Partnership strategiche, cooperazione finanziaria, affari globali e regionali. Grazie all'Iran Deal, la Repubblica islamica è uscita dall’isolamento. Ora però la Casa Bianca prova a sabotarlo. E Teheran non vuole perdere i benefici del suo ritorno sulla piazza internazionale.

Morteza Nikoubazl/Reuters

Oggi l’Iran Deal è in bilico, per volere americano. A vacillare è il padre di tutti gli accordi che Teheran ha firmato nella sua storia recente per aprirsi al mondo, ovvero l’intesa siglata nel 2015 tra i Paesi del gruppo 5+1 (Stati Uniti, Russia, Francia, Cina, Gran Bretagna, più la Germania), l’Ue e l’Iran per la sospensione delle sanzioni imposte da Nazioni Unite e Unione europea contro il programma nucleare iraniano.


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Globale e regionale: i due fronti di apertura di Rouhani

Proprio adesso che Teheran era tornata sulla piazza internazionale – dopo anni di isolamento sullo scacchiere globale e una crisi economica profonda in patria – l’America di Trump gioca al Grande Satana. Prova a sabotare i piani del presidente iraniano Hassan Rouhani, al suo secondo mandato e deciso a costruire ponti, partenership strategiche, accelerare la cooperazione finanziaria sia su scala globale che regionale.

E proprio tra queste due dimensioni si innesta la retorica dello scontro settario con l’Arabia Saudita – rivale dell’Iran in Medioriente nonché alleato americano – che in realtà cela esigenze strategiche dietro il vessillo della religione. L’acrimonia Sciiti versus Sunniti è diventato mero strumento di legittimazione politica e la sicurezza è diventata questione prioritaria, specialmente in seguito ai conflitti nati dalla repressione delle primavere arabe. Il quadro è il seguente: da una parte c’è Ryadh che garantisce protezione ai piccoli Paesi del Golfo, dall’altra c’è Teheran con il suo ruolo di “contenimento” rispetto alle mire statunitensi in Medioriente.

Accordi e partnership dall'Europa all'Asia: cosa c'è in ballo

La Cina è il partner  commerciale numero uno dell’Iran, poi viene l’India, il Giappone, la Corea del Sud, la Turchia (i dati sono del MIT). L’Unione europea, dopo la firma dell’Iran Deal, sta cercando di recuperare il tempo in cui occupava il primo posto per import-export con Teheran. E il mercato iraniano è parecchio interessante per le aziende europee, in primis italiane. A gennaio 2016, la visita di Rouhani a Roma si è tradotta in un piano di investimenti da 17 miliardi di dollari che, secondo Reuters, ha coinvolto Saipem per la realizzazione di un gasdotto di 2mila chilometri, Italferr, “per il progetto della linea ad alta velocità Tehran-Qom-Isfahan”, ma anche Fincantieri e Condotte d’Acqua. A luglio la francese Total ha firmato un accordo da 4,8 milioni di dollari per lo sfruttamento del giacimento di gas South Pars (in collaborazione con la compagnia cinese Cnpc). E poi ancora, è degli stessi giorni la notizia di un’altra tranche di vendite di aerei civili all’Iran nel quadro dell’accordo di Teheran con Airbus.

Sul fronte asiatico, nel carniere ci sono l’accordo tra Iran, India e Afghanistan del marzo 2016, riguardo all’uso del porto iraniano di Chabahar come corridoio commerciale comune, la Nuova Via della Seta che metterebbe in contatto l’Iran con la Cina attraverso il treno Yiwu-Teheran, l’intesa commerciale Iran-Azerbaijan per la costruzione di centrali idroelettriche. E con l’Armenia il progetto è di triplicare le esportazioni di gas entro il 2019. Perché, vista la situazione regionale, Rouhani continua la sua politica dei buoni rapporti come vicini. L’anno scorso, per il consueto discorso di Nowruz (il capodanno iraniano che cade il 21 marzo) il presidente iraniano ha scritto una lettera ai capi di Stato di Afghanistan, Tajikistan, Pakistan, Azerbaijan, Turkmenistan, Armenia, Turchia, Kazakhstan and Uzbekistan, sottolineando mutui interessi e lanciando un appello alla “coesistenza pacifica”: “Il Nowruz è un festival della moderazione e la più antica traduzione della nostra storia comune”.

Sono questi gli ingranaggi della macchina del soft power iraniano. È che così che Teheran prova a spalancare le porte al mondo e soprattutto ad aumentare il suo peso economico e politico. E Trump, con un’ennesima tornata di sanzioni di tipo finanziario e creditizio contro le banche, potrebbe impedire a Teheran di allargare il suo giro di affari.

@transit_star 

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