Jean-Luc Melenchon candidato alle elezioni presidenziali francesi del 2017 per il Parti de Gauche partecipa a un incontro politico a Dijon, il 18 aprile 2017. REUTERS / Robert Pratta
Jean-Luc Melenchon candidato alle elezioni presidenziali francesi del 2017 per il Parti de Gauche partecipa a un incontro politico a Dijon, il 18 aprile 2017. REUTERS / Robert Pratta

Un atmosfera di tensione è calata ieri su Parigi dopo l’uccisione di un poliziotto sugli Champs Élysées (rivendicata dall’Isis) aumentando l’incertezza sugli scenari che potrebbero aprirsi dopo il voto di domenica 23 aprile, tra cui l’impensabile ballottaggio Le Pen-Mélenchon.


LEGGI ANCHE : Ius soli, come funziona il diritto di cittadinanza in Europa


Il voto del 23 aprile passerà alla storia: per il numero di potenziali candidati al ballottaggio, perché segna la fine del bipartitismo della V Repubblica; e perché secondo il risultato la sua onda d’urto potrebbe colpire la tenuta dell'Europa e l'economia dei 27 paesi, i mercati, la Nato, le relazioni Usa-Europa-Russia e persino il destino del martoriato popolo siriano.

I primi due candidati, l'outsider di centrosinistra Emmanuel Macron (24%) e Marine Le Pen dell'estrema destra (23%) ora sono incalzati dal conservatore François Fillon (18,5%) e da Jean-Luc Mélenchon (18%) della sinistra non socialista né comunista.

L’incubo dei francesi da quelli di centrosinistra ai conservatori è un ballottaggio il 7 maggio Le Pen-Mélenchon. L’ex socialista è passato in quattro settimane dal 12 al 18%. Fascino del candidato? Programma convincente? Moda? Sicuramente è un sentimento, che in certi punti si sovrappone a quello del partito all’altro estremo politico, il Front national: il desiderio di detronare l'establishment e le élite politiche e finanziarie, di superare l'austerità "imposta dalla Germania", di riportare nella nazione i compiti che ora ha l'Europa quali la politica monetaria e di proteggere l'industria e i posti di lavoro nazionali. Agli orecchi di chi è stanco “dei soliti due partiti che si spartiscono il potere” il suo programma ha il fascino delle promesse fuori dal coro e poco importa, Trump docet, se sono poco realistiche o se il candidato le cambia strada facendo.

"Mélenchon è il nuovo 'rischio' francese", il suo progetto è “devastante per la Francia", si rischia "un lunedì nero per la borsa”: sono alcuni dei commenti della stampa. Persino il presidente Hollande si è sbilanciato parlando di una "moda Mélenchon" in "una campagna che puzza".

Chi è il candidato che suscita tanti timori? Uscito nel 2009 dal Ps, diventa europarlamentare per un fronte tra il suo Partito della sinistra e quello comunista prima di lanciare nel 2016 la France insoumise sulle orme dello spagnolo Podemos e della campagna del democratico Usa Bernie Sanders.

Ha un programma completo che in alcune parti si sovrappone a quello dell’Fn, come nell'abbassamento dell'età pensionabile a 60 anni o nell'uscita dall'Ue se fallissero i negoziati per trasformarla radicalmente – ma alt, nelle ultime ore l’ha smentita. In altre si avvicina a quello del socialista Benoît Hamon come nella proposta di una VI Repubblica con meno potere presidenziale e più referendum.

Prevede molte misure per l’ambiente, vuole un’Iva più bassa sui prodotti di prima necessità, meno tasse per le imprese, imposte al 90% per gli scaglioni di reddito oltre i 33.000 euro mensili, niente ticket sanitari, una settimana lavorativa di 32 ore; più fondi per la disoccupazione e 200.000 nuovi funzionari tra cui insegnanti e forze dell'ordine.

Il suo programma costerebbe allo Stato 16 miliardi di euro (rispetto all'1,8 di Macron) – se non salisse lo spread che in tv, a TF1, Mélenchon ha confuso con i tassi d’interesse.

