Da quando Donald Trump è diventato il nuovo inquilino della Casa bianca, gli equilibri globali sono mutati. L’atteggiamento che il successore di Barack Obama sta tenendo è controverso, come dimostrano i primi ordini esecutivi o come dimostra l’atteggiamento con i media. Trump però rischia di passare alla storia come uno dei presidenti con l’eredità più distruttiva e divisiva di sempre. Se è vero che nel breve termine le azioni di Trump possono preoccupare, nel lungo potrebbero essere devastanti. Come nel caso del Golfo Persico.

REUTERS/U.S. Navy/Chief Mass Communication Specialist Eric S. Powell/Handout
REUTERS/U.S. Navy/Chief Mass Communication Specialist Eric S. Powell/Handout

Il modus operandi di Trump è chiaro. Lui e il suo principale consigliere, Stephen Bannon, agiscono quasi all’unisono. Bannon pensa, Trump agisce. E se Bannon gli consiglia di portare fuori gli Stati Uniti dallo scacchiere del Medio Oriente, allora si può star certi che Trump lo farà. Del resto, un significativo distacco avvenne già quando il segretario di Stato era Hillary Clinton, con il celebre “Pivot to Asia”. Lo stesso si può dire se si guarda al Golfo Persico. L’indomani dell’insediamento di Trump alla Casa bianca i leader del Golfo hanno applaudito in modo discreto. Perché avere il tycoon dalla loro parte nella lotta contro l’Iran, che non è ben visto in quelle aree, è assai positivo per Ryadh. In particolare, All’Arabia Saudita non era piaciuto l’atteggiamento tenuto da Obama a partire dal 2015 nei confronti dell’Iran. Inoltre, ci sono tre figure chiave nell’amministrazione Trump a essere particolarmente gradite ai sauditi. Si tratta del segretario della Difesa, James Mattis, del segretario di Stato, Rex Tillerson, e del numero uno della CIA, Mike Pompeo. Su tutti, Mattis, con la sua poca fiducia verso Teheran. È quindi lecito attendersi che Washington cambi registro nell’area.


LEGGI ANCHE : Il rilancio del carbone voluto da Trump è destinato al flop


Non è un caso che infatti nella capitale statunitense la dialettica dei think tank stia mutando. Se prima c’era molta apertura verso l’Iran, ora il vento è mutato. Un esempio lo si è osservato questa settimana. Non c’è più bisogno di difendere il petrolio nel Golfo Persico: gli Stati Uniti dovrebbero ripensare il loro impegno militare nella regione. Il libro “Crude Strategy” presentato lunedì 27 febbraio al Cato Institute di Washington in presenza degli autori Charles Glaser (Professor of Political Science and Director, George Washington University) Rosemary Kelanic (Assistant Professor of Political Science, Williams College) e Kenneth Vincent (Visiting Fellow, George Washington University) esplora i legami storici, politici ed economici tra il petrolio del Golfo Persico e la sicurezza degli Stati Uniti. Sono passati oltre 30 anni da quando l’Unione Sovietica invase l’Afghanistan e il presidente Jimmy Carter nel gennaio del 1980 dichiarò ufficialmente che il petrolio del Golfo Persico era un vitale interesse degli Stati Uniti e che Washington avrebbe usato «ogni mezzo necessario, compresa la forza militare», per proteggerlo. Queste parole, passate alla storia come la Dottrina Carter, in un modo o nell'altro, hanno condizionato la politica statunitense fino ad oggi. La protezione indiscussa del petrolio in questa regione è dovuta all’importanza del greggio per l'economia americana. Gli Stati Uniti consumano circa 19 milioni di barili di petrolio al giorno, pari a quasi il 20 per cento del consumo globale e il petrolio è la più grande fonte di energia, svolgendo un ruolo particolare nel settore dei trasporti. E che lo sarà ancora di più, considerata la strategia energetica di Trump, che vuole dimenticare l’esperienza delle energie rinnovabili di Obama e puntare tutto sui combustibili fossili.

