Giovani rifugiati studiano nella scuola di un centro rifugiati a Chios, in Grecia. REUTERS/Alkis Konstantinidis
Giovani rifugiati studiano nella scuola di un centro rifugiati a Chios, in Grecia. REUTERS/Alkis Konstantinidis

La cultura è la leva che può superare i conflitti, oltrepassare i muri e creare ponti di dialogo. Potrebbe salvare i rapporti tra l’Europa e gli altri continenti, ma anche l’Europa stessa dalle sue divisioni interne e politiche.


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La forza positiva di cui l’Europa ha bisogno contro i populismi, la paura dell’altro, gli estremismi. Uno strumento essenziale per la diplomazia internazionale per il dialogo tra Occidente e Oriente, leva di dialogo per mondi in conflitto come quello islamico e radicale.

Proprio in questi anni però l’elevato debito pubblico ha portato i governi e gli enti locali a ridurre le sovvenzioni concesse alla cultura, con la conseguente diminuzione di posti di lavoro. Dai dati Eurostat, solo in Francia il numero degli addetti all’editoria è andato diminuendo dai 146 mila nel 2009 ai 112mila nel 2013. "Investire nella cultura è estremamente importante perché è la leva che produce crescita e quindi anche occupazione, è uno strumento per le relazioni esterne ai propri confini, una leva di dialogo tra diversi mondi" afferma a EastWest Luca Jahier presidente del gruppo Attività diverse del Comitato Economico e Sociale Europeo (Cese) che ribadisce l’importanza di riportare al centro dell’agenda Ue la cultura e le politiche culturali.

Intanto la Commissione Europea a maggio scorso ha presentato una comunicazione “verso una strategia per le relazioni culturali” che però deve ancora passare ad una azione precisa, mentre si attende un parere del Cese verso maggio e una risoluzione del Parlamento Ue degli eurodeputati Silvia Costa e Elmar Brok intorno a luglio.

Investire nella cultura è anche un fatto economico: il contributo delle imprese culturali ed economiche al Pil europeo è compreso tra il 4,4 % considerando solo le vere e proprie industrie creative e il 6,8% se si aggiungono quelle fortemente dipendenti da esse. Nel 2014 nell'Ue lavoravano in qualche impresa culturale o connessa alla cultura circa 6,3 milioni di persone, 2,9% della forza lavoro totale. Tra il 2008 e il 2010 le occupazioni culturali sono cresciute in media dello 0,7% all’anno. In generale il settore del patrimonio culturale europeo occupa direttamente 300mila persone e indirettamente 7,8 milioni tra turismo, servizi di interpretazione e la manutenzione e sicurezza. Ma anche gli scambi culturali come il programma Erasmus sono una grande risorsa, tra il 2013 e il 2014 hanno studiato all’estero 250 mila studenti.

"La cultura aiuta le città a reinventarsi, a creare opportunità e innovazione. La cultura può costruire ponti e fiducia là dove le chiusure protezioniste non riescono a comprendere l’interesse economico che può derivare dall’apertura delle frontiere" commenta Jahier .

Ma soprattutto la cultura gioca un ruolo fondamentale per contrastare la propaganda populista, xenofoba e dei partiti di estrema destra "la cultura offre spazio, possibilità di dare parola e crea confronto, è in grado di far capire che l’altro, il “nemico” è portatore di ricchezze e di culture" e poi anche contro il radicalismo islamico, così come avvenne nelle devastazioni del nazismo "intervenire a sostegno della protezioni di siti archeologici, come nel caso di Palmira, è utile per contrastare chi vorrebbe distruggerli. Gli accordi di pace non si fanno con le bombe, mentre la cultura può essere uno strumento di pace per il dialogo tra mondi in conflitto come quello islamico e radicale, per comprendere che si stanno facendo usi distorti delle religioni. La cultura Ue è nata nei campi di concentramento.  E se si pensa ai paesi baltici spesso la musica ha rappresentato una forma di resistenza alle occupazioni. Chi è costretto a partire porta con sé la cultura e la musica che mantengono vivi" conclude Luca Jahier .

@IreneGiuntella

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