An Islamic State fighter gestures from a vehicle in the countryside of the Syrian Kurdish town of Kobani, after the Islamic State fighters took control of the area, October 7, 2014. REUTERS/Stringer

Lo Stato islamico è una prigione anche per i suoi stessi combattenti. Niente a che vedere con al Qaeda, dove l’indottrinamento e il senso di appartenenza cementavano l’adesione alla causa e impedivano ripensamenti. Lo Stato Islamico, al contrario, subisce centinaia di defezioni e tentativi di fuga.


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Secondo una ricercatrice del Center for the resolution of intractable conflict che ha incontrato alcuni combattenti in stato di arresto, l’organizzazione di al Baghdadi è meno solida perché le sue campagne di arruolamento non puntano sulla conoscenza dell’islam e sul movente religioso, ma sul desiderio di vendetta e sulla ricerca di un riscatto. Solo che gli stessi che ti devono salvare diventano i tuoi nuovi oppressori. La ricercatrice prende a esempio i combattenti Isis arrestati dai peshmerga curdi.

Per la maggior parte iracheni, di un’età compresa tra i 25 e i 28 anni, le reclute dello Stato Islamico raccontano di essersi arruolati perché non vedevano altre possibilità di uscire dalla condizione di indigenza in cui li aveva gettati la guerra civile. Con un grado di istruzione basso ma non inesistente, operai o piccoli commercianti che col regime di Saddam riuscivano a sbarcare il lunario, hanno visto nell’invasione americana la sciagura che ha trascinato il Paese nell’anarchia, mettendo in pericolo tutta la loro famiglia. Arruolarsi nell’Isis è stato contemporaneamente un modo per trovare un lavoro e per difendere i propri parenti. Ma una volta entrati nell’esercito di al Baghdadi, hanno scoperto una realtà che non si aspettavano. «Vivere nel califfato è terribile» ha raccontato ai ricercatori un giovane che ha preparato almeno 5 autobombe, «ma non sapevo cos’altro fare».

Chi sa cos’altro fare, invece, cerca di scappare. Un combattente ceceno c’è riuscito e ha raccontato la sua esperienza in un video molto pubblicizzato dall’Emirato del Caucaso, affiliato ad al Qaeda e intenzionato a screditare i rivali di Isis.

«Le reclute vengono usate semplicemente come carne da macello. Il comandante ti può mandare con tranquillità verso una morte senza senso, a combattere una battaglia persa, lo fa con la massima disinvoltura. Basti pensare a Kobane. Quando ci è stato chiaro che l’avevamo persa, ci hanno comunque mandato lì, un sacco di fratelli inviati a farsi massacrare giusto per farsi vedere dai media».

Conferma un altro ex jihadista intervistato da Your middle east.

«Ho visto parecchi combattenti stranieri che venivano infilati negli squadroni di kamikaze non perché erano “grandi e Dio li voleva”, come sostenevano i comandanti pubblicamente, ma perché erano inutili. Non parlavano arabo, non erano bravi a combattere, non avevano particolari abilità professionali». Erano buoni solo per morire.

Morti che camminano, dunque, che nel Califfato non trovano quel posto al sole a cui aspiravano. «L’addestramento militare è approssimativo», spiega ancora il ceceno su youtube. «dura al massimo tre mesi e poi ti buttano nella mischia. È per questo che c’è un sacco di gente che muore alla prima battaglia. Inoltre smembrano le famiglie. Cercano di convincere tua moglie a sposare un altro uomo e se si rifiuta la rinchiudono in un hangar insieme ad altre 20 donne con i bambini, al freddo e senza protezione».

La vita degli “eletti”, dunque, può essere un incubo. «Ci hanno insegnato a decapitare le persone», ha raccontato un jihadista alla rete Usa NBC, «Ma per me era terribile, non avevo mai nemmeno tirato il collo a un pollo. E poi ci hanno insegnato a buttare i gay e le donne adultere dalla cima dei palazzi. Io sono fuggito quando ho visto morire i miei amici sotto i bombardamenti. Sono arrivato alla saturazione, non mi reggevano più le gambe». Lui è stato fortunato, perché è riuscito a fuggire. Ma andarsene dallo Stato islamico è un’impresa difficilissima, sostiene il fuggitivo ceceno: «Ti prendono il passaporto e non te lo restituiscono. Non puoi viaggiare neanche tra le città del territorio controllato da Isis senza documenti. Una volta che sei entrato nello Stato Islamico non ne esci più»,

@ceciliatosi

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