Tuttavia, sempre secondo gli autori del libro, l’impegno militare degli Stati Uniti nel Golfo dovrebbe essere ripensato. Gli interessi americani nella regione non riguardano solo il petrolio ma anche la proliferazione nucleare, la lotta al terrorismo, e la diffusione della democrazia. Eppure, secondo gli autori è giunto il tempo per una rivalutazione completa della presenza strategica dell’America nell’area. Partendo dai cambiamenti geopolitici anche drammatici che si sono verificati negli anni in questa zona, bisogna riflettere se le minacce ai giacimenti di petrolio sono sempre quelle che si temevano nel passato. Si deve capire se la presenza delle truppe americane sia davvero così determinante per la stabilità dell’Arabia Saudita. Nel capitolo di Thomas Lippman si ipotizzano altri possibili scenari che potrebbero danneggiare le esportazioni di petrolio saudite: alti tassi di petrolio nazionale che insieme all’impoverimento delle risorse potrebbero minare la capacità dell'Arabia Saudita di esportare il greggio nei prossimi cinquant’anni; un cyber attack contro il sistema delle compagnie petrolifere potrebbe sospenderne la produzione; un regime anti-americano potrebbe trattenere le esportazioni di petrolio per punire l'Occidente; e infine anche la guerra civile potrebbe devastare il Paese, causando danni agli impianti petroliferi sauditi. In pratica, si tratterebbe di una scelta più economica che diplomatica. Il rapporto fra costi e benefici potrebbe lasciare intendere che uscire dalla zona è conveniente. E su questo punto la comunità diplomatica di Washington è assai scettica.

Ammesso quindi che sia possibile dal punto di vista politico, dal punto di vista economico come si riuscirebbe a proteggere l’American prosperity? Ritirando le forze armate dal Medio Oriente l’America potrebbe risparmiare fino a 75 miliardi di dollari l’anno. Con questo risparmio dovrebbero essere attuate iniziative per lo sviluppo di risorse non convenzionali di petrolio degli Stati Uniti (come lo shale oil) e l'aumento delle dimensioni della Strategic Petroleum Reserve. In più aumentando le tasse sulla benzina, investendo in combustibili alternativi e tecnologia flex-fuel si dovrebbe scoraggiare il consumo di petrolio, che però non è nelle intenzioni di Trump. In tal modo si potrebbe quasi eliminare il danno diretto di uno shock petrolifero per l’economia degli Stati Uniti. 

La tesi del libro però lascia aperti diversi scenari di lungo periodo che, come spiegavamo sopra, potrebbero essere devastanti. Uscendo da Golfo Persico e Medio Oriente, gli Stati Uniti rischiano di destabilizzare ancora di più un’area che già ora è frammentata. Ma non solo. C’è anche il pericolo che gli USA diventino una pedina ancora più piccola di quello che già ora è rispetto a vent’anni fa sullo scacchiere internazionale. Se l’obiettivo di Trump è quello di isolare gli Stati Uniti, allora questa è la strada da seguire. Se invece fosse (e non lo è) quello di avere un’America più presente a livello diplomatico, bisognerebbe ripensare gli ingaggi statunitensi nelle due aree. La mediazione tra Golfo e Iran è possibile. Così come sarebbe possibile ottenere un supporto tecnologico e di intelligence da parte di Ryadh, Doha e Abu Dhabi nella lotta al terrorismo. Tutte opportunità che però non sono nelle corde né di Bannon né di Trump. E a patire le conseguenze maggiori di scelte così radicali, di questo neoprotezionismo - economico, commerciale, diplomatico - che ha invaso gli Stati Uniti non sarà solo Washington. Sarà l’intero equilibro globale, già instabile ora e ancora più instabile nel prossimo decennio. 

@FGoria @LaviniaPelosi 

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE