Le acrimonie strategiche nel Golfo Persico, e in particolare quella tra Iran e Arabia Saudita, sono state costruite nel tempo attraverso percezioni e rappresentazioni di Sé e dell’Altro – insieme a fatti chiave, passati e recenti. 

Le forze di sicurezza iraniane durante l'attacco terroristico del 7 giugno scorso (Reuters)
Le forze di sicurezza iraniane durante l'attacco terroristico del 7 giugno scorso (Reuters)

L'isolamento del Qatar e il doppio attacco terroristico del 7 giugno scorso a Teheran hanno esacerbato le ostilità sulla rotta Teheran-Riyad, che sta logorando il Medio Oriente attraverso conflitti per procura (Siria e Yemen), accuse pesantissime legate ai pellegrinaggi a Mecca ed esecuzioni mirate (come quella dello sheikh Nimr al-Nimr).


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È anche una guerra di parole, quella tra Iran e Arabia Saudita, in cui le identità non sono fisse né monolitiche. È, dunque, una storia fatta di processi politici e di trasformazioni nel tempo.

Una protesta in Iran contro l'esecuzione per mano saudita dello sheikh al-Nimr (Reuters)Una protesta in Iran contro l'esecuzione per mano saudita dello sheikh al-Nimr (Reuters)

Come l’Altro è stato rappresentato negli ultimi 38 anni

I leader sauditi hanno costruito l’immagine di Teheran in Medioriente, in termini di differenza, di Altro da Sé. Hanno puntato sul divario di natura settaria (il wahhabismo è la fede dominante del regime dei Saud), accendendo i fari contro l'identità sciita dell'Iran, percepita come una minaccia che incombe sulla regione e sulla dinastia di Riyadh dalla rivoluzione iraniana del 1979. Nel discorso pubblico saudita, l'elemento iraniano – in quanto "Altro" – è stato ed è tuttora rappresentato come principale fonte di instabilità regionale che sta cercando di "controllare il mondo islamico" contro il Sé arabo. La presunta minaccia alla sicurezza regionale, incarnata dalla Repubblica Islamica dell'Iran, è stata percepita in particolare per quanto riguarda l'opposizione interna di religione sciita sia in Arabia Saudita che in Bahrain. La nascita del Consiglio di cooperazione del Golfo, istituito nel 1981, deve essere inserita in questa prospettiva.

Il discorso del regime iraniano è cambiato nel tempo. Poco dopo la rivoluzione, secondo il modello Khomeinista, è stato tracciato il percorso di una politica estera di "resistenza contro gli oppressori". Sotto l’egida di un ideale pan-islamico, guidato dall'Islam sciita di matrice iraniana, Khomeini immaginava una lotta intesa in termini binari: la rivincita degli oppressi contro gli oppressori, dei poveri contro i ricchi. Invocava l'unità tra tutti i musulmani – non solo sciiti – contro la cosiddetta "minaccia straniera". In questa ottica, le monarchie del Golfo – Arabia Saudita in primis – finirono sul fronte opposto, alleate del “nemico” statunitense.

Successivamente, dopo l'invasione dell'Iran nel settembre del 1980 da parte delle truppe irachene, i sentimenti anti-iraniani – peculiari del nazionalismo arabo di matrice Ba’ath in Iraq – sono diventati sempre più espliciti. Inoltre, la percezione condivisa dell'Iran come minaccia, tra gli Stati del Golfo in particolare, ha legittimato l'invasione sia a livello regionale che internazionale. Così, l'Arabia Saudita, insieme al Kuwait, iniziava a finanziare la guerra di Saddam Hussein contro l'Iran (1980-1988).

Nel frattempo, il fronte sciita ormai politicizzato aveva ampliato i suoi legami oltre i confini nazionali, polarizzando i gruppi sciiti negli altri stati mediorientali, a partire dal Libano con Hezbollah e il cosiddetto "asse di resistenza". Tuttavia, dalla rivoluzione iraniana del 1979 ad oggi, la presenza dell’elemento sciita nella propaganda e nella politica estera iraniana è stata gradualmente ridotta.

In Siria, Yemen e Iraq, Riyad e Teheran si sono trovate sempre su fronti diametralmente opposti e rivali. Nel primo caso, l'Iran sostiene militarmente sul territorio il regime di Bashar al-Assad, mentre la monarchia saudita foraggia le frange estremiste della ribellione. Nel secondo, gli aerei dei Saud hanno bombardato le roccaforti Houthi. Per quanto riguarda l'Iraq, la caduta di Saddam – sostituito da un governo a guida sciita – ha fatto cadere l’argine contro l'espansione dell’area d’influenza politica iraniana nella regione. 

Tuttavia, la divisione settaria ha poco a che fare con questi campi di battaglia, perché la religione è purtroppo diventata un pretesto, sfruttato per combattere una guerra per procura  dove i civili stanno pagando il prezzo più alto.

L'attacco al parlamento iraniano del 7 giugno (Reuters)L'attacco al parlamento iraniano del 7 giugno (Reuters)

Gli attacchi di Teheran e le accuse contro Riyad

Dopo i recenti attacchi terroristici al Parlamento iraniano e al mausoleo del fondatore della Repubblica islamica – dove 17 persone sono state uccise – la Guida Suprema, Ali Khamenei, ha accusato l'Arabia Saudita e gli Stati Uniti. Ha dichiarato che gli attentati (rivendicati dall’autoproclamato Stato Islamico) non sono stati altro che "una chiara indicazione dell'acredine e dell'avversione malvagia degli agenti dell'arroganza con la nobile nazione iraniana e tutto ciò che riguarda la rivoluzione”. 

Khamenei ha poi aggiunto: "Il risultato definitivo di questi attacchi non è altro che quello di esasperare l'odio nei confronti del governo americano e di quelli dei loro agenti nella regione, come l'Arabia Saudita". 

Il capo delle Guardie Rivoluzionarie, la più alta carica militare, Mohammad Ali Jafari, si è allineato su dichiarazioni molto simili, affermando che l'intelligence iraniana sarebbe a conoscenza di "informazioni precise" circa il coinvolgimento di Riyad, che avrebbe “preparato i terroristi per operazioni in territorio iraniano". Inoltre, secondo i funzionari iraniani, i terroristi erano iraniani e collegati a cellule wahhabite già impegnate sul campo di battaglia a Mosul e Raqqa.

Al momento, però, non è stata fornita alcuna prova per dimostrare queste accuse. Tuttavia, come i cablo di WikiLeaks hanno rivelato nel 2009, il re saudita da tempo avrebbe chiesto agli Stati Uniti di "tagliare la testa del serpente" (ovvero dell’Iran).

Con Donald Trump alla Casa Bianca che da un lato alimenta la narrazione di un Iran "finanziatore dei terroristi" (qui il riferimento è a Hezbollah contro Israele) e dall’altro vende armi all'Arabia Saudita, probabilmente arriveranno nuovi stravolgimenti in Medioriente. E al di là di una visione geopolitica semplicistica, questo pericoloso gioco globale per l'egemonia può uccidere sempre più civili e ferire profondamente la diplomazia, minacciando – tra gli altri – i risultati dell’Iran deal.

@transit_star

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