Il premier ungherese ha concesso da tempo la cittadinanza alle minoranze oltre confine. In Transilvania è stato ricompensato con un plebiscito. Ora in vista delle elezioni Orbán punta tutto sul nazionalismo. A casa, ma anche nella Terra dei Secleri, più magiara che mai 

Sfântu Gheorghe/Sepsiszentgyörgy – “Ho pianto, è stato uno dei giorni più belli della mia vita”, racconta Erika Benkő, parlamentare della Rdmsz, il partito della minoranza ungherese in Romania. “Dopo tanti anni, finalmente, l’identità che sento mia e quella scritta nei documenti corrispondono”, continua. Erika appartiene alla minoranza seclera, gruppo di nazionalità magiara storicamente insediato in Transilvania, che costituisce la maggioranza dei romeni ungheresi.


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Il giorno a cui si riferisce Erika Benkő è quello in cui ha potuto richiedere la cittadinanza ungherese, pur risiedendo nel cuore della Romania. Nel 2010, infatti, il neo-eletto governo Orbán ha approvato una legge per semplificare l’ottenimento della cittadinanza per gli ungheresi all’estero, entrata ufficialmente in vigore il primo gennaio dell’anno seguente. Con questo provvedimento è iniziato un rapporto completamente nuovo tra Budapest e le minoranze nei paesi limitrofi, fino a quel momento considerati magiari di serie B, ridicolizzati per l’accento transilvano e i modi campagnoli dagli ungheresi tout court.

Equiparando tutti gli ungheresi sotto il profilo giuridico, il governo ha rimediato finalmente al torto subito con il Trattato del Trianon, che alla fine della Prima Guerra Mondiale, impose una punizione durissima al regno d’Ungheria. Il Trianon, firmato nel 1920, costringeva il regno magiaro a rinunciare a due terzi del territorio e a metà della propria popolazione, che si ritrovò improvvisamente minoranza nazionale in Romania, Cecoslovacchia, Ucraina e Jugoslavia.

Dal 2011 chiunque abbia antenati che godevano della cittadinanza prima del 1920, può diventare ungherese. E andare a votare. Già alla prima occasione utile, le parlamentari del 2014, i magiari all’estero hanno ringraziato i loro benefattori, scegliendo in massa (95%) la coalizione di Viktor Orbán.

Quest’ultimo riserva una particolare attenzione a queste comunità, specialmente a ridosso delle elezioni. Mostrandosi come il loro protettore, Orbán prende due piccioni con una fava: oltre ad assicurarsi il loro sostegno, riscalda i segmenti più nazionalisti del proprio elettorato interno, da sempre emotivamente sensibili al trattamento dei propri connazionali oltreconfine.

Le minoranze magiare, soprattutto in Romania, denunciano da sempre vessazioni e discriminazioni da parte dello stato centrale. Ciò che è cambiato, ci spiega Árpád-András Antal, sindaco di Sfântu Gheorghe, è che ora, a Budapest ci sono “interlocutori attenti e capaci di esaudire le nostre richieste”. Da quando Fidesz è salita al potere, la relazione tra il governo centrale e la Rdmsz, sua longa manus locale, va a gonfie vele, generando reciproci benefici. Se il movimento dei romeni ungheresi aveva finora vissuto una emorragia di voti costante dal 1996, toccando il record negativo nel 2012 (-49% in confronto al 2000 e -62% rispetto al 1990), alle scorse elezioni si è registrato il primo segnale di inversione di tendenza (+13% rispetto alle elezioni precedenti).

“Orbán si è comprato il favore della Rdmsz con la legge sulla cittadinanza”, sostiene lo storico Stefano Bottoni. “Alle prossime elezioni verrà messa a lavorare per Fidesz”. Così a inizio ottobre il premier magiaro ha inaugurato la campagna elettorale nella Romania ungherese, in vista delle parlamentari previste per la prossima primavera in Ungheria. Non che ce ne sia bisogno, i principali avversari di Fidesz non sono troppo popolari oltreconfine. “Qui lo Jobbik non ha presa e i secleri odiano i socialisti, visti come gli eredi dei comunisti”, sintetizza Bottoni.

Dal Parlamento di Budapest, assieme a quella ungherese, sventola anche la bandiera giallo-azzurra dei secleri: per Budapest sono cittadini ungheresi a tutti gli effetti, membri a pieno titolo della nazione magiara. Visitando l’area, viene da pensare che sia effettivamente così. Oggi chiunque attraversi il Székelyföld, la Terra dei Secleri, nota che i tentativi di assimilazione operati da Bucarest hanno scalfito l’identità della regione solo in minima parte. Si trovano scritte bilingui solo negli edifici pubblici, a Sfântu Gheorgheo Miercurea Ciuc (Csíkszereda).

Non sembra essere passato un secolo dal Trianon: menù dei ristoranti, cartelloni pubblicitari e graffiti sul muro sono in ungherese, in strada e nei bar si parla ungherese. Monumenti, vie e scuole sono dedicate ad eroi locali di etnia magiara, come Áron Márton, vescovo simbolo della resistenza cattolica a nazismo e comunismo. In breve, sembra di essere in Ungheria.

Orbán qui gioca in casa. In terra seclera ha scaldato i connazionali parlando di un futuro in cui queste minoranze avranno più lavoro, più sviluppo, più reddito “per il semplice fatto di essere ungheresi”. Stando alla retorica governativa, grazie alla forte crescita economica dell’Ungheria, una nuova “era ungherese” sarebbe alle porte. I secleri avrebbero in questo quadro un ruolo strategico, quello di navetta per traghettare Bucarest nell’orbita del Gruppo Visegrád (Ungheria, Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca).

La Romania avrebbe secondo Budapest tutto l’interesse a collaborare con il blocco dell’Europa Centrale, seguendo la pista già intrapresa dai Paesi sul cui suolo si trova una minoranza ungherese. Globalmente, i membri orientali dell’UE avrebbero interessi e priorità comuni. Il sogno proibito di Orbán è quello di compattare un fronte comune anti-Bruxelles di cui ergersi a leader indiscusso. Martedì scorso proprio a Budapest al meeting tra i ministri degli esteri del gruppo Visegrád hanno partecipato anche quelli di Romania, Bulgaria, Slovenia, Bosnia-Erzegovina ed Estonia.

La realtà sembra però contraddire il mondo descritto dal premier magiaro.  

In primis, i paesi del blocco orientale non hanno esattamente interessi comuni, anzi. In particolare, quelli di Romania e Ungheria sono ampiamente divergenti, anche nei confronti di Bruxelles. Possono convergere quasi esclusivamente su questioni contingenti, come la recente querelle con Kiev, colpevole di aver approvato una legge che discrimina le minoranze nazionali in Ucraina, una questione su cui l’Ungheria, che ha reagito con toni molto poco diplomatici , ha chiesto la collaborazione rumena.

Inoltre la crescita economica dell’Ungheria è reale, ma non nei termini epici tratteggiati da Orbán, che vorrebbe così giustificare il ruolo di Budapest come locomotiva economico-politica dell’area post-comunista dell’Ue. Secondo i dati della Commissione Europea, l’aumento del Pil, consistente nel 2014 (4%) è poi diminuito nel 2015 (3.1%) e 2016 (2%). Se le previsioni per 2017 e 2018 sono confortanti, rimangono comunque in linea con quelle del resto del gruppo Visegrád, dove fatica solo la Repubblica Ceca. Curiosamente, poi, la stessa Romania da due anni sta registrando tassi di crescita superiori all’Ungheria, un distacco che dovrebbe essere confermato anche per il prossimo biennio.

La fortunata politica economica non ortodossa di Fidesz, la cosiddetta Orbanomics,ha portato sì ad una crescita notevole, ma forti dubbi persistono riguardo la sua tenuta nel lungo periodo. I critici fanno notare che le ragioni principali della crescita sono stati una congiuntura internazionale favorevole e la robusta iniezione di fondi europei nel contesto della Politica di Coesione UE, rivolta soprattutto ai nuovi membri, un dettaglio sempre omesso da Orbán e sodali.

Per il periodo 2014-2020 a Budapest sono stati assegnati qualcosa come 25 milioni di euro, 3 milioni in meno che alla Germania, che ha otto volte la popolazione dell’Ungheria. Da più parti, infine, si sono sottolineati i costi sociali delle scelte economiche di Fidesz.Oltre ad aver  smantellato il sistema di tutele dei lavoratori, la crescita ha giovato soprattutto ai segmenti già relativamente benestanti della società ungherese. Un accurato studio della Commissione, realizzato nel 2015, in pieno boom, descriveva l’Ungheria come una società poco solidale, con ammortizzatori sociali per i disoccupati, coperture delle spese sanitarie per i meno abbienti, tassi di redistribuzione del reddito tra i più bassi in Europa.

Per impedire che questo lato oscuro del miracolo ungherese si traduca in emorragie elettorali, Fidesz gioca la carta identitaria, sollecitando la radicalizzazione dei secleri e delle altre minoranze magiare all’estero. 

@SimoMago

Foto di Martina Napolitano, Marco Carlone e Simone Benazzo

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