Il logo di Veneto Banca. REUTERS/Alessandro Bianchi
Il logo di Veneto Banca. REUTERS/Alessandro Bianchi

Il salvataggio di Veneto Banca e Banca popolare di Vicenza ha messo in luce tre dei motivi che impediscono all’Italia di essere un protagonista in Europa. Si tratta da un lato del procrastinamento della risoluzione dei problemi, dall’altro dell’incapacità di agire in assenza di un senso di urgenza, dall’altro ancora della mancanza di una visione di lungo periodo. Passano i governi, mutano i cicli economici, ma queste peculiarità non cambiano. Anzi, peggiorano. E non esiste una terza faccia della medaglia in questo caso: o si cambia mentalità oppure si continuerà a vivere in questo stato anemico.


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Che Veneto Banca e Banca popolare di Vicenza fossero in difficoltà era noto da tempo. Così come nel caso di Banca Monte dei Paschi di Siena, del resto. Eppure, il Governo ha deciso di intervenire solo all’ultimo, durante un assolato e torrido weekend di fine giugno. Lo ha fatto con un decreto d’emergenza. Primo, soprattutto, per evitare una corsa agli sportelli da parte dei risparmiatori. Secondo, non meno importante, per evitare la risoluzione delle due banche cardine del Nord-Est. Terzo, per non perdere la faccia verso gli investitori internazionali, già piuttosto restii ad allocare risorse in Italia. Il punto, tuttavia, non è se è corretto o meno salvare Veneto e Vicenza. O meglio, in un mercato in cui esistono competitività e meritocrazia, le due banche in questione sarebbero già state risolte tempo fa. Ma stiamo parlando dell’Italia, un Paese nel quale il capitalismo salottiero e il capitalismo di relazione la fanno da padroni.

Per capire quale sia il problema di fondo di questo salvataggio bancario bisogna però tornare indietro di qualche anno. Al 2010, per la precisione. Erano gli anni della primissima crisi della Grecia. L’anno in cui è iniziato a scoppiare il bubbone della crisi dell’eurozona, che poi colpì anche l’Italia nella seconda parte del 2011. L’Italia era stata colpita dal collasso di Lehman Brothers, ma ci si ripeteva che no, non sarebbe mai successa una cosa del genere in Italia. Perché le banche italiane erano più legate al territorio, meno internazionalizzate, meno cariche di titoli ad alto rischio, eccetera eccetera. Già. Era tecnicamente vero, ma c’era un aspetto che non era passato inosservato agli osservatori, che però erano considerati dei menagramo dai funzionari governativi di alto rango. Proprio questa caratteristica di attaccamento - e dipendenza dallo stesso - al territorio poteva essere un’arma a doppio taglio. Perché se un’area produttiva, come per esempio il distretto dei mobilifici veneti, va in crisi di vendite per via della crisi globale, come fa a ripagare i prestiti che le sono stati erogati dalle banche legate, per l’appunto, a quel territorio? Semplice, non lo fa. E allora come può la banca tutelarsi e tentare il recupero crediti? Altrettanto semplice, va in tribunale. Tutto regolare, se fossimo in un Paese nel quale il sistema giudiziario è efficiente. Peccato che non sia il caso dell’Italia. La lentezza della giustizia è tale che per il recupero di un credito occorrono anni. Molti anni. E di conseguenza, come viene iscritto a bilancio quel credito che quella banca legata al territorio ha erogato a quel mobilificio? Diventa un Non-performing loan (Npl, o credito incagliato). Quando continua a crescere, senza interruzioni e per anni, la percentuale di Npl in pancia a una banca ci si ritrova di fronte a un problema. Enorme. Ma torniamo al 2011.

Sei anni fa, al G-20 di Cannes, si consumò il delitto perfetto contro il Governo Berlusconi, ritenuto ormai non più credibile da Francia, Germania, e Bruxelles. Con lo spread, il differenziale di rendimento, fra titoli di Stato italiani e tedeschi a quota 570 punti base, c’era un senso di urgenza. Forte, fortissimo. Si percepiva nell’aria passeggiando per Roma e Milano che bisognava fare qualcosa. Lo spettro del default sovrano aleggiava sull’Italia come un avvoltoio e ci si rese conto che bisognava dare un segnale al mondo. Ecco perché arrivò la credibilità di un tecnico, Mario Monti. Rispettato, preciso, dotato. Era l’identikit perfetto per traghettare, con l’aiuto di Mario Draghi alla Banca centrale europea (Bce), l’Italia fuori dalla crisi. Peccato che Monti finì invischiato nella palude di Palazzo Chigi e del Parlamento. E quando ci finì il senso di urgenza era già terminato, con il solo risultato di una imperfetta, ma doverosa, riforma del sistema pensionistico grazie a Elsa Fornero, uno dei pochi esempi virtuosi di quell’esperienza governativa, nato appunto grazie al senso di urgenza presente. La crisi dello spread cominciava lentamente a scomparire dalle prime pagine dei giornali e le autorità finanziarie italiane continuavano a ripetere che il sistema bancario italiano era solido e robusto. Già, quante volte abbiamo letto o sentito questa frase? Troppe. Allo stesso modo, quante volte abbiamo udito che le banche italiane erano ben differenti dalle altre, dal momento in cui non avevamo mai avuto bisogno di un programma di salvataggio? E infatti i commentatori più scafati - quelli considerati dei menagramo - ripetevano che la crisi dei crediti incagliati si sarebbe palesata. Non era questione di se, ma di quando.

