Due ragazze parlano all'angolo di una strada di Tehran. REUTERS/Morteza Nikoubazl
Due ragazze parlano all'angolo di una strada di Tehran. REUTERS/Morteza Nikoubazl

“Se le elezioni fossero oggi, per chi voteresti?”. A meno di dieci giorni dalle presidenziali del 19 maggio, quando gli iraniani decideranno chi sarà il prossimo presidente della Repubblica islamica, un sondaggio di IPPO Group svela che una grossa fetta di indecisi potrebbe fare la differenza.


LEGGI ANCHE : Elezioni in Iran, la posta in gioco


Nonostante il 24.5 per cento degli intervistati sia convinto che l’attuale presidente moderato, Hassan Rouhani, abbia tutte le carte in regola per essere rieletto e aggiudicarsi un secondo mandato, il 36.3 per cento non ha ancora idea di quale candidato possa davvero incarnare le proprie aspettative sul futuro.

Se sono 55 milioni gli iraniani che hanno diritto di voto per questa tornata elettorale 2017, è ancora parecchio incerto il numero di coloro che andranno alle urne in occasione della dodicesima elezione presidenziale della storia dell’Iran post-rivoluzionario. Secondo le stime ufficiali, nel 2013 (quando venne eletto Rouhani) il 72 per cento degli oltre 50 milioni di iraniani aventi diritto andò a votare.

Le intenzioni di voto in numeri

Stando ai dati raccolti dall’indagine condotta dall’International Perspectives for Public Opinion Group, il vicepresidente e pragmatico Eshagh Jahangiri racimolerebbe solo l’1.3 per cento delle preferenze. Mohammad Bagher Ghalibaf – attuale sindaco di Teheran nonché ex capo delle forze aeree delle Guardie rivoluzionarie con un passato anche da capo della polizia – otterrebbe il 10.5 per cento dei voti.

Il 15 maggio, a quattro giorni dalla presidenziali, Ghalibaf si è ritirato dalla corsa, facendo un appello agli iraniani perché votino per l'ultraconservatore Ebrahim Raisi.

Oltre il 4.5 per cento degli intervistati, invece, sceglierebbe proprio Raisi, che gestisce il santuario dell’ottavo imam sciita a Mashhad. All’ex ministro della Cultura Mostafa Mirsalim e all’ex vicepresidente riformista Mostafa Hashemitaba, andrebbero rispettivamente l’8 e il 4 per cento dei voti.

Con il passo indietro di Ghalibaf, la contesa si è trasformata de facto in un testa a testa Rouhani-Raisi.

Tre sfide interne per i contendenti

Disparità economiche, disoccupazione e generale disillusione verso un cambiamento positivo che passi dalle urne: sono questi i tre fattori chiave che potrebbero influenzare i risultati. Per Rouhani, in particolare, gli indecisi hanno un peso parecchio rilevante perché – non andare alle urne – potrebbe essere anche chi non ha più intenzione di rinnovare la fiducia riposta in lui quattro anni fa. Rouhani è il presidente che ha traghettato il Paese verso una nuova fase economica, ma soprattutto politica, attraverso il cosiddetto “Iran Deal” (l’accordo dei 5+1, insieme all’Unione europea). Su di lui sono state risposte le aspettative dei tanti che hanno sperato nell’uomo che imprimesse uno scarto e realizzasse il cambio di paradigma tanto agognato rispetto al passato, dopo anni di presidenza Ahmadinejad. Da un lato, l’attuale presidente è riuscito a ridurre il tasso di inflazione al 9.5 per cento (un record negli ultimi venticinque anni). Dall’altro, però, i dati sulla disoccupazione restano scoraggianti (12 per cento che sale al 30 quando si tratta di giovani), mentre il settore industriale stenta a decollare di nuovo. 

I suoi più aspri detrattori e rivali stanno sfruttando in campagna elettorale tutti I punti deboli di Rouhani a loro proprio favore. Così, l’economia è diventata il campo di battaglia più feroce. Come già ricostruito qui, se Raisi ha promesso – qualora venisse eletto – di “creare 1.5 milioni di posti di lavoro all’anno”, Ghalibaf ha assicurato che darà l’equivalente di 80 dollari al mese a tutti gli iraniani senza lavoro.

Dunque, tutti questi elementi possono influenzare le azioni degli elettori. Sin dall’inizio di questa campagna elettorale, iniziata ufficialmente il 21 aprile, ogni candidato ha ottenuto 1470 minuti di presenza radio e tv (dibattiti compresi): la storia prossima ci racconterà chi è riuscito ad essere più convincente per gli iraniani.

Equilibri di potere e la successione di Khamenei: cosa è in gioco al di là delle elezioni

Oltre il voto, cosa c’è davvero in ballo? Il prossimo presidente traccerà il percorso per il futuro della Repubblica islamica, su tre livelli: interno, regionale (la lotta con l’Arabia Saudita per il controllo del Medioriente), internazionale (il post-accordo nucleare nell’era di Donald Trump alla Casa Bianca). Il 19 maggio sarà chiaro in che direzione si muoverà l’Iran 2017. Gli scenari sono due: puntare sul carattere repubblicano oppure sulla natura teocratica della Repubblica. In questo contesto, dunque, al di là della rielezione di Rouhani, verranno ridefiniti nuovi equilibri di potere tra i diversi poli in competizione per il controllo della Repubblica Islamica, che è riduttivo categorizzare in riformisti versus conservatori.

Questo significa che la successione della Guida Suprema, alla morte di Ali Khamenei, sarà un punto di svolta. Nelle parole di Ali Alfoneh, analista dell’Atlantic Council, alla Reuters, “questa elezione non riguarda solo la scelta del presidente, ma ha a che fare con chi prenderà il posto di Khamenei. Le Guardie rivoluzionarie [che si sono schierate con Raisi, ndr] credono che sia il momento migliore per sbarazzarsi dei tecnocrati e controllare il processo di successione”.

Questo articolo è stato modificato il 15 maggio 2017 con la notizia del ritiro di Ghalibaf dalla corsa alla presidenza iraniana.

@transit_star

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE