Per la successione a Yellen prevale la linea moderata del segretario al Tesoro Mnuchin. Scartati i falchi, la banca viene affidata a un uomo pragmatico, capace di creare consenso. Toccherà a lui portare gli Usa verso la nuova normalità monetaria. E sgonfiare la bolla hi-tech

Donald Trump lancia uno sguardo a Jerome Powell, nuovo presidente della Federal Reserve. Washington, USA, 2 novembre 2017. REUTERS / Carlos Barria
Donald Trump lancia uno sguardo a Jerome Powell, nuovo presidente della Federal Reserve. Washington, USA, 2 novembre 2017. REUTERS / Carlos Barria

WASHINGTON - La Federal Reserve sarà condotta, nel suo percorso di normalizzazione, da Jerome Powell. Una linea di continuità con la politica monetaria adottata da Janet Yellen, quindi. E forse la più grande sconfitta di Donald Trump dal momento del suo insediamento, il 20 gennaio scorso, a oggi. Perché The Donald voleva imporre il suo pensiero anche alla Fed, ma è stato bloccato dall’ala moderata che lui stesso ha nominato nella sua amministrazione. Infatti, il vincitore morale di questo conflitto è il segretario del Tesoro, Steven Mnuchin.


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“Il processo di riflessione sul futuro della Fed inizia con la nomina invece che finire con essa”. Così ha scritto ieri sul Financial Times Glenn Hubbard, dean della Columbia Business School e già presidente dello US Council of Economic Advisers sotto la presidenza di George W. Bush. Ed è una visione corretta, perché ci sono ancora tre membri vacanti nel board della banca centrale americana. Non solo. La normalizzazione della politica monetaria statunitense, dopo il periodo di extra liquidità del periodo post-Lehman Brothers, è appena cominciata e ha bisogno di nuove persone, capaci di navigare in territori sconosciuti. Ma - e non abbiamo la pretesa di essere più lungimiranti di Hubbard - c’è un problema diverso nella corrente amministrazione. Per dirla come un lobbista di lungo corso di Washington, «è difficile che qualcuno voglia sporcarsi le mani con questa presidenza». Traduzione per i non addetti ai lavori: è molto complicato trovare persone qualificate che vogliano il loro nome associato a quella di un’amministrazione approssimativa e disorganizzata come quella che ha al suo vertice Trump. Di conseguenza, le possibili scelte per la Federal Reserve non potranno che essere dettate dalla ragionevolezza di chi i mercati finanziari li conosce, e li ha vissuti.

Per questo motivo, l’opinione di Mnuchin, ma anche quella del direttore del National economic council, Gary Cohn, è contata così tanto nella nomina di Powell. Mnuchin e Cohn hanno entrambi un passato in Goldman Sachs, di cui hanno conservato il network. De facto, sono il trait d’union fra Wall Street e la White house. Ed entrambi hanno consigliato a Trump di mantenere un profilo basso per la creazione del nuovo chairman della Fed. Entrambi erano a favore di una figura pragmatica e capace di costruire intorno a sé un ampio consenso come quella di Powell. Al contrario, i due altri pretendenti, Kevin Warsh e John Taylor, erano visti all’interno del cerchio più ristretto dei consiglieri di Trump come soluzioni più divisive. Warsh per la sua smaccata affiliazione al Partito repubblicano. Taylor per le sue posizioni da falco, quindi più oltranziste e restrittive di Powell, sebbene sia il creatore della Taylor Rule, la più importante regola di politica monetaria, che mette insieme Prodotto interno lordo (Pil) e inflazione al fine di prevedere la linea da seguire per una banca centrale.

La soluzione di compromesso, dunque, era quella di Powell. Influente, ascoltato, apprezzato, non dogmatico, il compito di portare gli Usa verso la nuova normalità monetaria spetta al 64enne che abita a Chevy Chase, ai confini tra Maryland e la DC Area, non lontano da quella Bethesda che dagli anni Cinquanta è il posto preferito dai funzionari governativi del Fondo monetario internazionale (Fmi) e della World Bank. I critici dicono che sia inadeguato poiché non ha un PhD in economia, ma solo una laurea in legge a Georgetown, e poiché ha un patrimonio personale non indifferente, oltre la doppia cifra in milioni di dollari.

L’impressione è che però si tratta di questioni di lana caprina. Powell è conosciuto, negli ambienti finanziari di Washington, come un efficiente ed efficace banchiere centrale. Vicino più al mondo degli studi legali d’affari, senza dubbio, ma con elevate competenze anche in termini bancari. Non è un tipo mondano, ma non disdegna intrattenere rapporti con le elites della capitale statunitense se l’occasione lo richiede. È quindi la continuazione del pragmatismo adattivo inaugurato dalla Yellen. Vale a dire che, se ci sono le condizioni macro e microeconomiche per un aggiustamento del tasso d’interesse di riferimento, non ci sarà alcuna ingerenza politica che potrà rallentare il sentiero verso la normalizzazione. Proprio come è stato nel caso della Yellen, che si è dimostrata a più riprese indipendente da Capitol Hill.

La sfida più grande per Powell sarà però un’altra. La nuova normalità della Fed rischia di essere rallentata dalle bolle attualmente in corso. Una fra tutte, quella delle quotazioni azionarie delle società hi-tech di Wall Street, i cui fondamentali economici non sembrano sostenere le valutazioni correnti. L’impressione dominante negli ambienti finanziari di Washington è che Powell, che studia le dinamiche della regolamentazione finanziaria da anni, sia in grado di far sgonfiare gli squilibri sui prezzi di certe classi di asset senza dover per forza osservare conseguenze collaterali sull’economia reale. «È la scelta migliore possibile, possiamo stare al sicuro per i prossimi anni», fa notare il gestore di un significativo hedge fund statunitense con base a DC. La speranza è che abbia ragione. 

@FGoria

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