A Kuala Lumpur si scende in piazza. I malesi sono pronti a boicottare i prodotti made in Eu perché il Parlamento europeo non vuole più considerare l’olio di palma come biocarburante “buono”. Formalmente, però, non è stata votata alcuna messa al bando

Un coltivatore di palme a Kuala Lumpur. REUTERS/Samsul Said
Un coltivatore di palme a Kuala Lumpur. REUTERS/Samsul Said

Strasburgo - Può un battito d’ali di farfalla a Strasburgo generare un uragano in Malaysia? Se lo stanno chiedendo in questi giorni gli eurodeputati, da lunedì riuniti in sessione plenaria per discutere anche del futuro energetico della Unione Europea. Tra le questioni più delicate all’ordine del giorno c’era la Red II, la revisione della direttiva sulle rinnovabili. Ed è proprio un emendamento del Parlamento alla proposta della Commissione europea ad aver generato un’ondata di proteste all’altro capo del mondo.


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A ottobre la commissione parlamentare ambiente (Envi) aveva presentato la richiesta di eliminare dal 2021 l’olio di palma dai biocombustibili conteggiati ai fini del raggiungimento degli obiettivi obbligatori in materia di energia rinnovabile. In sostanza, un tentativo per depennare l’olio di palma dalla lista dei biocarburanti “buoni”, in quanto considerato poco sostenibile e tra i principali imputati della deforestazione nel Sud-est asiatico. La misura non può essere pertanto intesa come una vera e propria messa al bando o un divieto di importazione del prodotto da parte della Ue.

L’emendamento ha passato il vaglio anche della commissione industria (Itre) ma sempre con una maggioranza ristretta. Ci è voluto un accordo politico tra socialisti, popolari e verdi, raggiunto proprio alla vigilia della plenaria, per far sì che il divieto di utilizzo di olio di palma come biocarburante venisse approvato dall’emiciclo nella votazione di mercoledì. Ora è parte integrante della posizione negoziale che esporranno i rappresentanti del Parlamento quando si troveranno di fronte ai ministri degli Stati membri durante il trilogo. Sarà dunque decisiva la votazione sul testo che uscirà fuori dai negoziati con l’altro co-decisore e, secondo fonti interne del Parlamento, ad oggi è difficile che una proposta del genere venga accettata dal Consiglio Ue.

Reazione scomposta

Dunque, la votazione di mercoledì non era decisiva, né sanciva il blocco delle importazioni di olio di palma: un vero battito di ali, insomma. Eppure nella giornata di lunedì oltre 1700 piccoli coltivatori di olio di palma sono scesi in piazza per marciare davanti all’ufficio di rappresentanza Ue della capitale Kuala Lumpur. È stata poi consegnata a un delegato europeo lì presente una petizione con oltre 103mila firme contro il presunto “palm oil ban”.

Anche i mercati hanno atteso nervosi la votazione, con i futures sull’olio di palma grezzo caduti a picco sulla Bursa Malaysia. Non si sono fatti attendere poi gli strali della politica: il ministro delle piantagioni e delle commodities Mah ha parlato di autentica discriminazione, mentre l’agenzia governativa per lo sviluppo rurale Felda ha proposto delle contromisure commerciali sui prodotti europei, sebbene non sia ancora stata lanciata una vera campagna di boicottaggio.

Per il primo ministro malese Najib Razak e il presidente indonesiano Joko Widodo la mossa dell’Ue sarebbe discriminatoria per un duplice motivo. Da una parte infatti colpirebbe solo un prodotto specifico e non altri semi oleosi, come quelli di girasole. Dall’altra, pur non essendo diretta a dei Paesi specifici, la proposta del Parlamento danneggia quasi esclusivamente Indonesia, Malaysia e, in misura minore, Tailandia, che insieme producono circa il 90% del fabbisogno mondiale di olio di palma.

L’Europa è accusata anche di buttare in mezzo a una strada oltre 600mila piccoli coltivatori di palma, per un totale di 3,2 milioni persone le cui vite dipendono in qualche modo dalle piantagioni. I piccoli coltivatori producono oltretutto 40% dell’output. Quello dei governi malese e indonesiano è un appello che inquadra il lavoro nelle piantagioni come misura di contrasto della povertà, riferendosi agli obiettivi di sviluppo del millennio dell’Onu.

Quando ad aprile scorso il Parlamento aveva votato una risoluzione legislativa in cui si cercava di promuovere solo l’olio di palma sostenibile, fu inviata una missione congiunta malese e indonesiana per discuterne. La minaccia ora è diversa: i Paesi del Sud-est asiatico sarebbero disposti a portare l’Ue davanti ai panel Wto per violazioni di principio del fair trade e di non discriminazione. Il 46% dell’olio di palma esportato verso l’Europa da Malaysia e Indonesia viene utilizzato come biocarburante, una quota rilevante che mostra come la partita sia delicata e che non è del tutto scongiurato il rischio che la tensione possa degenerare in una guerra commerciale.

Biocarburanti di prima e di seconda generazione

Il problema dell’olio di palma si inserisce in un contesto più ampio, anch’esso oggetto della direttiva RED II: il passaggio dai biocombustibili da colture o di prima generazione a quelli avanzati o di seconda generazione. I biocarburanti di prima generazione come l’olio di palma comportano un utilizzo estensivo del territorio, che spinge i produttori a disboscare senza criterio. Ci sono tuttavia degli esempi di controllo delle modalità di produzione e il Parlamento europeo sta cercando di spingere per una certificazione unica europea di produzione sostenibile di olio di palma.

I portatori di interesse del comparto industriale condividono il concetto di transizione verso i biocarburanti avanzati, ma allo stesso tempo sono del parere che questo passaggio dovrebbe avvenire in modo graduale, anche per permettere il ritorno dell’investimento fatto in regime di RED I in biocarburanti di prima generazione. Nonostante resti una delle tematiche più divisive nel settore delle rinnovabili, si avverte la consapevolezza che le scelte che eurodeputati e ministri Ue si apprestano a fare segneranno inevitabilmente il mondo dell’energia nel prossimo decennio.

@gerardofortuna

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