photo credit: www.vocativ.com
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Sono "buoni" eppure sparano contro i bambini. I peshmerga curdi che combattono contro l'Isis lo hanno dichiarato più volte: «Ci tocca aprire il fuoco sui ragazzini, perché il califfo li manda in prima linea».


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I minorenni che combattono con al Baghdadi sono migliaia, ma purtroppo la loro presenza nei ranghi delle organizzazioni jihadiste non è una novità: l'idea di arruolare i bambini nell'esercito del terrorismo era già venuto al fondatore di al Qaida - Osama Bin Laden. Nessuna organizzazione, però, ha raggiunto il livello di propaganda e di proselitismo on line toccato da Isis. Lo Stato Islamico fornisce alle aspiranti reclute un pacchetto completo: nuova identità, nuove convinzioni, nuova vita. E per i bambini aggiunge: nuove prospettive.

A volte i bambini si offrono volontari perché sono molto poveri. I genitori non riescono a mantenerli e li spingono a entrare nei gruppi armati per guadagnare qualcosa. I ragazzini possono essere attratti dalla possibilità di mantenere la famiglia, anche se riscuotono la metà del salario di un adulto, ovvero 200 dollari.

In certi casi nella scelta influisce anche un elemento culturale: per diventare uomini i bimbi vengono incoraggiati a usare le armi e non perdere tempo con la scuola o con i giochi, specie se un parente della stessa età - ad esempio il cugino - si è già arruolato.  In altri casi i genitori - specie se si tratta di foreign fighter - indirizzano da subito i figli verso la strada del jihad, senza dar loro un'alternativa e lasciando intendere che solo così si meriteranno l'affetto di chi li ha generati.

Poi ci sono i ragazzini che decidono di arruolarsi anche contro la volontà dei genitori. Sono quelli che vengono conquistati dalla propaganda dell'Isis. Approfittando del fatto che i bambini sono più attratti degli adulti dai vantaggi materiali, il Califfo non offre loro solo prestigio e gloria eterna, ma anche un sacco di regali. A volte i reclutatori li avvicinano proprio grazie ai giocattoli: vanno fuori dalle moschee a offrire pupazzi di Spiderman e dei Teletubbies. Installano veri e propri media point dove proiettano filmati di propaganda e organizzano eventi in cui distribuiscono caramelle e soda insieme a opuscoli religiosi. Se un bambino ha problemi di salute, inoltre, lo adescano con la promessa che accederà alle migliori cure ospedaliere (L'Isis si vanta di guarire le malformazioni congenite) e avrà una migliore qualità della vita. Infine, c’è il reclutamento forzato. Tra le popolazioni che costituiscono minoranze etniche "nemiche", come i curdi o gli yazidi, i bambini vengono semplicemente rapiti e costretti a subire l’addestramento.

I jihadisti non danno ai bambini solo ruoli secondari (messaggeri, cuochi, etc) ma anche compiti che sfruttano strategicamente le caratteristiche dell’infanzia: spionaggio - perché destano meno sospetti degli adulti – combattimento in prima linea - perché ucciderli suscita orrore nel nemico – missioni kamikaze - perché subiscono più facilmente il lavaggio del cervello. Alcuni vengono destinati anche a diventare banche del sangue, e cioè una fonte per le trasfusioni necessarie ai soldati feriti.

Se è vero, però, che arruolare i ragazzini ha un'utilità strategica, la ricerca spasmodica di minorenni da parte dell'Isis significa anche che l’organizzazione è in forte crisi, perché solo un esercito disperato cerca disperatamente bambini soldato. I combattenti adulti sono più forti, più capaci, più affidabili. Ma in Europa è sempre più difficile reclutarli e in Iraq e Siria sono corteggiati da troppe potenze straniere per cedere la loro vita al peggior offerente.

I ragazzi, invece, hanno minori possibilità di scelta, specie se orfani o figli di combattenti. Isis li inserisce subito nei suoi campi di addestramento, dove imparano a convivere con la violenza grazie a un programma intensivo che mira a desensibilizzarli, più che a irreggimentarli. Il campo più importante è quello di Raqqa, che viene chiamato Al Farouq Institute, ma in questa stessa provincia ce ne sarebbero altri quattro, secondo gli attivisti di Raqqa is Being Slaughtered Silently, uno dei quali, lo Sharea Youth Camp, sarebbe destinato esclusivamente ai bambini dai 5 ai 16anni e conterebbe 350 reclute.

