“Se la Polonia non fosse più beneficiaria netta di fondi europei, il governo potrebbe chiedere ai cittadini se restare nella Ue o uscirne”, ha avvertito il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk. Varsavia seguirà davvero l'esempio di Londra? 

Gente che cammina vicino al palazzo della cultura e della scienza a Varsavia. REUTERS/Kacper Pempel
Gente che cammina vicino al palazzo della cultura e della scienza a Varsavia. REUTERS/Kacper Pempel

Da quando è presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk si è quasi sempre astenuto dal commentare la politica polacca. Qualche giorno fa ha fatto uno strappo, concedendo un’intervista a Tygodnik Powszechny, settimanale cattolico illuminato, stampato a Cracovia. L’ex primo ministro polacco ha rilasciato dichiarazioni durissime nei confronti dell’attuale governo, un monocolore di Diritto e Giustizia (Pis), il partito di destra guidato da Jaroslaw Kaczynski.


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Tusk si è soffermato soprattutto sul rapporto tra il suo Paese e l’Unione europea, segnato da una serie di rognose controversie, la più grave delle quali è quella sullo Stato di diritto, dovuta ad alcune misure con cui il governo polacco, per la Commissione Ue, ha svuotato di indipendenza la magistratura. Bruxelles, per questo, ha attivato una procedura d’infrazione la cui estrema conseguenza è la sospensione di alcuni dei diritti di voto della Polonia al Consiglio europeo.

“Non ho dubbi che un obiettivo del Pis sia liberare la politica polacca dal fardello europeo”, ha detto Tusk, di fatto sostenendo che Kaczyński vuole governare senza i limiti previsti dall’Europa, compreso quello di verificare se uno Stato membro viola i principi democratici. E poi la riflessione più pepata dell’intervista: “Se la Polonia non fosse più beneficiaria netta di fondi europei, il governo potrebbe chiedere ai cittadini se restare in Europa o uscirne”.

Ma esiste davvero la possibilità di una Polexit? Varsavia potrebbe seguire l’esempio di Londra? Viene da dire di no, per diverse ragioni. La prima è l’attitudine della popolazione verso l’Europa. Un sondaggio effettuato in estate dal Centro ricerche sull’opinione pubblica (Cbos), con sede a Varsavia, ha rilevato che l’88% dei polacchi ha un’opinione positiva dell’Ue. Situazione ben diversa da quella del Regno Unito, dove un pezzo di Paese ha sempre espresso il desiderio di lasciare l’Unione.

Un altro fattore che frena la Polexit è quello dell’emigrazione. Si stima che oltre due milioni di polacchi vivano nel resto d’Europa. Un’eventuale uscita dall’Ue spalancherebbe la questione del loro status. E lo stesso varrebbe per chi volesse spostarsi all’estero dopo l’eventuale Polexit. Non va dimenticato, infatti, che nonostante il buon ritmo di crescita e la disoccupazione ai minimi storici, la Polonia resta ancora terra d’emigrazione.

Polexit comporterebbe anche il disancoraggio dal mercato unico. Sarebbero dolori. Nel corso di questi quattordici anni di membership europea l’interscambio con il resto d’Europa è cresciuto enormemente. A questo va aggiunto che la Polexit potrebbe rallentare la circolazione dei capitali esteri, o addirittura farli fuggire. E questi capitali, in larga parte europei occidentali, sono il vero motore dell’economia polacca, ben più dei fondi strutturali.

I fondi hanno comunque la loro importanza. Nel periodo 2014-2020 il budget comunitario mette a disposizione della Polonia 104 miliardi di Euro, il che ne fa la principale beneficiaria netta dell’Ue. Questa somma equivale a quasi un quarto del Pil totalizzato dal Paese nel 2016 (450 miliardi).

Nel periodo 2021-2027, il prossimo che verrà negoziato in sede comunitaria, Varsavia rimarrà in testa alla graduatoria dei beneficiari di fondi. Al momento non c’è ragione di credere che questo flusso di denaro venga stoppato. Anche se in Europa c’è effettivamente chi non esclude un taglio, è il caso del commissario al budget Günther Oettinger, prevale la linea per cui la disputa sullo Stato di diritto vada risolta con il dialogo e non con la minaccia di congelare i fondi, che tra l’altro sono un’opportunità enorme non solo per la Polonia, ma anche per le aziende straniere che operano nel Paese. Senza contare che non sono un regalo per convincere Polonia e altri Paesi un tempo oltre cortina a stare in Europa, ma uno strumento che aiuta chi ha di meno a colmare il divario con chi ha di più. 

A ogni modo, l’Europa non conviene solo per questo. Favorisce infatti investimenti, libertà di circolazione, confronto e dialogo. Ed è un destino, per un Paese che ha lottato duramente per divincolarsi dalla morsa del comunismo. Per cui Donald Tusk esagera quando dice che Varsavia, se venissero meno i fondi, potrebbe convocare un referendum per l’uscita dall’Unione. Al tempo stesso, è vero che l’Europa che lui e altri hanno immaginato è diversa da quella che vuole Kaczyński: un’Europa minima, privata del potere di controllo sulle scelte degli Stati membri, liberi e sovrani. Per ora, l’ossimoro tra una popolazione molto pro-UE e un esecutivo che fa a pugni con la Commissione non sembra innescare un corto circuito. Ma in un’ottica più lunga è senza dubbio un nodo da sciogliere. 

@mat_tacconi

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