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Jihad e terrorismo sono due cose diverse. Noi siamo favorevoli al jihad, ma non al terrorismo, ha dichiarato di recente Tariq Anwar, il leader del Patito nazionalista del Congresso. Siamo in India, e i musulmani come Anwar da queste parti sono in una posizione sempre più delicata.


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L’obbligo di esporsi pubblicamente contro il terrorismo non è legato semplicemente alla stagione che stiamo vivendo in tutto il mondo e al crescente potere attrattivo di organizzazioni come lo Stato Islamico. In India dal 2014 c’è un governo nazionalista hindù che mette sotto stretto esame il comportamento dei 172 milioni di musulmani che vivono nel Paese. In termini relativi, non sono poi tantissimi, solo il 14 per cento della popolazione. Ma in termini assoluti sono grandi come una nazione, appena inferiore a quella pakistana (192 milioni di persone).

È questo il popolo che ha chiamato a raccolta il leader del Partito nazionalista del Congresso, che ha solo 41 seggi su 288 ed è l’ultimo dei sei partiti presenti in Parlamento ma è l’unico ad avere un leader musulmano. «Jihad e terrorismo sono due cose diverse, come due rive di un fiume che non si possono mai toccare», ha detto a metà febbraio Tariq Anwar aprendo a Mumbai la conferenza “Jihad contro il terrorismo” organizzata dl suo partito. Anwar si riferisce alla “piccola jihad”, quella a cui sono tenuti tutti i musulmani che vogliono restare retti, la lotta per «l’autocontrollo dei propri sensi e la purificazione del cuore».

Per il leader nazionalista il governo usa due pesi e due misure per gli atti violenti commessi da induisti e da musulmani. «Se sono i primi ad aggredire qualcuno», sostiene Anwar, «allora si tratta di “goondagiri”, insurrezione delinquenziale, se invece sono islamici, si tratta immediatamente di terrorismo».

L’allarmismo del governo indiano, in effetti, ha per obiettivo privilegiato gli estremisti di religione musulmana. E probabilmente continuerà ad averlo, grazie anche alle organizzazioni terroriste che alimentano l’odio religioso. E l’India è minacciata da almeno tre gruppi: al Qaeda, Isis, e i guerriglieri del Kashmir. La prima si è da poco data una nuova organizzazione “regionalizzata”, creando la branca di al-Qaeda nel Subcontinente Indiano (Aqis) che mette sotto lo stesso ombrello le pericolose cellule afgane e pakistane con quelle indiane e bengalesi. Sembra addirittura che il nuovo leader di Aqis, Sanaul Haq, provenga dall’Uttar Pradesh, stato settentrionale dell’India.
Poi c’è lo Stato Islamico, che non ha ancora attecchito nel Paese, ma che si impegna anche qua nel reclutamento, come testimoniano i 94 siti jihadisti chiusi dalla polizia di Nuova Delhi nel 2015. I miliziani di Isis sostengono che l’India, insieme a Pakistan, Bangladesh e parte dell’Iran, faccia parte della provincia islamica del Khorasan, che presto o tardi dovrà entrare a far parte del Califfato.
Ma i più forti di tutti, per ora, sono gli islamisti del Kashmir, che combattono con l’India per uno scopo nazionalista, più che religioso: l’indipendenza della loro regione, contesa da sessant’anni con il Pakistan. I terroristi kashmiri di Jaish-e-Mohammed, ad esempio, sarebbero gli autori dell’attentato di Pathankot, avvenuto questo febbraio. La base aerea indiana, posizionata sul confine con il Pakistan, è stata attaccata da uomini pesantemente armati che se ne sono impadroniti, combattendo per tre giorni e tre notti prima di farsi uccidere dalle forze militari di Delhi.

Non è facile, dunque, per i musulmani indiani professare con zelo la loro religione senza essere sospettati di simpatie terroriste. Anche se 1000 leader islamici hanno emesso una fatwa “collettiva” contro i comportamenti «disumani» dell’Isis e se anche i Mujahideen del Kerala (Knm) hanno lanciato una campagna sui social network contro l’ideologia del Califfato, il ministro dell’Interno alimenta i timori della popolazione parlando di potere carismatico dello Stato Islamico e citando cifre in verità irrisorie: 17 giovani indiani che avrebbero viaggiato in Siria per unirsi al Califfato. Il terrorismo globale, slegato da questioni nazionali, è da 15 anni il vessillo preferito per le politiche securitarie di tutti i governi di destra. Oggi anche di quello indiano.

@ceciliatosi

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