La Svezia è il paese con il livello di occupazione più elevato in Ue, ma anche nel Nord Ue il gap tra nativi e migranti è evidente. È quanto emerge da una analisi del Parlamento Europeo sul paese nordico che finora ha interpretato in maniera rigida il Regolamento di Dublino, della cui riforma si sta tornando a discutere tra i leader europei proprio in questi giorni, rispettando la gerarchia di competenze stabilite.

Una piccola rifugiata guarda la neve da una finestra del campo di accoglienza situato in un hotel di Riksgransen, la stazione sciistica più a nord della Svezia. REUTERS / Ints Kalnins
Una piccola rifugiata guarda la neve da una finestra del campo di accoglienza situato in un hotel di Riksgransen, la stazione sciistica più a nord della Svezia. REUTERS / Ints Kalnins

I rifugiati, i richiedenti asilo, e le persone con un background di immigrazione faticano a integrarsi nel mercato del lavoro a causa delle difficoltà linguistiche e della mancanza di offerta di lavoro a bassa qualifica. Secondo lo studio, ciò è spiegabile anche per l’alto tasso di occupazione delle donne svedesi e il livello elevato di qualifiche dei cittadini svedesi. Si crea così un mercato del lavoro basato su due estremi e la situazione con i crescenti flussi migratori si fa sempre più preoccupante e difficile l’integrazione lavorativa dei nuovi arrivati.


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Eppure la Svezia, tra i paesi dell’OCSE, conta la percentuale più elevata di rifugiati rispetto al resto della popolazione: il 16% dei cittadini è nato all’estero nel paese che conta un numero di abitanti pari a 9 milioni e mezzo. Si stima che circa la metà dei migranti sia arrivata in Svezia come rifugiato o come congiunto di un rifugiato. Come gli altri paesi dell’OCSE, è proprio l’alto livello di qualifiche degli svedesi e le opportunità lavorative orientate verso i nativi che tendono a creare barriere ai migranti in cerca di lavoro. Dal 2015 sono in corso dibattiti su come integrare più velocemente i nuovi arrivati in particolare quanti abbiano già maturato esperienze o professioni richieste dalla Svezia si cercano nuove vie per accelerare i processi di inserimento nel mercato del lavoro.

I richiedenti asilo possono avere accesso a un impiego se rispondono a tutti i requisiti necessari e in questo caso possono essere esentati con un certificato dall’obbligo di essere già in possesso di un permesso di lavoro se hanno documenti sufficienti a provare la propria identità. Finché il processo per la domanda di asilo è in corso hanno il permesso di lavorare, nel momento in cui viene presa una decisione con esito negativo se l’individuo coopera a lasciare volontariamente il paese, il permesso può essere esteso in caso contrario il soggetto finisce per essere espulso con la cessazione del permesso lavorativo. L’ottenimento della protezione internazionale dà diritto ai migranti ad accedere al mercato del lavoro come i residenti regolari ottenendo un permesso di residenza. Se necessitano di supporto finanziario per vivere, possono richiedere un sussidio quotidiano alla Swedish Migration Agency (SMA): una somma necessaria a coprire solo necessità basilari e che nel 2015 ammontava ad appena 2.56 euro per un adulto a cui siano già garantiti i pasti o 7.57 euro per chi debba provvedere autonomamente ai pasti. Possono richiedere una indennità per un alloggio, qualora il periodo di lavoro pattuito sia superiore ai tre mesi e l’Agenzia per l’Immigrazione non possa provvedere ad una sistemazione o il migrante debba trasferirsi per lavoro in un’altra città.

In generale per quanto riguarda la disoccupazione giovanile, criticità che affligge tutta l’Europa, la Svezia presentava nel 2016 una percentuale vicina alla media Ue (18.9% contro 18.7%), che però è quasi il doppio del livello di disoccupazione degli adulti. Nel 2014 la percentuale di giovani disoccupati non nativi era pari al 41.7% , cifra decisamente superiore al 20.6% dei giovani svedesi nello stesso anno.

Il paese nordico conta anche la percentuale più bassa di disoccupazione di lungo termine, che tra il 2006 al 2016 era andata crescendo dall’1% all’1.3%: un terzo della media Ue ( 4%). Si deve poi tener conto che molti giovani che rientrano nell’età lavorativa, non lavorano o non cercano lavoro perché in realtà stanno ancora seguendo corsi di studi a tempo pieno.

@IreneGiuntella

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