Dopo l’ultimo test missilistico, il governo giapponese ha chiesto alle autorità locali di preparare la popolazione all’evenienza di un attacco. Le esercitazioni in varie città sono iniziate. Ma secondo alcuni analisti e politici, il regime ora potrebbe essere pronto al dialogo

Il politico giapponese ed ex stella di wrestling Antonio Inoki partecipa ad una conferenza stampa dopo la sua visita a Pyongyang, mentre arriva all'aeroporto internazionale di Haneda a Tokyo, in Giappone, l'11 settembre 2017. REUTERS / Toru Hanai
Il politico giapponese ed ex stella di wrestling Antonio Inoki partecipa ad una conferenza stampa dopo la sua visita a Pyongyang, mentre arriva all'aeroporto internazionale di Haneda a Tokyo, in Giappone, l'11 settembre 2017. REUTERS / Toru Hanai

Mascellone, sciarpa e cravatta rigorosamente rosse e fisico imponente. Il profilo di Kanji “Antonio” Inoki è inconfondibile e riconosciuto in tutto il mondo. Anche in Corea del Nord.


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A 74 anni, l’uomo che all’apice della sua carriera di wrestler sfidò sul ring del Budokan di Tokyo Muhammad Ali, è tra i pochi politici giapponesi – Inoki è entrato in parlamento per la prima volta nel 1989, seguendo le orme del padre scomparso quando lui aveva 5 anni, e una seconda volta nel 2013 dopo una pausa di 18 anni – che ancora crede alla possibilità di dialogo con Pyongyang.   

«Le Nazioni Unite, Trump e il Giappone dicono tutti che bisogna aumentare la pressione sulla Corea del Nord», ha detto Inoki a settembre di quest’anno. «Ma prima – ha aggiunto – dovremmo ascoltarli e capire quali ragioni ci sono dietro la loro attività».

Da parte sua Inoki, parlamentare di orientamento conservatore e fondatore di un partito «per energizzare il Giappone», può vantare ben 32 viaggi nel «Regno eremita» – l’ultimo dei quali proprio a settembre – e una frequentazione ventennale con la famiglia Kim.

Del suo ultimo viaggio, Inoki ha raccontato di aver bevuto distillato di ginseng e mangiato matsutake, una specialità di fungo molto apprezzata ma rara in Giappone. Ha poi anche sostenuto di essere stato contattato per una «consulenza» informale dal ministero degli Esteri giapponese e di essersi confrontato con alcuni parlamentari della maggioranza interessati della sua ultima esperienza alla corte dei Kim.

Al di là del caso Inoki, personaggio da sempre in cerca di pubblicità e autopromozione, la linea dell'appeasement nei confronti di Pyongyang nel Paese arcipelago è diffusa nei circoli accademici e anche, come dimostrato negli ultimi giorni, nella società civile.

Dopo l'ultimo test missilistico, nella notte tra martedì e mercoledì scorsi, Pyongyang ha come sempre diffuso un comunicato che rivendicava il diritto del Paese ad armarsi contro «i ricatti nucleari degli imperialisti americani» e che però sottolineava anche l'impegno a «fare ogni possibile sforzo per servire il nobile scopo di difendere la pace e la stabilità del mondo».

Alcuni osservatori delle vicende nordcoreane hanno visto in queste parole un sottotesto. E il messaggio sarebbe conciliatorio: la Corea del Nord è pronta a negoziare. «Ciò che emerge con più chiarezza [da quest'ultimo lancio]», ha spiegato al Japan Times Atsuhito Isozaki, professore associato all'Università Keio di Tokyo, «è il fatto che abbiano dichiarato di avere raggiunto il proprio obiettivo». Inoltre, ha aggiunto Isozaki, «non c'è alcun riferimento a sviluppi futuri».

Anche Narushige Morishita, professore di relazioni internazionali ed esperto di Corea del Nord del Graduate Institute for Policy Studies (Grips) di Tokyo, parlando ancora con il Japan Times, ha espresso accordo su quest'interpretazione ma, ha aggiunto, Pyongyang sarebbe interessata a raccogliere consensi all'estero, manipolando l'opinione pubblica.

La posizione ufficiale del governo rimane però sorda alle «ragioni» dei lanci missilistici di Pyongyang. Da diverso tempo, anzi, Tokyo sconsiglia ai cittadini giapponesi di recarsi in Corea del Nord. Dopo l’ultimo test missilistico – nella notte tra martedì e mercoledì scorsi, a una settimana dal reinserimento di Pyongyang nella lista dei Paesi sponsor del terrorismo  - il primo ministro Shinzo Abe, durante un’interrogazione parlamentare, è tornato a sottolineare la necessità di mantenere alta la pressione su Pyongyang e ha richiamato le amministrazioni locali, in particolare quelle delle maggiori città, sulla necessità di preparare la popolazione a possibili attacchi missilistici.

Detto fatto: due giorni dopo sono partite le esercitazioni sulla base del sistema J-Alert, di cui abbiamo parlato in precedenza qui, in alcune località designate da un’ordinanza del governo. La più importante si è tenuta a Fukuoka, 1,5 milioni di abitanti, Giappone sudoccidentale. Interessate scuole, treni locali e sistema metropolitano dove si sono verificate interruzioni del servizio. «Ora mi sento pronta a un attacco nordcoreano», avrebbe detto una residente locale all’agenzia di stampa Kyodo al termine dell’evento iniziato alle 10 del mattino.

«Vorrei che comunicaste ciò che averte pensato dopo aver partecipato alle esercitazioni in famiglia e ai vostri colleghi», ha detto ai partecipanti a una sessione di esercitazioni in un parco pubblico della città il sindaco di Fukuoka Soichiro Takashima. «Dobbiamo costruire una città sicura a fronte di qualsiasi contingenza». Ma non tutti i cittadini della tranquilla città del Kyushu si sono trovati d’accordo con il sindaco. «Così non si fa che aumentare la percezione che ci sia una guerra in corso», ha spiegato Yoshihige Waki, coordinatore di un’associazione di cittadinanza locale, al Mainichi Shimbun (qui in giapponese). «E si alimenta l’odio dei cittadini verso la Corea del Nord».

@Ondariva

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