Il Presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad che sorride a un incontro con il Segretario delle Nazioni Unite Ban Ki-moon. Settembre 2007. REUTERS/Eric Thayer/File Photo
Il Presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad che sorride a un incontro con il Segretario delle Nazioni Unite Ban Ki-moon. Settembre 2007. REUTERS/Eric Thayer/File Photo

In Iran era l'inizio di agosto 2012. Mahmoud Ahmadinejad era presidente. Le tv nazionali vennero invitate a non trasmettere immagini di persone che mangiavano del pollo. Il governo era in difficoltà, a causa dei prezzi del cibo. Quello del pollo, in particolare, era praticamente triplicato rispetto all’anno precedente. Molti iraniani iniziavano così ad accusare le politiche del presidente e il suo progetto di riforma dei sussidi per l’energia, ritenuti la miccia che ha innescato l’inflazione incontrollata nel Paese.


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Nel frattempo, all’isolamento internazionale si aggiungeva l’escalation delle sanzioni economiche contro il programma nucleare iraniano e un enorme riduzione dei proventi della vendita del petrolio da parte dell'Unione Europea. Pochi mesi dopo, il rial precipitava rispetto al dollaro, il sistema bancario era sull'orlo del fallimento, la recessione era sempre più severa.

Ora è aprile 2017, Ahmadinejad è tornato

La sua eredità pesa ancora molto sulle spalle della Repubblica islamica e del popolo iraniano. Tuttavia, l'ex presidente, un populista e conservatore, che ha guidato il Paese tra le controversie già dalla sua elezione nel 2005, si è registrato come candidato alla presidenza. Le elezioni sono in programma per il 19 maggio. Prima, però, il Consiglio dei Guardiani deve approvare una lista finale dei candidati: entro il 27 aprile si saprà se Ahmadinejad sarà ufficialmente in corsa. Mentre il presidente americano Donald Trump minaccia di intaccare i progressi raggiunti con l’accordo sul nucleare, questo grande rientro sulla scena politica iraniana di Ahmadinejad sembra essere una chiara reazione dei sostenitori della linea dell’intransigenza con gli Stati Uniti.

Come sarebbe una terza presidenza di Ahmadinejad oggi?

Durante gli otto anni al potere e due mandati (2005-2013), l'economia iraniana ha subito un angosciante declino. Quando HassanRouhani ha assunto l'incarico nel 2013, si è trovato davanti un Paese dove il tasso di inflazione “aveva raggiunto il 42 per cento” con l'amministrazione di Ahmadinejad.Per questo motivo, vale la pena rispolverare la nostra memoria.

Un’agenda populista per un presidente populista

Prima di essere eletto, Ahmadinejad ha fatto una campagna feroce perché venisse sradicata quella che lui stesso chiamava “la mafia del petrolio”. Ha promesso all’Iran giustizia sociale, redistribuzione delle risorse statali e dei ricavi del petrolio. Ha presentato un’agenda populista anti-corruzione, ha sparato a zero contro le élite economiche. Ha anche promosso un progetto edilizio per la costruzione di 600.000 case popolari in tutto il paese. Per finanziare questo piano, la Banca centrale dell'Iran ha prestato fondi alle banche commerciali: mentre il denaro in circolazione aumentava, l’inflazione raggiungeva livelli mai visti. Non pago, Ahmadinejad ha tentato di modificare la legge sul lavoro, ma ha dovuto fronteggiare una strenua opposizione dentro e fuori il Majles. Nel 2010, il suo governo ha deciso di tagliare i sussidi per la benzina e l’elettricità, seguito da un programma di redistribuzione che ha funzionato a fatica e ha portato conseguenze sempre peggiori per l’economia.

L’ideologia prima di tutto

“Dobbiamo tornare a teorie iraniane e islamiche. Le teorie economiche devono essere basate sulla giustizia, sullo sradicamento della povertà, per promuovere i talenti del nostro popolo a sbocciare e per garantire il completo avanzamento del nostro caro Iran”. Ahmadinejad pronunciava queste parole nel maggio 2008 a reti unificate. Secondo il suo punto di vista, l'ideologia doveva guidare sia il commercio che la diplomazia.

Le sue politiche sono andate in questa direzione. L’ex presidente si è speso, infatti, per incrementare i rapporti economici con i Paesi più lontani da quella che definiva “la dominazione occidentale” e ha dipinto un'immagine scura di quel nemico lontano chiamato Occidente, accusato di costruire una narrazione volutamente falsata contro il programma nucleare iraniano.

Sostenitori e oppositori

Le Guardie della Rivoluzione hanno sostenuto fortemente i due mandati di Ahmadinejad. Sono entrate a far parte della macchina amministrativa. Come ha ricostruito Nader Habibi: “Molti ex ufficiali dell'IRGC sono stati nominati in posizioni chiave del governo. Sono diventati ministri, dell’energia, del petrolio, della difesa. Sono arrivati [in posizioni apicali, ndr] in varie banche di proprietà statale. Diversi appalti pubblici sono stati assegnati a imprese vicine alle Guardie rivoluzionarie”.

Ahmadinejad ha fronteggiato anche una forte opposizione interna. Da quando si è insediato nel 2005, almeno sei ministri si sono dimessi o sono stati sostituiti. Nel 2008, Davoud Danesh-Jafari, responsabile per gli affari finanziari della Repubblica Islamica, ha criticato apertamente le politiche economiche del presidente: "Questioni che non erano di estrema importanza per la nazione sono diventate ormai la priorità. Con me non era così." Ma c’è di più: nel 2006, 2007, 2008 e 2013 un gruppo di economisti iraniani ha scritto ben quattro lettere aperte al presidente, attaccando la mala gestio in materia economica.

L’Iran è davvero sul punto di replicare questo format politico? Nel 2009, interrogato sulla sua dubbia condotta in tema di economia, Ahmadinejad avrebbe risposto seccamente: “Prego Dio perché io non sappia mai di economia”.

Vedremo come questa storia andrà a finire, soprattutto se Ahmadinejad passerà il vaglio del Consiglio dei guardiani e diventerà ufficialmente candidato alla presidenza.

@transit_star

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