Le maggiori critiche al limite della derisione le attira su geopolitica e difesa. Alcune proposte sono molto dettagliate, come la reintroduzione del servizio di leva di 9-12 mesi per i 18-25enni, e altre generiche, come le soluzioni per la Siria. In quel paese, ha detto a fine 2016, sarebbe in corso una guerra "per il petrolio e i gasdotti", nella quale "un esercito che si dice islamista attacca le forze del governo", leggasi: Bachar-Al-Assad, per il quale non ha critiche, così come non ha speso alcun commento, neppure dopo l’ultimo attacco con gas letali, sui civili siriani. Sconfitto l'Isis, il conflitto si risolverebbe all’Onu o con elezioni senza le fazioni ora in campo perché, a suo vedere, non ci sono fattori etnici o religiosi.

L’enfasi sulla pace riscuote molto successo, in particolare tra i giovani, mentre le idee poche ma precise che ha sulla Russia spaventano. L’ex professore spiega che potrebbe "avere buoni rapporti con Putin per evitare la guerra", così come de Gaulle li ebbe con Stalin e Mao. Putin, non sarebbe un suo amico, ma pur sempre “un partner, quale che sia il regime politico in quel paese e, in ogni caso, la Francia dovrebbe “voltare pagina sul tropismo atlantico”.

Dunque "s’impone l’uscita dalla Nato”, ha spiegato Mélenchon ai giornalisti a fine marzo all’Institut de Relations Internationales et Stratégiques, e anche dall’Fmi e dalla Wto preferendo una banca mondiale per lo sviluppo, ma pochi giorni fa ha fatto marcia indietro anche sull’uscita dalla Nato. Dice che la Francia non si deve allineare, ma lui lo fa lodando l’alleanza Alba formata da Cuba, Bolivia, Ecuadir, Nicaragua, alcuni piccoli paesi caraibici (che ricevono petrolio venezuelano sottocosto) e appunto il Venezuela che fu di Chávez e per il quale non ha critiche neanche ora che la democrazia che non c’è più.

In questo c’è lo zampino della politologa e amico di Podemos Chantal Mouffe che suggerisce "un discorso radicale alternativo di uguaglianza" perché "i cittadini non vedono più la differenza tra destra e sinistra".

Per i critici, Mélenchon è un populista, un “trumpista" in salsa di sinistra che sa sfruttare i social media. Il suo messaggio, non c’è che dire, va a segno. In parte ciò è merito dell’esperta Sophia Chikirou che gli ha suggerito, tra altro, di sdoppiarsi usando ologrammi e di farsi “umano” mettendo in rete la sua ricetta dell'insalata alla quinoa (virale). In parte lo è per il personaggio stesso: Mélenchon ha la battuta pronta e senso dell'umorismo: "Dicono che se vinco ci sarà l'inverno nucleare, la piaga delle cavallette, i carri armati dell'Armata rossa e lo sbarco dei venezuelani”.

Più lo attaccano, più si posiziona come unico candidato popolare genuino… e non comunista. Al raduno al Porto Vecchio a Marsiglia domenica 9 aprile, sotto uno splendido sole mediterraneo, in 30.000 hanno cantato la Marsigliese e non l’Internazionale e sventolato tricolori e non bandiere rosse. Pare fosse stato chiesto espressamente. Da lontano si sarebbe potuto dire un raduno del Front national ai cui elettori, in particolare operai, ora Mélenchon punta.

In un ballottaggio con Le Pen potrebbe vincere perché il centrosinistra e i moderati non voterebbero mai per l’Fn. Lo stesso succederebbe se lo sfidante fosse l'ultraliberale Fillon. Molti potrebbero decidere semplicemente di astenersi.

Nell’attesa, molti si rilassano – o si caricano – giocando a Fiscal Kombat, il videogioco creato da suoi sostenitori, nel quale il personaggio giocante è Mélenchon che per finanziare le sue politiche va a caccia dei soldi "di oligarchi e politici", tra cui ex presidenti, direttori dell'Fmi, politici evasori ed ereditieri di mega aziende – fino a domenica sarà uno scenario virtuale, poi si vedrà.

@GuiomarParada

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE