Settantadue anni fa sul Giappone venivano sganciate le prime due bombe atomiche su obiettivi civili. Nel giorno del ricordo, cresce il dibattito sulla necessità di rivedere le linee guida della difesa del Paese.


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«Hiroshima. Nagasaki. Ogni volta che si nominano — scriveva nel prologo a una pièce teatrale del 1994 dedicata a Hiroshima nel post-bomba, Chichi to Kuraseba (La vita con papà), lo scrittore e studioso Hisashi Inoue — si sente dire quanto segue: ‘è sbagliato comportarsi come se i giapponesi fossero le vittime. I giapponesi furono i carnefici del tempo per ciò che fecero in Asia.’ La seconda frase è senza dubbio centrata: non c’è dubbio che i giapponesi abbiano fatto del male in molte parti dell’Asia. Per quello che riguarda, invece, la prima frase, sono sicuro che non sia vera».

Il 6 e 9 agosto — nel pieno dell’afa estiva — il Giappone ricorda quei due giorni che cambiarono per sempre la storia della guerra e dell’umanità intera. Da lì in avanti le bombe nucleari sarebbero diventate un deterrente a nuovi conflitti e al contempo la primaria minaccia alla sicurezza di un paese.

Per Inoue, infatti, «quelle due bombe atomiche furono sganciate non solo sui giapponesi ma su tutto il genere umano».

«Le persone esposte a quelle bombe, bruciati dalle fiamme dell’inferno, rappresentano tutte le persone del mondo nella seconda parte del 20esimo secolo. Nessuno si salva dalla presenza delle armi nucleari».

No al trattato Onu sul bando alle armi nucleari

Il mese scorso 122 paesi delle Nazioni Unite hanno approvato un bando alle armi nucleari. Come unico paese colpito da due bombe nucleari ci si potrebbe aspettare di vedere il Giappone tra i paesi firmatari. Ma non è così. Come altri paesi sotto l’ombrello nucleare degli Stati Uniti, Tokyo ha boicottato l’approvazione del testo. La giustificazione ufficiale riguarda proprio l’assenza dei paesi dotati di armi nucleari al tavolo delle trattative.

Per Tokyo, un accordo vero ci potrà essere solo con tutte le parti presenti. Ed è per avvicinare le ragioni dell’una e dell’altra parte — chi possiede armi nucleari e chi no — ha ricordato lo stesso premier giapponese Abe a Hiroshima, che il governo lavorerà.

Le promesse non hanno convinto gli abitanti della città che per prima fu rasa al suolo da un ordigno nucleare. Ma dietro l'atteggiamento cauto del Giappone sul bando alle armi nucleari c'è la principale potenza nucleare del mondo — gli Stati Uniti. Washington teme oggi un nuovo attacco nucleare e non vuole perciò rinunciare alla capacità di deterrenza del proprio arsenale atomico. La minaccia numero uno del momento è la Corea del Nord, che nelle ultime settimane ha testato due missili a medio-lungo raggio. 

L'alleanza con gli Usa e la minaccia nordcoreana

La reazione della Casa Bianca non si è fatta attendere. Poche ore dopo l’uscita dell’articolo, viene diffusa la notizia che il Pentagono ha aggiornato le «opzioni» in caso di crisi nordcoreana, compreso l’intervento militare preventivo. «Se hanno armi nucleari — ha spiegato il generale McMaster, consigliere per la sicurezza nazionale della Casa bianca alla stampa — in grado di minacciare gli Stati Uniti [questo] è intollerabile dal punto di vista del Presidente. Quindi, ovviamente, dobbiamo pensare a tutte le opzioni, compresa quella militare».

E in quel caso, anche il Giappone — che nel 2015 ha rivisto le sue politiche di difesa approvando una norma che permetterà ai militari del Sol Levante di entrare in azione in caso di attacco nemico contro forze alleate — dovrà avviare la sua macchina difensiva.

Non sono state casuali le parole del nuovo ministro della Difesa di Tokyo Itsunori Onodera, che, da poco rientrato nell’esecutivo, nel giorno dell’anniversario di Hiroshima, ha proposto al governo di studiare un’ulteriore riforma dell’esercito. Le Forze di Autodifesa giapponesi dovrebbero, secondo il ministro, essere in grado di attaccare una base nemica prima che da qui venga lanciato un missile. Una proposta, insomma, che contraddice il dettato dell’articolo 9 della Costituzione giapponese del 1947 — quello che impone a Tokyo la rinuncia eterna alle armi come metodo di risoluzione delle controversie internazionali — e che anche il primo ministro Abe, solitamente molto solerte nel proporre revisioni della costituzione, ha per il momento deciso di archiviare. 

@Ondariva

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