001 i poteri del presidente sono limitati, tuttavia resta una carica dall’alto valore simbolico che Grabar-Kitarović ha saputo riempire di contenuti patriottici durante una feroce campagna elettorale. Il patriottismo in Croazia è argomento che accende gli animi fin dai tempi della guerra d’indipendenza (1991-1995) che dalle parti di Zagabria chiamano, appunto, “guerra della patria”, condotta dal fondatore del HDZ, Franjo Tuđman, eroe nazionale per i croati ma criminale di guerra per i suoi nemici. Tuđman, coinvolto in torbidi con la Mala del Brenta, è stato presidente fino al 1999 esercitando un potere molto ampio, legato alle “cento famiglie” che con lui si spartivano potere e ricchezze del paese. Il suo segno è rimasto profondamente impresso nella vita politica del paese e del suo partito di cui Grabar-Kitarović è l’ultima, ma non più importante, erede.

Il vero leader del HDZ è infatti Tomislav Karamarko, già capo dei servizi segreti e ministro dell’Interno del governo Sanader. Quando nel 2008 il giornalista Ivo Pukanić, direttore del quotidiano Nacional, saltò in aria con un’autobomba nel centro di Zagabria, ci fu chi mise in relazione quell’attentato alle inchieste che il giornalista stava pubblicando e che mettevano in relazione Karamarko con ambienti della criminalità organizzata. Nel 2013 il primo ministro Ivo Sanader fu arrestato per corruzione e associazione a delinquere scoperchiando una cupola politico-mafiosa con ramificazioni nel mondo della finanza. Uno scandalo che sfiorò appena il potente Karamarko che oggi, dopo la vittoria di Grabar-Kitarović, è favorito alle elezioni parlamentari che si terranno in autunno. Così, malgrado numerosi arresti abbiano minato la credibilità del HDZ e dei suoi esponenti, il partito potrebbe riprendere il controllo del paese.

Il voto della diaspora

La società croata, tuttavia, è molto mutata negli ultimi anni e il consenso verso l’HDZ è calato a seguito dei troppi scandali. Lo dimostra l’esigua differenza di voti tra i due candidati alla poltrona presidenziale: appena 32.435 voti. A giocare un ruolo determinante nella vittoria di Grabar-Kitarović è stata la diaspora croata. Il 91,1% dei croati all’estero ha votato per la candidata del HDZ. Si è votato in 50 paesi, per un totale di 37.028 elettori: di questi, 33.737 hanno votato per Grabar-Kitarović. Sono dunque stati i cittadini croati all'estero, e non quelli residenti in Croazia, a decidere la guida del paese. Soprattutto ha pesato il voto di quei croati di Bosnia-Erzegovina che ancora vagheggiano una “grande Croazia” che comprenda tutti i territori abitati da croati. Di grande però c’è solo la crisi in cui versa il paese. L'Ecofin ha deciso di aprire una procedura per deficit eccessivo e le timide prospettive di crescita del Pil non fanno ben sperare per il futuro. La crisi economica e le sue soluzioni dipendono soprattutto dalle decisioni prese lontano da Zagabria, da parte di quell’Unione Europea cui i croati – da poco membri – guardano già con timore e sospetto.

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