Ce ne sarebbe anche una "specializzata" nei bambini che parlano inglese, intitolata ad al Zarqawi e prospiciente alla scuola femminile Aisha.

Infine ci sono campi destinati a formare esclusivamente martiri, bambini destinati a missioni suicide. Fino a qualche mese fa le famiglie potevano pagare una tangente per salvare i propri figli e fari uscire da questi centri, ma adesso chi viene selezionato non può più uscire.

Nelle scuole si imparano due cose: le regole dell’Islam e le tecniche militari. Si spara con l’Ak47 e a ci si addestra nei combattimenti corpo a corpo, ma soprattutto ci si convince che non bisogna fidarsi di nessuno e che bisogna obbedire solo ai propri comandanti per rispettare il volere di Allah. «Quando ci addestravano ci dicevano che i nostri genitori erano miscredenti e che il nostro primo compito sarebbe stato di andare a ucciderli», ha raccontato alla Cnn Nasir – un ragazzino che è riuscito a fuggire nel Kurdistan iracheno, ma che riesce a muoversi a malapena

«Il più piccolo di noi aveva cinque anni", continua, "e non era esentato dai trattamenti più crudeli». Quali erano questi trattamenti lo racconta un altro bambino, Ibrahim: "Ho visto gente torturata, appesa per le mani per 40 giorni. Uno crocifisso a testa in giù. Torture senza limite, che ci hanno reso tutti molto più cattivi". Un altro ragazzino, Nouri, racconta al Gatestone Institute: "Un giorno un bambino si è rifiutato di partecipare all’addestramento e i combattenti gli hanno rotto la gamba in tre punti». Nouri parla sottovoce, si ferma spesso per prendere ampi respiri. Resta fermo a terra. Riad rievoca lezioni militari e preghiere senza sosta, "non potevamo dormire, perché ci svegliavano sparando in aria e obbligandoci ad andare a fare la guardia in trincea. Per farci allenare a correre ci sparavano dietro, dicendo che chi si fermava sarebbe rimasto ucciso".

«Non eravamo autorizzati a piangere e a parlare dei nostri genitori», dice Nasir, «ma io pensavo sempre a mia madre e a come era spaventata e piangevo in silenzio. Quando sono scappato e l'ho rivista è stato come se fossi tornato alla vita».

Nasir si è salvato dalla violenza più grande: l'indottrinamento. I jihadisti vogliono che i bambini non pensino più autonomamente, che non amino i propri genitori e rimuovano ogni ostacolo che li separa dal fanatismo. Per questo motivo nessuna materia oltre la religione viene insegnata. E non importa se i bimbi non capiscono alcuni versetti del Corano, deve solo conoscerlo a memoria e fidarsi di chi lo brandisce.

E per avviare l'indottrinamento il più presto possibile, anche per le madri del Califfato ci sono istruzioni ben precise, raccolte nel libro "Il ruolo di una Sorella nel jihad", basato sull'assunto che nessun bambino è troppo piccolo per essere avviato alla guerra santa. Il libro contiene storie della buonanotte che raccontano le gesta dei martiri e degli eroi del terrorismo, regole come quella di eliminare la televisione (che diffonde violenza anarchica e non ben direzionata) è quella di farlo allenare con un sacco da pugile. I video che possono mostrare ai propri figli sono quelli che riprendono la vita nello Stato Islamico e soprattutto esecuzioni e teste mozzate. I bimbi si possono esercitano a decapitare le vittime con le bambole.

È questa la vera eccezionalità dell’Isis: i suoi bambini soldato torturano i prigionieri in prima persona, perché sono convinti che sia il destino scelto per loro da Dio. Anche chi viene salvato, chi scappa o chi viene liberato, non si libera di questa convinzione. Per recuperare i bimbi che hanno subito un addestramento così violento bisogna portarli fuori dallo stile di vita a cui sono abituati, esporli a una contronarrativa che sconfigga la credibilità dei jihadisti e la rimpiazzi con alternative positive. Oggi nel Califfato si calcola che ci siano 31.000 donne incinte. Se i loro bimbi non vedranno via d’uscita, saranno tutti costretti a diventare mujahedin. 

@ceciliatosi

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