Le prigioni francesi sono bloccate dalle proteste dei secondini, che denunciano i pericoli del sovraffollamento. La miccia è stata accesa dall’aggressione di un jihadista. E in attesa del rientro dei foreign fighter, cresce il timore che il carcere diventi un incubatore del terrorismo

Le guardie carcerarie si scontrano con i gendarmi francesi mentre bloccano la prigione di Maubeuge durante una protesta nazionale, in Francia, il 24 gennaio 2018. REUTERS / Pascal Rossignol
Le guardie carcerarie si scontrano con i gendarmi francesi mentre bloccano la prigione di Maubeuge durante una protesta nazionale, in Francia, il 24 gennaio 2018. REUTERS / Pascal Rossignol

Parigi - Una mobilitazione senza precedenti in Francia ha messo il governo spalle al muro, costringendolo ad intavolare delle trattative con le principali sigle sindacali.


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L’ondata di proteste che in questi ultimi giorni ha travolto le carceri d’oltralpe non accenna a smettere ma sembra invece assumere proporzioni sempre più grandi. Diversi penitenziari in tutto il Paese sono stati bloccati dal personale carcerario, che lamenta condizioni di lavoro degradanti all’interno di strutture fatiscenti e spesso stracolme di detenuti.

Copertoni bruciati agli ingressi delle strutture, picchetti per piantonare le entrate e il numero di sorveglianti ridotto all’osso: uno scenario catastrofico per l’amministrazione penitenziaria, con i sindacati che hanno annunciato scioperi in circa 130 prigioni su 188.

I lavoratori del settore reclamano un aumento dei premi in busta paga, insieme a un miglioramento degli ambienti di lavoro. Tra i problemi principali c’è quello del sovraffollamento, con un totale di 69.714 detenuti per 59.165 posti. Un inferno che contribuisce a creare un clima di tensione che troppo spesso sfocia in atti di violenza ai danni dei secondini.

La miccia che ha fatto scoppiare le proteste si è accesa lo scorso 11 gennaio quando nel penitenziario di Vendin-le-Veil, nel nord del Paese, un detenuto radicalizzato e armato di un coltello e un paio di forbici ha attaccato tre agenti di sicurezza al grido di “Allah Akbar”. I secondini hanno riportato ferite al collo e alla testa e l‘aggressore, un tedesco di 51 anni ritenuto la mente degli attentati di Djerba nel 2002, è stato messo in isolamento.

A quell’episodio ne sono seguiti una decina. Pochi giorni fa i servizi francesi hanno sventato una serie di attentati progettati da due detenuti nella prigione di Fresnes.  Entrambi in cella per crimini di varia natura, i sospetti erano in contatto con prigionieri radicalizzati di altri penitenziari per colpire con azioni coordinate le forze dell’ordine.

L’elemento della radicalizzazione all’interno delle mura carcerarie è uno dei temi più sensibili di questo dossier. I sindacati hanno a più riprese denunciato la situazione di sicurezza precaria in cui deve operare il personale, spesso esposto a dei rischi a causa del regolamento interno.

Ad oggi, in tutta la Francia si contano 504 condannati per crimini legati ad atti terroristici, mentre sono 1200 i prigionieri che si sono radicalizzati nel corso della loro detenzione. Secondo il procuratore di Parigi, François Molins, gli istituti penitenziari in Francia sono diventati dei veri e propri “incubatori” del germe terroristico, che si diffonde tra i detenuti a macchia d’olio. A nulla sembrano essere servite le misure applicate dal governo di Hollande per tentare di arginare questa piaga.

Attualmente la procedura per i colpevoli di atti terroristici prevede un primo periodo nel “Quartiere per la valutazione della radicalizzazione” (Qer), un dispositivo dove viene valutata la pericolosità del detenuto. La permanenza all’interno di questa zona non dura più di quattro mesi, al termine dei quali i prigionieri vengono orientati verso altre carceri o messi in isolamento se considerati particolarmente pericolosi.

I sindacati hanno richiesto una serie di norme volte a migliorare la sicurezza all’interno delle strutture. Tra queste, l’abrogazione dell’articolo 57 dell’ordinamento penitenziario, che permette la perquisizione dei detenuti solamente in alcuni casi specifici.
In queste ultime ore il premier Edouard Philippe ha dichiarato che il governo è pronto a organizzare delle «zone totalmente impermeabili» nelle strutture di reclusione e di «migliorare gli equipaggiamenti di sicurezza a disposizione dei sorveglianti». Il primo ministro ha riconosciuto che gli agenti a contatto con sospetti terroristi «subiscono soggezioni particolari» e per questo «devono essere accompagnati» nel loro lavoro.

Con il ritorno dei terroristi francesi catturati in Siria e Irak, le autorità temono un peggioramento della situazione.

Il fenomeno della radicalizzazione islamista all’interno delle carceri francesi rappresenta un fenomeno relativamente nuovo e mette in avanti una serie di problemi riguardanti l’intero sistema detentivo. Per far fronte a questa crisi sociale, che contrappone diverse entità in una sistema chiuso come quello carcerario, è indispensabile attuare una riforma radicale che prenda in considerazione le nuove esigenze dei detenuti e del personale.

Dopo una serie di concertazioni avviate con il ministro della Giustizia, Nicole Belloubet, martedì i rappresentanti sindacali hanno deciso di interrompere qualsiasi forma di dialogo con il governo, nonostante il premier Edouard Philippe si fosse detto pronto a studiare delle misure di indennizzo specifiche e mirate per i dipendenti. Philippe si è poi dichiarato favorevole affinché il Parlamento esamini proposte riguardanti delle modifiche dell’ordinamento.

Promesse che si aggiungono a quelle fatte dal presidente Macron, che la scorsa settimana ha parlato di un piano di riforma globale del sistema che entrerà in atto a fine febbraio.

In risposta alle proteste, l’amministrazione penitenziaria ha richiesto ai direttori dei centri di applicare sanzioni contro i sorveglianti in sciopero con sospensioni temporanee che andranno dai 5 ai 15 giorni a seconda della gravità degli atti commessi.

Al di là delle tensioni di questi ultimi giorni, la crisi del settore carcerario ha riportato alla luce le tante critiche che avevano accompagnato la nomina di Nicole Belloubet alla carica di guardasigilli. Spesso accusata dall’opposizione di inesperienza, il ministro non è riuscita a trovare un punto di incontro con i sindacati nonostante abbia presentato loro una serie di proposte, come quella riguardante la creazione di 1100 nuovi posti d lavoro nei prossimi quattro anni. Di formazione giurista, Belloubet è stata spesso descritta come una tecnocrate abituata a lavorare dietro le quinte e per questo inadatta a ricoprire un ruolo così mediatico come quello di ministro della Giustizia.

Per mettere fine a questa crisi sarà necessario avanzare proposte strutturali coraggiose e innovative che sappiano modificare un sistema ormai vetusto.

Un primo test per Belloubet, che dovrà dimostrare una buona dose di pragmatismo nell’affrontare la situazione.

@DaniloCeccarell 

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