Groruddalen, Oslo, Norvey. Photo credits http://forumeuropa.net/archive/index.php?thread-2785.html

Quante Molenbeek ci sono in Europa? Dopo gli attentati a Bruxelles, è questa la domanda che ci si fa. Ci sono zone d’ombra nelle nostre città dove l’estremismo islamico può trovare terreno fertile? E in Scandinavia? In Norvegia, secondo Mazyar Keshvari, portavoce per l’immigrazione del Partito del Progresso (seconda forza di governo, da sempre per una più severa legislazione sul tema immigrati) la risposta è sì.


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 Keshvari ha fatto i nomi: Groruddalen e Søndre Nordstrand, a Oslo. Sono zone dove ad esempio i bambini arrivano al primo anno di scuola masticando solo poche parole di norvegese, dice Keshvari, secondo il quale c’è il rischio di ritrovarsi con “uno stato nello stato”.

Per Thomas Hylland Eriksen, docente di antropologia sociale che ha condotto uno studio proprio su Groruddalen, la Norvegia non corre il rischio di generare al suo interno società parallele: esistono però alcune comunità che condividonole stesse originie tendono a isolarsi.

Il governo tiene comunque la guardia alta. Dice il ministro dell’integrazione Sylvi Listhaug (anche lei Partito del Progresso) che “ovviamente abbiamo problemi, basta guardare le statistiche: abbiamo persone che sono andate a combattere in Siria e abbiamo ambienti radicali”. Listhaug è convinta però che la Norvegia abbiala ricetta giusta: non sono i richiedenti asilo a scegliere dove vivere evitando così di crearequartieri ghetto come in Svezia, che per il ministro dell’integrazione di Oslo è un modello da evitare.

In Svezia la città multietnica per eccellenza è Malmö: il 30 per cento degli abitanti è di fede musulmana. A Malmö c’è Rosengård, quattro chilometri dal centro, spesso nelle pagine di cronaca ma anche amato da chi ci abita proprio per la sua diversità.

Il quartiere nasce negli anni ’60 e oggi è abitato da moltissimiimmigrati islamici provenienti da Iraq, Afghanistan, Somalia e Jugoslavia. Affittare una casa costa meno. Facile vedere negozi con cartelli bilingue: svedese e arabo. La disoccupazione è alta ma non è un caso isolato, visto che in tutto il paese gli immigrati che lavorano sono in percentuale meno rispetto agli svedesi. Il senso di appartenenza è forte e capita di sentire ragazzi che si identificano come cittadini di Rosengård, non di Malmö.

A Göteborg la polizia indaga da tempo su bande criminali composte da giovani d’origine straniera. Un terzo degli abitanti della città ha radici non svedesi ma l’80 per cento vive in quartieri come Angered, Backa e Bergsjön, dove gli affitti sono più bassi ma più bassa è anche la qualità della vita. Secondo gli assistenti sociali, negli ultimi anni in questi quartieri molti ragazzi hanno cominciato a parlare di ISIS, e non in toni negativi. I numeri messi insieme dagli investigatori evidenziano come decine di persone siano partite proprio da lì alla volta della Siria.

Husby e un sobborgo di Stoccolma nato tra gli anni ’60 e ‘70. È lì che nella primavera 2013 decine di giovani d’origine somala e irachena hannoingaggiato notti di guerriglia con la polizia. “Ragazzi senza niente da fare” commentava amara la parte sana del quartiere. “Una risposta al razzismo della società svedese” rispondevano altri.

A Husby la metà della gente ha radici non svedesi; in alcune zone si toccano picchi dell’85 per cento; la disoccupazione è più alta rispetto alla media nazionale; immigrati di seconda o terza generazione riscoprono la propria cultura come contrapposizione nei confronti di un mondo al quale non sentono di appartenere, come se vivere in Svezia fosse possibile ma far parte della società svedese fosse un’altra cosa.

Anche in Danimarca il governo tiene gli occhi aperti. Il premier Lars Løkke Rasmussen ha dichiarato che “alcuni abusano della nostra libertà, predicando odio”. Secondo le forze dell’ordine, il numero di persone vicine ad ambienti radicali è in aumento. Sono almeno 130 quelli andati a combattere in Siria sin dal 2012: in rapporto alla popolazione, solo il Belgio ha prodotto più foreign fighters.

Nel 2014, nella città di Aarhus l’imam della moschea di Grimhøj ha dichiarato il propriosostegno allo Stato Islamico. Almeno una ventina di coloro che sono andati a combattere in Siria frequentavano quella moschea, secondo gli inquirenti.

Anche la capitale Copenhagen ha i suoi quartieri multietnici: c’è Tingbjerg, c’è Nørrebro, c’è Mjølnerparken dove l’80 per cento ha origine non danese. Sono per lo più giovani africani e mediorientali. Quattro su dieci non lavorano. Una fotografia similea quella della Svezia ed esattamente ciò che la Finlandia vuole evitare.

Secondo i rappresentanti di alcune comunità islamiche finlandesi, per prevenire la radicalizzazione bisogna proporre alternative all’emarginazione. L’imam sciita Abbas Bahmanpour ha detto nel corso di un’intervista alla radiotelevisione di stato finlandese che “i gruppi radicali offrono un posto nel mondo, così come i gruppi di estrema destra offrono un senso di appartenenza. Purtroppo la società finlandese sta andando vero la polarizzazione e questo andrebbe evitato”.

@antonio_scafati

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