Fino al 1945, migliaia di coreane sono state costrette a prostituirsi per i soldati giapponesi. La tragedia delle "comfort women" è ancora una ferita aperta, che l’accordo già firmato non basta a sanare, dice ora il presidente Moon. E lo scontro con Abe può avere implicazioni profonde

La statua di una comfort woman fuori dall'ambasciata giapponese a Seoul. REUTERS/Kim Kyung-Hoon
La statua di una comfort woman fuori dall'ambasciata giapponese a Seoul. REUTERS/Kim Kyung-Hoon

«Da presidente voglio chiarire una cosa: la questione delle comfort women non può essere risolta con l'attuale accordo». È stato chiaro il presidente sudcoreano Moon Jae-in parlando ancora una volta dell'accordo che doveva sancire la fine della contesa tra Giappone e Corea del Sud sulle donne costrette a prostituirsi per i soldati giapponesi tra gli anni '10 e '40 del secolo scorso. «È stato un accordo politico che esclude le vittime e i cittadini», ha concluso Moon.


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A dicembre del 2015 i due Paesi asiatici avevano trovato un accordo per una «soluzione definitiva». Oggi però l'amministrazione sudcoreana cui fa capo il riformista Moon fa un passo «indietro» rispetto al precedente governo conservatore. L'accordo oggi non è «applicabile», fa sapere la Casa Blu, perché, ha aggiunto il ministro degli Esteri Kang Kyung-wha, «non prende sufficientemente in considerazione il punto di vista delle vittime, alla base di tutte le risoluzioni di controversie sui diritti umani». Parole, queste, che fanno eco alle conclusioni di uno studio in tema portato a termine da pochi giorni da una task force nominata dal governo.

Da una parte il Giappone ha inaugurato un fondo a sostegno delle donne sopravvissute ai bordelli militari giapponesi da circa 8,5 milioni di euro in cambio della rimozione delle statue dedicate alle vittime delle violenze dei militari giapponesi diffuse in molti luoghi pubblici in Corea del Sud, fuori dai cancelli dell'ambasciata giapponese a Seul. Secondo quanto riportato dall'agenzia di stampa sudcoreana Yonhap, almeno 36 donne su 47 - tutte di età compresa tra gli ottanta e i novant'anni - vive al momento della stipula dell'accordo hanno ricevuto o riceveranno a breve le somme di denaro dal fondo nipponico.

Da quando è in carica, Moon ha fatto della revisione dell'accordo con Tokyo un punto del suo programma.  Tokyo, però, non sembra intenzionata a rivedere l'accordo. I legami tra Giappone e Corea del Sud, ha dichiarato il ministro degli Esteri giapponesi Taro Kono, rischiano di diventare «ingestibili» rendendo la situazione «inaccettabile». E in un periodo in cui rimane alta la tensione con la Corea del Nord, l'appoggio di Seul è quanto mai necessario, anche all'establishment conservatore giapponese, da decenni restio ad accettare la storicità della questione comfort women.

E non mancano le posizioni negazioniste. Anche a livello locale. La diatriba sulle comfort women ha interessato negli ultimi mesi del 2017 anche la città di Osaka, terza città del Giappone, e la sua città gemella San Francisco, in California. Dopo che la giunta comunale di San Francisco ha deciso di porre sotto tutela della città un monumento alle comfort women fatto installare in un parco pubblico, Osaka ha deciso di rompere il rapporto pluridecennale di gemellaggio con la metropoli californiana.

«La relazione di fiducia tra le nostre città è stata completamente distrutta», ha spiegato Hirofumi Yoshimura, sindaco 42enne di Osaka, affiliato al partito conservatore Osaka ishin no kai (Gruppo per la restaurazione di Osaka) o «One Osaka» fondato da Toru Hashimoto, politico salito agli onori delle cronache nel 2012 per aver negato pubblicamente l’esistenza di prove storiche a sostegno dell’esistenza delle «comfort women». 

«Si tratta di una critica ingiustificata al Giappone e di una visione unilaterale, contraria al punto di vista del governo giapponese», aveva spiegato Yoshimura in una serie di lettere, controfirmate anche da Hashimoto, inviate al suo omologo di San Francisco.

Il monumento è stato eretto su iniziativa di un gruppo di cittadini di origine cinese facente capo a Lillian Sing e Julie Tang, due giudici in pensione, Yoshimura aveva minacciato la fine dell’alleanza simbolica tra le due città. Oggetto del contendere, in particolare, l’iscrizione sul basamento delle statue che ricorda le centinaia di migliaia di donne rapite e costrette a prostituirsi nei bordelli militari predisposti dall’esercito giapponese nei paesi sotto il controllo militare giapponese tra il 1931 e il 1945.

Una delle statue del complesso rappresenta l’attivista sudcoreana Kim Hak-sun, tra le prime a denunciare il sistema di cui anche lei era stata vittima.

Durante una conferenza stampa nel 1991, Kim dichiarò che la bandiera giapponese le dava ancora i brividi. «Non ho avuto finora il coraggio di parlare anche se ci sono così tante cose che vorrei dire», disse dopo aver raccontato di come i militari l’avevano strappata alla sua famiglia a soli 17 anni e l’avevano costretta ad avere rapporti sessuali con quattro-cinque soldati giapponesi al giorno. Due anni più tardi sarebbe arrivato il primo vero riconoscimento, con una prima ammissione di colpa – la cosiddetta dichiarazione Kono – da parte del governo giapponese dell’esistenza delle comfort women.

@Ondariva

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