Zijo Ribić nel borgo in cui viveva da bambino con gli altri rom, villaggio di Skočić

La notizia è giunta a fine dicembre dal Komemorativni Centar di Tuzla, struttura dedita all’identificazione delle vittime della Guerra di Bosnia ed Erzegovina, che tra il ’92 e il ’95 ha devastato il cuore dell’ex Jugoslavia orfana del Maresciallo Tito. A seguito dell’analisi del DNA, sono stati riconosciuti i corpi delle sorelle di Zijo Ribić, trentenne rom originario del villaggio di Skočić, situato in Repubblica Srpska, entità territoriale della Bosnia ed Erzegovina a maggioranza serba, a ridosso del fiume Drina e del confine con la Repubblica di Serbia.


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Al momento l’iter di identificazione è stato completato per quattro delle sei sorelle di Zijo, i cui corpi sono stati rinvenuti in una fossa comune a Kozluk, nei pressi del villaggio di origine, mentre per le due rimanenti e per i resti del fratellino ucciso a soli ventiquattro mesi serviranno ulteriori esami.

Per capire e inquadrare meglio i fatti dobbiamo tornare indietro di ventitré anni, precisamente alla notte tra l’11 e il 12 luglio 1992. Era l’alba della guerra di Bosnia. Giorni in cui il metodo della pulizia etnica iniziava ad imporsi come veicolo efficace e sbrigativo per attuare il sogno della Grande Serbia, al costo di decine di migliaia di vite e di un’impasse sfociata in uno dei più brutali conflitti della storia europea. Zijo aveva sette anni, viveva con i genitori, le sorelle e il fratellino Sabrijain una modesta abitazione ai margini di Skočić, a 70 chilometri da Srebrenica, assieme ad altri membri della loro comunità di rom ‘neri’, musulmani, distinti dai ‘rom bianchi’ di fede ortodossa. «Questa è casa mia, ci vivevo con i miei genitori, le mie sorelle e il mio fratellino», spiega Zijo osservando i resti del borgo in cui ha trascorso la fanciullezza e dove ora torna di rado. «Nelle case attorno vivevano altri rom e parenti. Qui invece funzionava un negozietto, lì una locanda. Gli adulti lavoravano duro. Non eravamo ricchi ma la sera ci si riuniva, c’era sempre della musica, si viveva bene». Malgrado nell’aria di quei giorni di inizio luglio la tensione fosse già palpabile, il padre di Zijo decise di non abbandonare la propria abitazione. Troppi i sacrifici fatti per erigere quelle pareti solide, idealmente inviolabili, una casa modesta ma di proprietà in cui crescere dei figli e costruire una famiglia. «Mio padre lavorava oltre la Drina, per un serbo. Ad inizio luglio il titolare gli suggerì di lasciare il villaggio, almeno per qualche tempo. Ci mise a disposizione un luogo sicuro, ma dopo una decina di giorni mio padre volle rientrare a casa. Nel villaggio eravamo rimasti in trenta e per sentirci più al sicuro vivevamo assieme in quell’edificio in mattoni rossi, laggiù», continua Zijo.

La casa in mattoni rossi dove i rom furono catturati dai cetnici di Simo, villaggio di SkočićLa casa in mattoni rossi dove i rom furono catturati dai cetnici di Simo, villaggio di Skočić

Le precauzioni prese dai capi famiglia non servirono, e il torpore della notte a Skočić fu interrotto dall’arrivo dei paramilitari serbi capeggiati da Simo Bogdanović detto Simo il Cetnico. Il commando accerchiò la casa in mattoni rossi, poi, armi in pugno, fece uscire tutti, uomini, donne e bambini. «Hanno violentato mia sorella di tredici anni davanti ai nostri occhi», stessa sorte per altre due ragazze. Un uomo fu giustiziato con un colpo alla testa. Le sevizie fisiche e psicologiche proseguirono fino a quando il gruppo fu cacciato sui camion, separando gli uomini da donne e bambini. La corsa nella notte si arrestò ai margini del vicino villaggio di Malešići, e lì, uno alla volta, i rom furono avvicinati ad una fossa, quindi freddati con una pallottola o con il coltello. Dopo un’attesa straziante giunse anche il turno di Zijo. «Mi spararono, colpendomi però al braccio», spiega, sollevando leggermente la manica per mostrare una cicatrice sul bicipite sinistro. «Siccome ero ancora vivo mi finirono con una coltellata dietro la nuca, gettandomi nella fossa». Zijo restò immobile per qualche minuto sui corpi senza vita dei suoi parenti, poi risalì il bordo opposto fuggendo nel bosco. «Morirono 23 persone. Ho perso tutto. Mia madre incinta di otto mesi, mio padre, sei sorelle e un fratellino di due anni».

Dopo la fuga, Zijo fu aiutato da due soldati dell’esercito jugoslavo i quali lo affidarono agli osservatori Onu di Zvornik, dove fu internato nell’ospedale cittadino e tenuto in una condizione di semi-isolamento per evitare che finisse nelle mani degli aguzzini. «Lì ho trascorso due anni e otto mesi, poi sono stato trasferito in un centro di riabilitazione in Montenegro». Nel 2000 il ritorno in Bosnia, all’età di 16 anni, nell’orfanotrofio di Tuzla, e a 18 il trasferimento nella vicina Casa Pappagallo, struttura in cui sono ospitati giovani senza casa e famiglia. Zijo ha così proseguito gli studi alberghieri, ultimati con uno stage a Rimini, dove ha imparato l’italiano.

«Ogni volta che nella storia avviene un’esecuzione di massa, qualcuno resta sempre in vita… per testimoniare quanto accaduto» sostiene Zijo, scampato alla morte assieme a tre ragazze usate come serve dai cetnici. «Non odio quegli assassini, li ho perdonati. Voglio però siano riconosciute le responsabilità». Per questo dal 2009 è il teste principale in un processo nel ‘tribunale internazionale per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia’, a Belgrado, dove ha rivisto i carnefici. La sentenza in primo grado ha stabilito oltre ogni dubbio le responsabilità degli imputati, tuttavia, durante il ricorso alcune contraddizioni in fase di riesame dei testimoni sono bastate a modificare la sentenza per l’impossibilità di attribuire le singole colpe. Ora il processo è concluso, spetta al tribunale operare una revisione tecnica e confermare il secondo grado, o tornare alla sentenza di primo grado.

Malgrado i drammi vissuti, Zijo Ribić è riuscito a risollevare la testa, e seguendo l’esempio di suo padre, cerca di garantirsi un futuro attraverso il lavoro, come cuoco nel rinomato Tuzla Hotel. E proprio dalla città bosniaca di Tuzla, lo scorso 17 gennaio sono partite le salme delle sorelle che Zijo ha cercato così a lungo, riemerse dal rompicapo fangoso delle fosse comuni bosniache. Zlatija, Zijada, Suvada e Almasa Ribić, questi i loro nomi (all’epoca 13, 7, 5 e 4 anni), sono state sepolte nel cimitero di famiglia, vicino a Skočić, in presenza di autorità civili e religiose, e di centinaia di amici giunti anche da molto lontano per manifestare la propria vicinanza a Zijo. Servirà altro tempo per completare le ricerche e ricomporre i corpi delle due sorelle rimaste e del fratellino, ma per Zijo il sogno di riunire la sua famiglia sembra possa finalmente realizzarsi. 

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