Renzi parla dirante la conferenza stampa successiva all'esito del referendum costituzionale. REUTERS/Alessandro Bianchi
Renzi parla dirante la conferenza stampa successiva all'esito del referendum costituzionale. REUTERS/Alessandro Bianchi

«PS: Arrivo, arrivo :D». È così finito il (primo?) governo di Matteo Renzi. Caduto su un voto quasi plebiscitario contro il referendum costituzionale, ma non solo. Un voto contro la persona, colpevole di aver personalizzato un quesito oltre ogni modo. Dopo mesi di atroce campagna elettorale, Renzi è stato punito da circa il 60% del 68% degli aventi diritto. Quasi 20 milioni di italiani, su poco meno di 48 milioni, ha deciso che no, questa volta Renzi aveva passato il solco. E il peggio, purtroppo, non è questo.


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Vacche, governi tecnici, spread, accozzaglie, live su Facebook, insulti, paure, timori. La prima impressione può essere lapalissiana. “Chi ha perso è stato Renzi in primis”, “Il voto è stato prima di tutto contro Renzi”, “Il vento della difesa della Costituzione ha spazzato via il rottamatore accentratore”: queste sono alcune cose che o avete già letto o leggerete nei prossimi giorni riguardo al referendum. Qualcuno parlerà del populismo, fantomatica entità quasi quanto era lo spread ai tempi del 2011. Qualcuno citerà Financial Times e The Economist, che hanno “gufato” contro l’Italia al fine di favorire la “speculazione” finanziaria. Qualcuno ribadirà che è la vittoria della classe media contro le elites. Tutto perfetto, sempre che si voglia guardar il dito e non la luna.

Primo. Il populismo non c’entra nulla con questo voto. Semmai, è un voto di stanchezza. Stanchezza di una campagna elettorale estenuante, terrificante e pessima. A memoria è difficile rimembrare una tal pochezza di argomenti concreti come in questi ultimi mesi. Il tifo, estremo e polarizzato, ha stufato. È comprensibile che qualcuno, facendo login su Facebook e trovandosi davanti l’ennesima sovraesposizione di Renzi, abbia deciso all’ultimo di votare No? È possibile e comprensibile. Perché l’atteggiamento utilizzato - la presenza 24/7 su tutti i mezzi di comunicazione - è stato ai limiti dello stalking.

Secondo. Pensare che i grandi giornali finanziari internazionali vogliano giocare a Risiko con l’Italia con l’obiettivo finale di agevolare i mercati è sciocco. Semplicemente, raccontano ciò che vedono. E se la loro visione (andiamo a vedere quale è l’origine della parola speculazione, tra l’altro) è di più ampio respiro, lo scrivono nero su bianco in un editoriale o in un leader. Le dietrologie servono solo a chi non riesce a comprendere un fenomeno a pieno. Che siano analfabeti funzionali o no, poco importa. Quello che manca, di base, è la capacità, e la consapevolezza, di comprendere che l’Italia non è solo narrata dagli storyteller italiani, ma è anche discussa all’estero, con un occhio critico ben maggiore che all’interno dello Stivale.

Terzo. Parlare di divisione tra elites e classe media è sbagliato, perché quando si vince in tutte le regioni di gran lunga, a esclusione del Trentino-Alto Adige, sostenuto dalla provincia di Bolzano, è inutile pensare che ci sia stato un voto così polarizzato. Si trattava di un voto contro Renzi. Punto. E lui lo sa.

Occorre ricordare un paio di cose. Avete letto e leggerete tutto ciò. Dotte analisi che spiegano i motivi di una sconfitta epocale. Ma in realtà, soprattutto per colpa di Renzi, come ha ammesso in un moto talmente umile da non sembrare nemmeno suo, l’Italia ha dimostrato di essere incapace di andare oltre, di cambiare. E la responsabilità, anche in questo caso, è di Renzi. Perché invece di spiegare ai cittadini come mai sarebbe stato utile cambiare la costituzione italiana al fine di dare un segnale chiaro di cambiamento al resto del mondo (no, non solo ai mercati finanziari, altra fantomatica entità che in realtà siamo tutti noi…), ha preferito metterla sul personale.

Perché lo ha fatto? Perché lui stesso è figlio della Prima Repubblica che lui voleva rottamare ma che è invece insita in lui. Lasciando a parte gli slogan della rottamazione, utili per guadagnare il potere, Renzi è diventato lui stesso la figura contro cui combatteva ai tempi di Palazzo Vecchio. Forse perché lo è sempre stato. Forse perché inevitabilmente è uno dei figli della Prima Repubblica. Ma, soprattutto, perché non ha saputo raccogliere le critiche - a volte aspre e non argomentate, a volte precise e costruttive - di chi gli stava intorno. Si è circondato di Yes Men, come più volte abbiamo scritto su queste pagine, e si è arroccato all’interno di una cabina di regia che credeva impenetrabile. Ha avuto paura di essere tradito dal suo partito (e a forza di ripeterlo “ai suoi”…), dai sui uomini, dai suoi collaboratori. Ha istituto un sistema di comunicazione del tutto contrario a qualunque critica. E si è dimenticato che, ogni tanto, le analisi e le critiche possono essere utili.

Ha peccato di superbia, Renzi? Sì, sicuramente sì. E, seppure con un ritardo madornale, e mettendo in gioco per diversi anni la credibilità del Paese, se n’è reso conto. Questo è un punto. Ma il punto peggiore, almeno nel lungo periodo, è un altro.

I cittadini italiani, votando no, hanno dimostrato che né è cambiato nulla né che avevano intenzione che qualcosa cambiasse. Invece di guardare alla persona, avevano la possibilità di andare oltre, di dimostrare che tutti gli stereotipi sull’Italia sono errati. Immobilismo, corruzione, incapacità di riformarsi, provincialismo: questi sono gli stereotipi. Tutti confermati, dopo il voto di ieri. Le responsabilità sono molteplici e necessiterebbero di libri su libri. Da un sistema educativo totalmente inadeguato rispetto alla media europea a una classe politica incapace di comunicare con l’elettorato se non a colpi di favori, passando per una scarsa propensione dei giornalisti a riportare i fatti, nudi e crudi, senza sprecare inchiostro in opinioni che non sono altro che l’emanazione di piccole, o piccolissime, classi sociali.

Nel calderone delle responsabilità ci siamo tutti noi cittadini italiani. Avevamo l’incredibile possibilità di dare un segnale al mondo. Avevamo l’opportunità di fugare ogni dubbio e spiegare perché tutti gli stereotipi che ci portiamo dietro, dagli Anni Settanta prima e dagli Anni Duemila poi, sono errati. Si è scelto, invece, di dire no. Ma quel no equivale a dire che l’Italia era e resta un Paese immobile e irriformabile.

@FGoria

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