Janet Yellen, presidente della Fed, durante un'udienza in Senato. Capitol Hill, Washington, Stati Uniti, 14 febbraio 2017. REUTERS / Joshua Roberts
Janet Yellen, presidente della Fed, durante un'udienza in Senato. Capitol Hill, Washington, Stati Uniti, 14 febbraio 2017. REUTERS / Joshua Roberts

WASHINGTON - Nella lunga guerra di Donald Trump contro il lascito dell’amministrazione di Barack Obama non poteva mancare una battaglia significativa. Si tratta di quella contro la Federal Reserve di Janet Yellen. Dopo aver criticato la politica monetaria della banca centrale americana a più riprese lungo la campagna elettorale, Trump sta però cambiando idea. E sarebbe vicino a riconfermare la poltrona della Yellen, che scade il 3 febbraio 2018. Perché l’influenza di Steve Bannon, il suo chief strategist, sta venendo sempre meno. Ma soprattutto perché sa che senza il supporto della Fed sarebbe impossibile sostenere l’economia statunitense.


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Alla vigilia dei meeting primaverili del Fondo monetario internazionale (Fmi), la notizia - o meglio, il gossip - sulla bocca di tutti è che Trump sarebbe disposto a fare marcia indietro sulla Yellen, come si evince dalla sua intervista rilasciata al Wall Street Journal. Una decisione che potrebbe far rivalutare il neo presidente statunitense negli ambienti accademici e finanziari, che da sempre si sono mostrati contrari alle posizioni del tycoon newyorkese in tema di politica economica e politica monetaria. Per ora tutto è ancora in divenire, ma le indicazioni che giungono da più fonti governative sono chiare. «L’economia sta andando bene, ma c’è bisogno di persone esperte in questo particolare periodo storico, perché il rischio è che si entri in una fase simile a quella della crisi dei mutui subprime in poco tempo», spiega una fonte del Tesoro che ha chiesto di restare anonima. La realtà è che con Wall Street ai massimi storici, l’economia ancora disomogenea in diversi distretti della Fed, le tensioni geopolitiche in corso e, soprattutto, l’uscita della politica monetaria espansiva che ha caratterizzato gli Stati Uniti dal 2008 a oggi, gli USA stanno ballando sul filo del rasoio. Nessuno in America vuol sentire parlare di pericolo di una recessione, ma è altrettanto vero che la ciclicità delle fasi di boom & bust è precisa. Inoltre il peggioramento delle condizioni economiche americane potrebbe arrivare dalle politiche commerciali di Trump. Fra i commenti sul dollaro contro le altre divise e le ipotesi di incremento dei dazi doganali, il timore è che in pochi trimestri gli Stati Uniti potrebbero rallentare. Se a questo scenario si aggiunge la bolla dei social media, i cui prezzi a Wall Street non sembrano giustificare fondamentali solidi, la ricetta per una nuova crisi è servita.

Da questo assunto sarebbe arrivata l’illuminazione a due ex Goldman Sachs nell’amministrazione Trump. Da un lato, il segretario del Tesoro Steven Mnuchin. Dall’altro, il direttore del National economic council (Nec) Gary Cohn. Sia Mnuchin sia Cohn sono considerati più pragmatici che ideologici, complice la loro precedente esperienza bancaria, che li ha spesso portati a cercare compromessi al fine di concludere un affare. Il dogmatismo non è cosa loro, in altre parole. Entrambi sono consapevoli dei rischi che corre l’economia statunitense e hanno consigliato a Trump, riportano le fonti, di considerare come prima persona per il nuovo mandato della Fed proprio la Yellen. E Trump non avrebbe detto di no. Ma c’è di più. È vero che Trump ha la possibilità di nominare cinque posti su sette del Board dei governatori della Fed e se di primo acchito sembrava che dovesse prevalere la componente rigorista, le ultime indiscrezioni parlano di un ammorbidimento del presidente. Se così fosse, sarebbe l’ennesima vittoria del pragmatismo sull’ideologia.

La posizione di Mnuchin e Cohn infatti si scontra con quella di Bannon e Stephen Miller, uno dei principali consiglieri del presidente. Bannon e Miller sono convinti che la politica monetaria della Fed non sia stata troppo sbilanciata negli ultimi anni e che bisogna continuare a sostenere l’economia. Un atteggiamento che però è mutato molto negli ultimi anni. Nel 2014 Bannon criticava la Yellen per i troppi stimoli, così come fino alla tornata elettorale che ha visto vincitore Trump. Ora che sono alla Casa bianca, Bannon e Miller ritengono che l’exit strategy della Fed sia un mezzo usato dalla Yellen al fine di mettere nell’angolo Trump e la sua presidenza. In altre parole, senza la liquidità della Fed, per le politiche economiche di The Donald è arrivato il momento del “o la va o la spacca”. O almeno così ritengono i suoi due consiglieri più intimi. Molti commentari e lobbisti a Washington ironizzano su questa sorta di paranoia di Bannon e Miller, che vedono complotti ovunque e non hanno problemi a dirlo al presidente. Sì, perché l’unica ragione per cui la Fed sta continuando sulla sua strada verso la normalità è che ci sono le condizioni macro e microeconomiche per farlo. Anzi, come hanno spiegato più volte numerosi presidenti dei distretti della Fed, se non avvenisse la normalizzazione, graduale ma costante, della politica monetaria il rischio di un surriscaldamento di alcuni settori si concretizzerebbe. Nessun complotto, dunque, ma la consapevolezza che un conto è una campagna elettorale, un altro è la politica monetaria.

Trump si è presentato alla convention repubblicana come il distruttore dell’establishment in difesa del Midwest e della Rust Belt devastati dalla crisi subprime. Ma la verità è che, almeno sotto il profilo della politica monetaria, potrebbe rivelarsi più pompiere che incendiario. E, come si mormora fra i club di Washington da più di tre mesi, potrebbe essere un vantaggio per lui. «Se l’economia gira, gli americani lo rieleggeranno. Se crea posti di lavoro e incrementa i consumi, passerà altri quattro anni alla Casa bianca», dice un diplomatico di lungo corso. La chiave di volta per Trump, al di là del pugno di ferro sulla politica estera, che peraltro sarebbe stato lo stesso utilizzato da Hillary Clinton, potrebbe quindi essere proprio la Yellen. La stessa di cui aveva detto che era «al servizio di Obama».

@FGoria

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