I tedeschi non vogliono una terza grande coalizione. I liberali hanno buone possibilità di rivestire il ruolo di kingmaker. Lindner però fa già sapere che questa volta sarà alle condizioni del suo partito.

Christian Lindner, leader dell'FDP, durante un comizio pre elettorale a Francoforte. REUTERS/Ralph Orlowski
Christian Lindner, leader dell'FDP, durante un comizio pre elettorale a Francoforte. REUTERS/Ralph Orlowski

Christian Lindner si è mostrato alquanto battagliero questa domenica al congresso straordinario dell’FDP. A una settimana dal voto il 38enne leader dei liberali ha voluto motivare ancora una volta i suoi, riassumendo in modo conciso ed efficace i dieci punti chiave del programma liberale.


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Eccoli: istruzione – c’è bisogno di maggior coordinamento tra Stato e Länder, così come di maggiori investimenti; digitalizzazione – la banda larga deve diventare una priorità, così come la possibilità per i cittadini di avvalersi sempre più della rete nei rapporti con l’amministrazione pubblica; fisco – sgravi per il ceto medio, che include da chi riceve l’assegno sociale fin su all’ingegnere; sicurezza – va garantita non con nuove leggi ma con investimenti nelle forze di sicurezza; immigrazione – un libro bianco dovrebbe fissare i capisaldi dell’accoglienza, i liberali sono anche per un corpo di polizia europeo a guardia delle frontiere esterne dell’Ue; energia –  vanno abolite le sovvenzioni vigenti per le fonti energetiche sostenibili e va garantita una vera competizione; pensioni – si propone una “flexicurity”, che non prevede più la stessa età pensionabile per tutti, i contributi devono inoltre scendere sotto la soglia del 40 per cento; società – maggior facilità nel combinare lavoro e famiglia, un nuovo quadro normativo per le famiglie allargate, accesso facilitato alla medicina riproduttiva e alle cure palliative; Europa – i liberali sono contrari a una “socializzazione” del debito; esteri – chiara adesione all’Alleanza transatlantica con gli Usa, necessità di un esercito europeo, maggiori investimenti in Africa mentre verso la Russia c’è bisogno di fermezza, coerenza ma anche disponibilità al dialogo.

Il partito sarebbe disponibile ad assumersi un’eventuale responsabilità di governo, affermava Lindner domenica dal palco, “a patto che questi punti entrino nel programma di coalizione”. Se così non dovesse essere “andremo all’opposizione”.

Una fermezza che ha il retrogusto della sfida. E chi l’avrebbe mai immaginato quattro anni fa? Alle ultime parlamentari nel 2013 non avevano nemmeno ottenuto il 5 per cento dei voti, finendo per questo fuori dal Bundestag. La coalizione di governo dal 2009 al 2013 insieme all’Unione (la CDU di Angela Merkel e la CSU guidata dal bavarese Horst Seehofer) era stata un vero fiasco. Per i liberali, si intende, che avevano finito per appiattirsi sulle posizione dell’Unione. Tra i motivi di questa débâcle, c’era stata la scelta dell’allora capo del partito Guido Westerwelle (morto prematuramente l’anno scorso), di volere a tutti costi il ministero degli Esteri (che in passato aveva sempre conferito molto lustro al partito; basti pensare a Hans-Dietrich Genscher, titolare del dicastero sotto Helmut Kohl, e del suo ruolo di mediatore nell’estate del 1989, quando migliaia di tedeschi dell’est si erano rifugiati nell’ambasciata tedesca di Praga). Una scelta che compagni di partito e elettori non avevano condiviso. Loro l’avrebbero voluto alle Finanze.

Lindner che ha rimesso insieme i cocci e riacceso i motori, fiutando il vento, ha spostato il partito gradualmente anche verso posizioni più centriste. Il neoliberismo non va più di moda, lui oggi parla di un “liberismo a 360 gradi”. Motivo per cui, alla domanda se l’elettorato di riferimento dell’FDP sia ancora il dentista con la Porsche, lui piccato risponde: “Finiamola con questi cliché. Il nostro elettore era già allora il capomastro 50enne, con moglie e due figli”. Oggi, lo spettro si è semplicemente allargato includendo anche l’infermiera (magari disoccupata e che percepisce l’assegno di sussistenza) e il poliziotto.

Le tasse continuano a rivestire un ruolo importante nel programma politico, ora però, più che sgravare gli albergatori (come si è fatto nella legislatura 2009 – 2013), si preferisce puntare sulla tassazione dei Big Four (i quattro colossi di internet), la possibilità per chi riceve l’assegno di sussistenza di avere un margine più ampio di guadagni aggiuntivi e una quota di esenzione per chi abita nella prima casa di proprietà.

Questa volta saranno i partiti piccoli a determinare la prossima coalizione di governo in Germania. Innanzitutto per via la debolezza dell’SPD, attualmente attorno al 22-23 per cento, e per l’arrivo dei nazionalisti dell’AfD, che drena voti anche dalla CDU. Ma in secondo luogo anche perché, stando ai sondaggi degli ultimi tempi, due terzi dei tedeschi farebbero volentieri a meno di una terza grande coalizione. Nel post elezioni, sarà dunque interessante vedere se Lindner (sempre che i voti ottenuti lo permettano) resterà fedele al guanto di sfida lanciato domenica.

@affaticati 

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