Sono passati sei anni da quei giorni drammatici del 2011, da quell’autunno folle che cambiò integralmente l’Italia. Eppure, in questi sei anni, che sono quasi 2200 giorni, non c’è stata una voce fuori dal coro, in ambito governativo, che abbia saputo guardare in faccia la realtà. E cioè che l’Italia aveva e ha un enorme problema bancario. Perché i crediti incagliati, in un’economia disomogenea e anemica e con un sistema giudiziario inadeguato, sono destinati a ripresentarsi, prima o poi. E le autorità di vigilanza? Stesso discorso, non pervenute. O meglio, perse anche loro nella palude della politica. Occorre scriverlo a chiare lettere: in Italia si preferisce procrastinare le urgenze, mascherarle, far finta che va tutto bene quando in realtà non è che la situazione sia così solida e robusta. Perché è più comodo e semplice, e soprattutto non distrugge il consenso politico guadagnato. Dato che molto spesso, e non solo in Italia, l’obiettivo di un governo è quello di essere rieletto, non si possono fare scelte impopolari. Non si può pensare di formare una bad bank di Stato dove allocare buona parte dei crediti incagliati in pancia al sistema bancario. Perché i risvolti sulla popolarità del governo che adotta una soluzione del genere possono essere distruttivi. Meglio quindi mettere la testa sotto la sabbia e via, aspettare, sperare in una Provvidenza (anche chiamata ciclo economico trainato da una domanda domestica e non solo dagli interventi della Bce…) capace di far voltare pagina.

Il procrastinamento, unito all’assenza del vincolo esterno dato dal senso di urgenza e pressione, ha costretto l’Italia a salvare Veneto e Vicenza all’ultimo, in piena Zona Cesarini. Tutto dentro le regole, niente di illegale, utilizzando la tipica creatività italiana, che spesso manca all’estero, che emerge quando un italiano è sotto pressione. Quasi un fenomeno culturale, perché è vero che quando siamo sotto pressione diamo il meglio di noi, come era successo - e scusate la citazione calcistica - quando la Nazionale ha vinto i Mondiali del 2006. La pressione e l’avvicinarsi di una scadenza fa scattare molle che non pensavamo di avere. Ma è possibile pensare di continuare a vivere in questo modo? È possibile non avere una visione di lungo periodo capace di far davvero svoltare l’Italia, al di là degli slogan del politico di turno? La risposta è no. Impossibile pensare che l’Italia esca dal pantano in cui si è lei stessa messa grazie al capitalismo di relazione che ha creato negli anni. Del resto, basta rileggere le parole espresse dal presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, per capirlo: «Non è ai responsabili di questo dissesto che si indirizza il nostro intervento ma penso ai clienti, ai risparmiatori alla imprese». Tutto corretto, perché la tutela del risparmio è importante, ma è ancora più fondamentale rompere tutti i legami fra politica e mondo bancario. Quei lacci e lacciuoli di cui scriveva il governatore della Banca d’Italia Guido Carli negli anni Settanta e che non sono ancora stati eradicati.

Molto spesso i funzionari governativi criticano gli osservatori esterni che giudicano l’Italia considerandoli troppo negativi. Eppure, in diversi casi, negativi non erano. Erano semplicemente realisti. E il realismo, così come le critiche costruttive, è la base di ogni Stato degno di questo nome. La crisi di Veneto e Vicenza è l’ennesima lezione, dopo quella di MPS e Banca Etruria, che l’Italia probabilmente non comprenderà. Esiste un problema nel sistema bancario italiano? Sì. È un problema legato ai Non-performing loan? Sì. Esistono delle procedure per far fronte a questo problema? Sì. Ma fino a che si continuerà a procrastinare gli interventi fino all’ultimo, fino a quando non ci sarà il senso di urgenza e fino a quando mancherà una visione governativa capace di andare oltre la normale legislatura, ci sarà ben poco da fare. Ci sarà solo l’attesa per il prossimo focolaio di crisi. 

@FGoria

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