Il paese andrà ad elezioni anticipate in ottobre. I nazionalpopulsti sono in testa ai sondaggi, ma anche se alla fine non dovessero vincere, sarà molto difficile formare un nuovo governo senza di loro.

Il ministro degli esteri austriaco Sebastian Kurz. REUTERS/Michaela Rehle
Il ministro degli esteri austriaco Sebastian Kurz. REUTERS/Michaela Rehle

Quando, lo scorso 4 dicembre, l’ex leader dei Verdi Alexander van der Bellen vinceva infine le elezioni presidenziali in Austria contro il candidato del partito nazional-populista Fpö Norbert Hofer, a Bruxelles, Berlino e in tante altre capitali dell’Ue si era tirato un respiro di sollievo. Quelle elezioni erano state giudicate da molti come il punto di svolta contro l’avanzata populista, confermato poi dalle parlamentari in Olanda e ora da quelle presidenziali in Francia. E se invece proprio l’Austria smentisse ora quella visione ottimistica. Il paese andrà infatti a elezioni anticipate il 15 ottobre prossimo. E potrebbe toccare proprio a van der Bellen incaricare il leader dell’Fpö Heinz-Christian Strache di formare il nuovo governo.


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Che i rapporti nella grande coalizione guidata dai socialdemocratici (Spö) fossero ai minimi termini era da tempo sotto gli occhi di tutti. Ormai si trattava solo di un’unione di facciata, sgretolatasi definitivamente la settimana scorsa. A dargli il colpo di grazia sono state le dimissioni del leader dei popolari (Övp) Reinhold Mitterlehner, che nel governo rivestiva il ruolo di vicecancelliere e ministro dell’Economia. Un passo diventato inevitabile viste faide interne al partito volte a detronizzarlo. Il regista di questo putsch è stato il ministro dell’Interno Wolfgang Sobotka, con dietro le quinte il 30enne ministro degli Esteri e per l’Integrazione Sebastian Kurz, da tempo dato come suo successore. Giovane, brillante, dotato di una retorica incisiva per quanto decisamente elementare. In compenso abilissimo – metaforicamente parlando – nel gioco del poker. Così quando la domanda rivoltagli ultimamente dai media si era fatta vieppiù incalzante lui aveva risposto: “Prima voglio che vengano sistemate alcune cose dentro all’Övp”. Ed è stata questa risposta che ha fatto dire a Mitterlehner che la misura era colma affermando: “Non tengo la sedia calda per nessuno”.

Kurz, com’è nel suo stile, non ha fatto però una piega. E ha continuato a giocare la propria partita. Vincendola, almeno per il momento.

Il partito popolare austriaco, fondato nel 1945, è da sempre in mano più che al capo del partito alle potenti correnti interne – la confederazione degli agricoltori, quella dei lavoratori, degli industriali – e dei governatori regionali. Kurz domenica scorsa le ha detronizzate tutte. “Se volete me, allora si cambia musica”, ha detto chiaramente ai potentati dell’Övp. Ha preteso piena libertà decisionale riguardo la linea politica così come per la composizione delle liste elettorali. Ma non si è fermato qui. Seguendo il mood politico internazionale – per esempio il movimento ‘En Marche’ del neoeletto presidente francese Emmanuel Macron, alle prossime elezioni parlamentari i popolari scenderanno in campo sotto la sigla “Lista Sebastian Kurz – Nuovo Partito Popolare”. Perché, come ha spiegato Kurz stesso “i movimenti hanno oggi più successo dei partiti”.

Una detronizzazione in grande stile dunque. Ma chi è e cosa vuole Kurz? Nato a Vienna il 27 agosto del 1986, iscritto a giurisprudenza, ma non ancora laureato, è dal 2009 a capo dei Giovani popolari e dal 2011 anche presidente dell’Accademia politica dell’Övp. Dal 2013 siede nel Parlamento (Nationalrat), nel 2011 viene nominato sottosegretario per l’Integrazione, per entrare poi nel 2013 con le attuali funzioni nel governo del socialdemocratico allora ancora guidato da Werner Faymann (sostituito nella tarda primavera dell’anno scorso dal compagno di partito Christian Kern). A livello internazionale Kurz si è fatto conoscere soprattutto per il suo atteggiamento inflessibile nei confronti dei profughi. E’ stato di fatto lui a chiudere la rotta balcanica. Ci si ricorderà il vertice sui Balcani tenuto a Vienna nel febbraio del 2016, al quale non fu invitata la Grecia (“perché tanto interessata solo a fare da corridoio di transito”, così Kurz). Per quel che riguarda invece politica economica, sociale, istruzione e via dicendo è ancora difficile dire cosa abbia in mente.

E ideologicamente parlando invece? “Ma quanto di destra, quanto autoritario è Sebastian Kurz?” si chiedeva recentemente Hans Rauscher, penna di punta del quotidiano austriaco Der Standard. Secondo alcuni autorevoli commentatori, spiegava Rauscher, lo sarebbe definitivamente, secondo altri non meno autorevoli, invece, non lo sarebbe. Viste le opinioni contrastanti, Rauscher ha elencato alcuni fatti e diverse dichiarazioni di Kurz per poterlo inquadrare meglio. Il ministro ha ripetutamente espresso comprensione verso le posizioni di politici dell’est Europa dal piglio sempre più autoritario, a iniziare dal capo del partito nazionalista polacco PiS Jaroslaw Kaczinsky (per molti l’eminenza grigia che detta la linea politica da dietro le quinte) e del premier ungherese Viktor Orbán. Una comprensione manifestata apertamente per quanto riguarda la loro chiusura nei confronti dei profughi anti rifugiati, e indirettamente, non avendo mai criticato il progressivo indebolimento delle strutture democratiche in quei paesi. Anzi, ricorda Rauscher, era stato Kurz a sostenere che “bisogna finirla con questa divisione in buoni e cattivi, con questo atteggiamento di superiorità morale”. Solo quando Orbán si era giocato con l’idea di reintrodurre la pena di morte, Kurz via twitter si era detto contrario. Per quel che riguarda l’Ue poi si è sempre mostrato un europeista sui generis. E’ per un rafforzamento della collaborazione negli ambiti difesa e sicurezza, mentre in tutti gli altri campi Bruxelles dovrebbe rimettere le competenze agli stati membri. Insomma, conclude Rauscher: “Kurz potrebbe essere un conservatore moderno intenzionato a spazzare via le vecchie incrostazione politiche, il che sarebbe un bene. D’altro canto non pare però incline a smarcarsi da tentazioni e alleati autoritari”.

E’ vero che l’Austria soffre da tempo immemore del predominio dei due maggiori partiti Spö e Övp, tant’è che si è spesso parlato di “Demokratur” (dittatura democrazia). Motivo per cui, se fosse uno di questi due partiti a vincere le elezioni, si guarderà bene dal formare l’ennesima grande coalizione. Ma primo, la vittoria di uno di loro due non è affatto scontata, il partito attualmente più forte nei sondaggi resta quello nazionalpopulista Fpö. Secondo, con chi si allereebbe l’Övp o l’Spö? Kurz molto probabilmente con l’Fpö. E l’Spö? Probabilmente anche, vista la debolezza dei liberal di Neos e dei Verdi. 

@affaticati

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