REUTERS/Ammar Awad

Nel Califfato aumentano le reclute femminili, in Nigeria le kamikaze e in tutto il mondo le militanti attive sui social network. Le donne dello Stato islamico non fanno solo le mogli, ma le jihadiste. Cruciali per il reclutamento e la propaganda.


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In Nigeria le usano soprattutto per gli attacchi suicidi, che i militanti di Boko Haram stanno moltiplicando per riconquistare terreno. I guerriglieri nigeriani oggi si fanno chiamare Wilayat al Sudan (Provincia Africa-occidentale dello Stato Islamico) per sottolineare la loro affiliazione a Isis. Ma far parte del network jihadista non ha portato molti frutti. Il loro principale mezzo di sostentamento restano gli ostaggi, catturati in grande quantità. Talmente tanta che adesso non sanno più dove metterli, anche perché sono poche le famiglie che possono permettersi di pagare un riscatto. E allor ecco l’ultima novità: usare le donne che hanno rapito, picchiato e violentato per un ultimo sacrificio, l’attacco kamikaze. Non è difficile convincerle, sono ormai psicologicamente succubi o disperate. Non hanno altra scelta. Le donne sono utili perché passano inosservate, fanno meno paura degli uomini e possono nascondere meglio il materiale esplosivo sotto le vesti. Inoltre molti hanno timore a perquisirle. Il risultato è che circa metà dei kamikaze in Nigeria sono donne, e Boko Haram è il gruppo armato che ha usato il maggior numero di attentatrici suicide nella storia.

Ma nello Stato Islamico le donne servono anche ad altro. Sally Jones, fuggita dalla Gran Bretagna a 46 anni per sostituire il suo amore per il punk rock con quello per l’Islam, è arrivata a Raqqa nel 2013 ed è diventata famosa come Miss Terrore. Ha usato i social network per diffondere il jihadismo  soprattutto tra americani e inglesi. Ha guidato la Brigata Khansaa, fatta di sole donne e impiegata come milizia di guardia per il rispetto delle regole morali imposte da Isis. Donne contro donne. Pattugliano il mercato per vedere se qualcuna non è vestita correttamente (da 20 a 40 frustate), girano per le strade a controllare come si comportano le cittadine del Califfato. Le brigatiste non hanno gradi, ma hanno fatto un corso di addestramento per imparare l’uso delle armi. Il gruppo di Miss Terrore ha istituzionalizzato il revival della schiavitù sessuale. Un esempio? La cooperante americana Kayla Mieller, ripetutamente stuprata dal al Bahdadi e poi uccisa a febbraio, ha avuto come custode Umm Sayaf, moglie del finanziatore di Isis Abu Sayaf, che ha gestito personalmente la sua schiavitù. Destino simile è toccato a donne yazide, cristiane, sciite.

Esiste un vero e proprio gruppo di mogli dei leader di Isis che si riuniscono e scambiano informazioni da trasmettere ai loro potenti mariti. Visto che sono meno sospettate degli uomini, vengono spesso incaricate di missioni rischiose e strategicamente cruciali.

Molte fanno propaganda. Reclutano donne che possono fare le mogli dei jihadisti. Usano i social media per dipingere il Califfato come la terra di Utopia, con case piene di elettrodomestici e strade pulite e ordinate. Twittano scene di vita normale, raccontano cosa mangiano o come è bella la vita nello Stato Islamico.

In Arabia Saudita una di loro, Um Ouis, 27 anni, è stata processata per aver incollato gli appelli di Isis sui muri delle moschee, invitando i cittadini a arruolarsi per lo Stato Islamico.

E poi ci sono le ginecologhe, ruolo che può essere svolto solo dalle donne in uno “Stato” dove mostrare la propria nudità  a un uomo causa la condanna a morte. Anche loro, le dottoresse, possono essere strumento di tortura in nome del jihad. Alcune ricostruiscono la verginità delle schiave del sesso per renderle “rivendibili” ad altri combattenti. In questo modo, una ragazza di 21 anni rapita nel Califfato è stata rivenduta ben 22 volte.

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