Il Giappone è pronto a sbarcare nella regione, portando capitali e know-how per realizzare la Visione 2030 dell’erede al trono dei Saud. E accarezza l’idea israeliana di tracciare una linea ferroviaria ad alto valore geopolitico, che connetta lo Stato ebraico con i Paesi dello Golfo

Taro Kono. REUTERS/Toru Hanai

Alla fine dell’estate del 1959, una delegazione saudita visitò gli uffici del signor Taro Yamashita, presidente della Arabian Oil Company. Da giorni ormai gli impianti del signor Yamashita, che appena due anni prima aveva ottenuto una concessione dal governo dell’Arabia Saudita per l’esplorazione di campi petroliferi sul confine con il Kuwait, erano preda di un incendio che sembrava indomabile. Yamashita era sconvolto: quell’incidente segnava forse la fine del suo lavoro nell’industria estrattiva. I sauditi che gli fecero visita sembravano di tutt’altro avviso. «Complimenti, signor Yamashita», gli dissero. «L’incidente è certo un piccolo inconveniente, ma è indizio di un enorme successo».


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E in effetti da lì in avanti le operazioni giapponesi di estrazione di greggio dal golfo arabico sarebbero continuate a ritmi sostenuti. Anche perché la concessione del signor Yamashita era in, uno dei punti del mondo più ricchi di petrolio e gas naturale – con riserve stimate in rispettivamente, 60 miliardi di barili e 25 miliardi di metri cubi.
Il petrolio è certo un punto fondamentale della diplomazia tra Tokyo e Riyadh – il 40 per cento dell’import di greggio giapponese arriva proprio dall’Arabia Saudita. Tuttavia, come già scritto in precedenza su questo blog, da una parte e dall’altra, c’è interesse a sviluppare una partnership che vada oltre l’oro nero. E i recenti sconvolgimenti politici nel regno dei Saud, e in altre parti del Medio Oriente potrebbero coinvolgere sempre più direttamente anche il Giappone.

Kono il «mediorientale» e l'Arabia Saudita

Da qualche tempo, nei palazzi del potere di Tokyo, circola l’idea di un maggiore coinvolgimento del Paese arcipelago negli affari non solo dell'estremo, ma anche del vicino oriente. Circola soprattutto da quando al governo è entrato il ministro degli Esteri Taro Kono, figlio dell’ex primo ministro Yohei e politico sui generis per il campo conservatore giapponese dal cursus di respiro internazionale. Kono è descritto come profondo conoscitore degli affari mediorientali e, da capo della diplomazia giapponese, ha accesso diretto ai vertici del regno saudita. Nel suo ultimo tour a settembre di quest’anno, Kono ha incontrato re Salman – il primo sovrano saudita in 46 anni a visitare il Giappone, lo scorso marzo – e il principe Mohammad, la «mente» dietro il recente repulisti nelle alte sfere della politica, del mondo dell’imprenditoria e della stessa famiglia reale.

Al centro dei colloqui, riferiscono i media sauditi in lingua inglese, ancora una volta la Corea del Nord: nel suo recente tour dei paesi della penisola arabica, Kono ha chiesto ai partner regionali come Kuwait e la stessa Arabia Saudita, di fermare la distribuzione di permessi di soggiorno e visti a cittadini nordcoreani, richiamati nella regione come forza lavoro a basso costo.
Da parte saudita è stata sottolineata il sostegno giapponese alla strategia di sviluppo socio-economico denominata «Vision 2030». Questa politica, elaborata, tra gli altri, proprio dal principe Mohammad, vuole favorire lo sviluppo dell’Arabia Saudita oltre i combustibili fossili, in particolare in settori strategici come il manifatturiero, la finanza e l’industria 4.0. L’aiuto sia in termini di capitali che di know-how da parte del Giappone, terza economia del mondo, è cruciale: sul piatto ci sono importanti investimenti da parte di colossi industriali e finanziari nipponici – come Toyota, la banca Mitsubishi Tokyo UFJ e Softbank, leader giapponese nel settore telecomunicazioni e IT.

Kono ha infine chiesto ai partner sauditi un allentamento della tensione con il Qatar, sottolineando come ancora una volta pace e stabilità in Medio Oriente – da cui il Giappone importa il 90 per cento del suo petrolio – siano una condizione fondamentale.

La connessione saudita-israeliana

L’attivismo di Tokyo in Medio Oriente potrebbe non limitarsi alla penisola arabica ma assumere una valenza regionale. A fine ottobre, il ministro delle infrastrutture e dei servizi segreti israeliano Yisrael Katz ha lanciato una proposta che pare allettare la diplomazia giapponese: leasing di 25 anni del porto di Haifa sul mediterraneo e la costruzione di una linea ferroviaria di 200 km che connetta Israele ai paesi del Golfo via Giordania, Iraq e Kuwait. Il progetto intitolato «Binari per la pace» avrà uno scopo commerciale, sì, ma anche politico per la costruzione di un «blocco» geopolitico antiiraniano. Un'alleanza quanto mai strana sulla carta, dato che a parte la Giordania, gli altri paesi dell'area sunnita non riconoscono lo stato ebraico. Eppure lo stesso Katz da Tokyo aveva avvertito: «L’Iran è una minaccia per Israele paragonabile a ciò che è la Corea del Nord per il Giappone». 

D'altra parte, Katz vorrebbe convincere Tokyo a partecipare con capitali e know-how alla costruzione di un'isola artificiale a 5 km dalla costa antistante la striscia di Gaza. L'idea è di risolvere il problema del sovrappopolamento della striscia ed evitare nuovi possibili conflitti tra forze israeliane e popolazione palestinese.

Difficile che Tokyo decida di interrompere le sue buone relazioni con Teheran, altro importante partner commerciale. È vero però che ai partner regionali del Giappone – secondo alcuni analisti sul punto di un nuovo conflitto – potrebbe presto fare gola anche l’appoggio militare di Tokyo. Dal 2011, le Forze di autodifesa – l’esercito giapponese – gestiscono una base nel piccolo stato del Gibuti, punto strategico per la lotta alla pirateria affacciato sul Golfo di Aden. Oltre alle missioni anti-pirati, da qui è partito nel 2015 un contingente impegnato nelle operazioni di peacekeeping in Sud Sudan. Se la proposta di modifica della costituzione – che prevede il riconoscimento costituzionale di un esercito – del governo Abe passasse, quest’area già calda del mondo potrebbe diventare un teatro di prova anche per il nuovo esercito regolare giapponese.

 @Ondariva

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