Lo Stato Islamico cerca personale. Da esperti di esplosivi, a cuochi e perfino allenatori. Ma anche esperti di comunicazione e smanettoni del computer.


LEGGI ANCHE : Terrorismo, la rivincita di al Qaeda


Nel 2015 l’organizzazione terroristica più temuta del mondo si è impegnata a cercare qualcuno che la aiutasse a gestire la propria strategia mediatica, e sembra che qualche assunzione azzeccata l’abbia fatta, a giudicare dalla risonanza ottenuta dalle centinaia di video e messaggi che veicola su internet.

A parlare della necessità di nuove reclute, già la scorsa primavera, era apparso un certo Abu Sa’eed Al Britani, ex fruttivendolo inglese convertito alla causa jihadista. In un video dell’ormai collaudata serie Message of a mujahid il combattente britannico aveva fatto appello ai suoi connazionali per trovare esperti di comunicazione che aiutassero l’organizzazione. Tra gli obiettivi: fornire a tutti i militanti le giuste risposte ai dubbi ideologici e pratici che emergevano in battaglia. Dopo i media, secondo Al Britani, il problema era quello degli ospedali, c’era bisogno di medici esperti per controllare lo stato di salute dei “fratelli”, spesso resi disabili dai combattimenti. E poi le cucine: i luoghi dove si prepara il pasto ai jihadisti sono lontani dalle linee di combattimento – almeno 30 chilometri – e chi ancora non se la sente di andare in prima linea può impegnarsi qui, nelle retrovie. Per assicurarsi che non solo il cibo, ma anche le armi e l’equipaggiamento arrivino ai “soldati” in buono stato. Infine gli aspiranti colletti bianchi dei jihadisti possono anche prestare le proprie abilità meccaniche per supervisionare la flotta di furgoncini bianchi che servono ai militanti dello Stato Islamico per qualsiasi spostamento. "Essere un meccanico nel garage di Dawlah è un lavoro utile e pieno di soddisfazioni. Se conoscete la meccanica, lavorate per noi e potete assistere i mujahedin grazie alle vostre capacità".

Ma la fine del 2015 ha visto apparire un’altra emergenza tra i ranghi di Isis. La guerra non può più essere combattuta solo con gli ak47. Per quanto i metodi bellici più antichi, come le torture o la decapitazione, abbiano dato allo Stato Islamico la fama che i suoi vertici desideravano, oggi per mettere seriamente in difficoltà il nemico bisogna saper combattere anche la cyberguerra, quella degli attacchi informatici e del sabotaggio industriale. Servono, dunque, ingegneri e smanettoni, gente che sa usare le potenzialità della rete per mettere in ginocchio il sistema produttivo occidentale. Finora i jihadisti si sono limitati a fare i “disturbatori”, con pochi atti di vandalismo informatico. Quando hanno provato a entrare in qualche nodo della rete elettrica americana, ad esempio, non ci sonoriusciti. Ma ormai nei loro forum non si fa altro che parlare di attacchi al sistema nucleare e aereo. E di usare internet per creare il caos negli impianti di controllo di questi e altri settori. "L’apparato mediatico di al Qaeda si limitava a un furgoncino che girava per lo Yemen a distribuire video di propaganda", spiega l’esperto di terrorismo Alex Kassarer, "ma l’Isis ha rivoluzionato il modo di utilizzare il settore tecnologico, cercando di reclutare individui più giovani che sono cresciuti nell’era dei computer".

Il balzo in avanti è già evidente dalla presenza di un Desk d’assistenza informatica 24 ore su 24. Secondo quanto dice l’analista Aaron Brantly all’Nbc, "Sei persone sono impiegate in modo stabile per rispondere alle domande di chiunque riscontri problemi con la tecnologia, dai programmatori più esperti a chi sta semplicemente navigando nella ricerca di informazioni per impegnarsi nel jihad globale".

Il settore del reclutamento è senz’altro quello in cui i social media manager dell’Is hanno avuto più successo. La dinamica è sempre la stessa: un piccolo gruppo di attivisti si prodiga in attenzioni verso le potenziali reclute, creando micro comunità che mantengano un contatto costante e che incoraggino le persone a isolarsi dalle influenze di chi non ha scelto la strada del jihad. Poi passano alle comunicazioni private, individuano azioni che i soggetti potrebbero svolgere e gliele assegnano, dal semplice attivismo nei social media ai primi viaggi nel Califfato.

Se il soggetto è ritenuto ancora poco affidabile, ad esempio, viene indirizzato verso attacchi in stile “lupo solitario”, che non compromettano la reputazione dell’organizzazione.

I reclutatori hanno anche abilità di manipolazione psicologica, sapendo sfruttare le debolezze caratteriali e le difficoltà materiali incontrate da chi li contatta. Come ha raccontato di recente una donna giordana scappata dai territori controllati dallo Stato islamico. Il suo processo di reclutamento è durato 14 mesi. Per partire verso la Turchia, prima tappa del viaggio per il jihad, le è stata inviata una busta piena di contanti recapitata da una donna velata direttamente a casa sua. Lei, laureata in psicologia ma disoccupata, si sentiva fragile. Le hanno promesso lavoro e casa. Le hanno detto che contribuendo alla causa poteva finalmente essere importante per qualcuno. E lei è partita.

@ceciliatosi

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE