Dal riciclo dei rifiuti alle rinnovabili, abbiamo fatto notevoli passi avanti nella lotta al cambiamento climatico. Ma continuiamo ad avere il primato di decessi correlati all’inquinamento atmosferico. Colpa delle troppe contraddizioni della nostra strategia energetica

Macchine bloccate nel traffico a Roma. REUTERS/Alessandro Bianchi
Macchine bloccate nel traffico a Roma. REUTERS/Alessandro Bianchi

Per una curiosa eterogenesi dei fini, nel corso degli ultimi anni il miglior alleato dell’Italia sul fronte della lotta al cambiamento climatico è stato la crisi economica.


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La delocalizzazione industriale e la contrazione dei consumi nazionali hanno ridotto drasticamente l’intensità energetica dell’economia italiana, e, di conseguenza, l’intensità carbonica.

L’intensità energetica è il parametro che stima la quantità di energia necessaria a generare un’unità di Pil, in ambito Ue calcolata in tonnellate di petrolio equivalenti per milione di euro), mentre l’intensità carbonica misura le emissioni di anidride carbonica correlata all’attività economica (tonnellate di CO2/milioni di euro).

I due indicatori sono nettamente più bassi della media europea e contribuiscono in maniera decisiva al raggiungimento dei target concordati in sede europea.

Tuttavia, non si può negare che il Paese abbia compiuto anche sforzi lodevoli in direzione della decarbonizzazione.
Nella gestione del ciclo dei rifiuti, che ha un impatto notevole sia sull’intensità energetica che su quella carbonica, l’Italia è stata costretta a fare di necessità virtù.

La diffusa ostilità nei confronti dei termovalorizzatori e delle discariche, infatti, ha imposto alle autorità nazionali e locali l’adozione di modelli di smaltimento coraggiosi e capillari.

Di conseguenza, a seconda delle metodologie di calcolo, l’Italia si classifica al primo o al secondo posto in Europa per quota di rifiuti destinata al riciclo.

Anche sul fronte delle rinnovabili, i risultati sono incoraggianti.

L’Italia ha raggiunto la percentuale di rinnovabili concordata in sede europea nel 2014, con sei anni di anticipo rispetto alla scadenza (2020).

La cronica dipendenza dalle forniture energetiche estere, inoltre, ha stimolato lo sviluppo di un parco centrali moderno ed efficiente, che assicura un basso tasso di emissioni nocive e un’efficienza energetica tra le più alte d’Europa.
Eppur tuttavia, nonostante le tante eccellenze, l’Italia detiene anche il triste primato in Europa di decessi associati all’inquinamento atmosferico.

Questa idiosincrasia è dovuta in massima parte a due tipologie di emissioni: quelle del settore residenziale e quelle legate al traffico veicolare.

Il settore residenziale, infatti, è responsabile dell’emissione del 68% di polveri sottili (PM 2,5), responsabili da sole di circa due terzi dei decessi correlati all’inquinamento atmosferico.

Il valore è riconducibile alla combustione di biomasse solide (legname, pellet), incentivata nel corso degli ultimi anni nel quadro della transizione energetica (le biomasse vengono considerate energia rinnovabile) e mai normata con provvedimenti ad hoc che stabiliscano limiti alle emissioni degli impianti domestici e meccanismi di monitoraggio.

Un piano nazionale di interventi di riqualificazione sarebbe in grado di migliorare l’efficienza energetica degli edifici e delle infrastrutture e di trasformare le costruzioni in elementi net-positive, in grado cioè di produrre energia in eccedenza rispetto ai bisogni e di combattere attivamente l’inquinamento atmosferico.

I materiali di nuova generazione, infatti, non sono solo in grado di migliorare l’isolamento termico, la rifrazione e l’illuminazione delle costruzioni, ma possono anche tramutare gli edifici e le infrastrutture di trasporto (rete stradale e autostradale) in polmoni artificiali capaci di catturare gli agenti inquinanti e, per effetto di reazioni chimiche, di trasformarli in sostanze inerti.

Cementi e involucri edilizi miscelati con nano-particelle di biossido di titanio, ad esempio, sono in grado di imprigionare polveri sottili e ossidi di azoto nella loro struttura nano-porosa e scomporli in nitrati e carbonati tramite fotocatalisi.

Pannelli termoisolanti in aerogel, invece, combinati con serramenti interni ed esterni isolanti, termostati e valvole termostatiche possono decurtare considerevolmente il fabbisogno energetico degli edifici.

Nano-materiali e smart materials potrebbero essere una soluzione ponte per ridurre drasticamente anche l’impatto sanitario delle emissioni veicolari.

Il settore dei trasporti è, infatti, a sua volta responsabile dell’emissione del 66% di ossidi di azoto, il secondo big killer in Italia, a cui sono riconducibili oltre 20.000 decessi l’anno.

Negli Usa e in un alcuni Paesi europei sono già stati sperimentati con successo asfalti drenanti in grado di svolgere anch’essi una funzione anti-inquinante, con procedimenti simili o analoghi a quelli di cementi e rivestimenti edilizi, mentre numerosi materiali e dispositivi avanzati sono in fase di sviluppo nel campo dell’E-Mobility.

Composti di nuova generazione come il grafene o dispositivi come le batterie agli ioni di sodio, infatti, promettono di imprimere una svolta epocale all’industria automobilistica.

L’evoluzione del parco auto è un tassello fondamentale della transizione energetica: oltre a dare ai cittadini il primo segno tangibile di un cambio di paradigma - che lo sviluppo del settore elettrico e dei cicli industriali non sembrano in grado di trasmettere - avrebbe importanti ricadute sulla struttura della rete e sul tessuto produttivo.

Tuttavia, la nuova Strategia Energetica Nazionale, presentata a Roma il 10 novembre alla presenza del Presidente del Consiglio, del Ministro dello sviluppo economico e di quello dell’ambiente, seppur innovativa e coraggiosa, relega la lotta all’inquinamento atmosferico in secondo piano e preferisce investire in tecnologie più mature, come il fotovoltaico.

Una lunga serie di ragioni spingono il decisore verso queste scelte: gli impegni presi a Bruxelles, l’opportunità politica (ed elettorale), le pressioni delle associazioni di categoria e delle lobbies di settore, i paletti imposti da una pianificazione di lungo periodo, un’ampia gamma di variabili geoeconomiche e geostrategiche.

Ma è facile prevedere che nel corso dei prossimi anni, spinto dai costi sociosanitari e dalla crescente consapevolezza dell’opinione pubblica, il governo sarà costretto a prendere provvedimenti più incisivi.

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