I foreign fighter d’oltralpe detenuti in Iraq e Siria chiedono di essere giudicati a casa. Ma il loro rimpatrio ha delicate ripercussioni diplomatiche, giuridiche e politiche. Così il presidente tentenna. E appanna la sua reputazione e quella della Francia

Un uomo ammanettato scortato dalla polizia mentre arriva in tribunale a Parigi. REUTERS/Benoit Tessier
Un uomo ammanettato scortato dalla polizia mentre arriva in tribunale a Parigi. REUTERS/Benoit Tessier

Mentre i miliziani dell’Isis continuano a perdere terreno nella zona siro-irachena, la Francia si confronta con il delicato problema della gestione dei terroristi di nazionalità francese catturati dalle forze irachene e curde, che chiedono di rientrare nel loro Paese per essere giudicati. I sospetti jihadisti devono essere processati dai tribunali locali o vanno estradati nei loro Paesi di origine? Un rompicapo per Parigi, che fino ad oggi ha mostrato un atteggiamento attendista nei confronti della questione, evitando di prendere posizioni chiare e decise.


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Secondo i dati forniti dal governo, dal 2014 sono 1700 i francesi partiti alla volta della Siria per combattere al fianco dell’Isis. Di questi, almeno 278 hanno perso la vita in battaglia, mentre 302 sono rientrati in Francia e 690 sono ancora sul posto. Attualmente una quarantina sono detenuti in Siria e in Iraq nei campi provvisori.

In questi ultimi mesi il dibattito in Francia si è fatto più acceso, tra chi vede il ritorno di terroristi come una minaccia per la sicurezza nazionale e chi, invece, reputa inopportuno lasciare dei connazionali nelle mani di una giustizia che rischia di rivelarsi sommaria e approssimativa.

Emblematico il caso di Emilie König, una giovane bretone di 33 anni catturata dalle truppe curde e attualmente detenuta in un campo temporaneo. Partita in Siria nel 2012 e iscritta dal 2015 nella lista nera statunitense dei terroristi internazionali, Emilie è considerata come una figura chiave del reclutamento di foreign fighter francesi. Attraverso il suo avvocato, la ragazza e una sua amica hanno fatto richiesta di poter rientrare in Francia per essere processate da un tribunale nazionale.

La scorsa settimana il portavoce del governo, Benjamin Griveaux, ha affrontato la questione affermando che le jihadiste francesi catturate possono essere giudicate dai tribunali del Kurdistan iracheno “se le istituzioni giudiziarie sono capaci di assicurare un processo equo”. “Qualunque sia il crimine commesso, anche il più abietto, la difesa dei cittadini stranieri all’estero deve essere assicurata” ha poi aggiunto Griveaux ai microfoni di Bfm-Tv.

Una presa di posizione che non sembra lasciar spazio a dubbi o incertezze, soprattutto se paragonata a quanto pronunciato dal presidente Macron a inizio novembre, quando dichiarò che la Francia avrebbe analizzato “caso per caso” ogni richiesta di rimpatrio presentata dai suoi cittadini catturati sul posto come sospetti terroristi. Una strategia complicata quella annunciata dal capo dell’Eliseo, che rischia di rivelarsi arbitraria e illegale, visto che i dossier hanno quasi tutti delle caratteristiche simili.

Tuttavia, il procedimento di rientro per i cittadini francesi presenta una serie di problemi diplomatici che contribuiscono a rendere la questione ancora più difficile.

Il Kurdistan siriano non è un’entità statale internazionalmente riconosciuta e la procedura di estradizione prevede il reciproco riconoscimento dei due Paesi interessati. Dal canto loro, i rappresentanti curdi hanno dato la piena disponibilità a Parigi. “Le nostre istituzioni collaborano con la Francia nella lotta al terrorismo” e “nel quadro di questa cooperazione si possono risolvere tutti i problemi” ha detto Khaled Issa, rappresentante dei curdi del Rojava.

Un problema analogo, seppur per differenti condizioni, si presenta nei casi di francesi detenuti in Siria, visto che Parigi non ha nessun contatto con Damasco e il regime di Bashar al Assad controlla solamente una parte del territorio. L’unico Stato con cui sussistono relazioni diplomatiche è l’Iraq, dove viene applicata la pena di morte per i colpevoli. Come ricordato anche dal presidente della Federazione nazionale dei diritti dell’uomo, Patrick Baudouin, “è vietato estradare un francese verso un Paese che applica questa sentenza”.

La Francia ha comunque una responsabilità giuridica nei confronti dei suoi connazionali che deriva dalla competenza territoriale. Il reato di associazione criminale con finalità terroristica prevede anche il momento di preparazione di un viaggio verso una zona di guerra. Secondo il Codice penale “la legge francese si applica ai crimini e delitti qualificati come atti terroristici (…) commessi all’estero da un francese”.

Intanto sul fronte interno il tema ha assunto una sfumatura politica, con la destra dei Républicains che è insorta contro i possibili rimpatri. “Quelli che hanno tradito la nostra nazione non devono tornare” ha tuonato il deputato Eric Ciotti, mentre la portavoce del partito, Lydia Guiros, ha sottolineato il bisogno di “uscire dal buonismo di questi argomenti ed essere di una fermezza assoluta”. Sul carro dei contestatori anche la presidente del Front National, Marine Le Pen. Secondo la leader dell’estrema destra francese, Macron e il suo ministro dell’Interno, Gérard Collomb, sarebbero “politicamente responsabili e penalmente complici” se si dovessero verificare atti terroristici compiuti da jihadisti riammessi in patria.

La palla adesso sta nelle mani di Parigi, che per il momento sembra girare la testa dall’altra parte per non vedere quello che è stato definito da esperti e osservatori come un “problema storico”. Il presidente Macron si trova ad affrontare una situazione particolarmente spinosa, che intreccia elementi giuridici, politici e diplomatici. Il rischio è quello di cadere in un’impasse che potrebbe costargli cara in termini di popolarità, per questo ancora non è stata annunciata ufficialmente una linea da seguire. Al di là delle poche dichiarazioni rilasciate in questi giorni da alcuni membri del governo, le istituzioni mantengono un atteggiamento di chiusura sull’argomento, creando una situazione di imbarazzo generale che di certo non giova all’immagine di Macron.

Le ferite provocate dagli attentati che hanno colpito negli anni scorsi il Paese sono ancora aperte e la Francia fatica a mantenere fede alla sua reputazione di “Patria dei diritti dell’uomo”.

@DaniloCeccarell 

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