Le attuali risorse agricole del pianeta presto non basteranno più per sfamare tutta la popolazione mondiale. Entro il 2050 nelle città del pianeta vivranno 2 miliardi di persone in più rispetto ad oggi.

Cosa fare dunque? Alcune aziende dell'hi-tech giapponesi ci stanno pensando da tempo, e in particolare le grandi corporation della telefonia e della comunicazione. La soluzione si chiama agricoltura smart o «Smart farming».


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Con il rallentamento della richiesta di componenti elettroniche, alcune grandi aziende giapponesi del settore hanno smantellato intere aree dei propri stabilimenti e dedicarle ad altri usi. È il caso di Fujitsu che in uno dei suoi stabilimenti giapponesi ha ricreato in un ambiente sterile già utilizzato per la costruzione di semiconduttori una fattoria tecnologica. Un documentario di Al Jazeera del 2015 mostrava come veniva coltivata la lattuga.

Niente più terreno, niente più concime, niente più zappa, niente più contadino. Al loro posto, luci artificiali e soluzioni nutrienti, taniche e sistemi di pompaggio, ingegneri e chimici in camice e cuffia trasparente per i capelli.

L’agricoltura smart ha un vantaggio: produrre alimenti con un minimo consumo di spazio e in assenza delle condizioni naturali di produzione — appena il 20 per cento del territorio giapponese è fatto di terreni coltivabili. Secondo: grazie alla tecnologia, è possibile sviluppare prodotti alimentari in grado di essere assunti da persone con problemi di salute. Da ultimo, poi, le fattorie artificiali sono immuni alle possibili contaminazioni ambientali — vedi alla voce Fukushima.

Oggi l’argomento ritorna d’attualità. Questa settimana i principali operatori telefonici del sol levante — SoftBank e Ntt Docomo su tutti — saranno applicate alla produzione agricola in America e Asia. La prima — diretta dal vulcanico Masayoshi Son — fornirà a partire da questo mese, in collaborazione con un Hitachi, altro colosso giapponese dell'hi-tech, ad un gruppo di risicoltori colombiani dei sensori in grado di monitorare le sostanze nutrienti presenti nel suolo, l'umidità, i livelli d'acqua e la temperatura.

L'idea alla base è quella di raccogliere dati per creare manuali di coltivazione accessibili via smartphone e favorire, così, l'aumento della produttività. Stesso discorso per Ntt Docomo che oltre ai sensori per la risicoltura fornirà agli allevatori sensori in grado di leggere lo stato di salute degli animali attraverso il rilevamento della loro temperatura corporea. Grazie ai sensori, gli allevatori potranno essere avvisati da un'email se uno dei loro animali ha partorito, evitando spostamenti continui e improduttivi. Insomma, come nota qualche commentatore, grazie alle nuove tecnologie, il primario sta diventando un settore «ad alto tasso tecnologico e ad alto profitto».

E lo stesso governo di Tokyo sta cercando di supportare le aziende che si trovano in prima fila nel settore dell'agricoltura «smart» a uscire dai confini nazionali per trasferire conoscenze e tecnologie ai paesi che lo richiedano.

Nel 2016 in Vietnam è partito un progetto di cooperazione tra la stessa Fujitsu e il governo del Vietnam risultato nella costruzione di una fattoria da 400 metri quadrati ad alto tasso tecnologico. A governare le operazioni un sistema di cloud computing, Akisai, il prodotto di punta di Fujitsu per l’agricoltura dei prossimi decenni. Il sistema permette di raccogliere dati, analizzarli e di monitorare da remoto lo stato delle colture.

I cambiamenti climatici stanno trasformando il pianeta e riducendone le porzioni coltivabili. In questa situazione lo smart farming potrebbe diventare l’unica forma sostenibile di coltivazione. Non a caso, secondo una stima riportata dal quotidiano economico Nikkei, l’agricoltura «intelligente» diventerà entro il 2022 un business milionario da circa 11,2 miliardi di dollari. E in molti, a Tokyo, ci vedono un’opportunità.

@Ondariva

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