An image depicting Osama Bin Laden and guerrillas leader Ernesto "Che" is seen at the back of a passenger bus in the outskirts of La Paz, February 21, 2008. The words read "No, contenders". REUTERS/David Mercado (BOLIVIA)

È l’unico continente dove al Baghdadi non mira ad estendere il suo califfato, eppure anche in America del Sud ci sarebbe il pericolo terrorismo islamico. O almeno questo è l’allarme lanciato dalle organizzazioni conservatrici Usa dopo l’attentato di San Bernardino, quello in cui una coppia di origini pakistane ha ucciso 14 dipendenti di un centro californiano per disabili. La destra americana sottolinea oggi che tutto il territorio federale è in pericolo e che i terroristi possono arrivare da qualunque latitudine. Anche dall’America Latina, dove risiedono 4 milioni di musulmani, di cui metà concentrati in Brasile e Argentina. Tra di loro non mancherebbero i fiancheggiatori dei fondamentalisti, pronti a fornire una rete di sostegno agli attentatori che vogliono attraversare il confine con gli Stati Uniti e colpirne il cuore.


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I radicali sarebbero attivi in quella che viene chiamata Triple Frontera, l’area dove si incrociano i confini di Argentina, Brasile e Paraguay e dove notoriamente prosperano affari illegali come traffico di droga e riciclaggio di denaro sporco. È qui che secondo il Miami Herald si sarebbero formate alleanze tra fondamentalisti islamici e gruppi come le Farc colombiane e i Los Zetas messicani. È da qui che partirebbero ingenti finanziamenti alle organizzazioni jihadiste che minacciano l’America.

È vero che a Ciudad del Este, sul lato paraguayano della Triple Frontera, c’è un’alta concentrazione di commercianti di origine libanese, emigrati soprattutto negli anni ‘70 e ‘80. Ed è vero che da qui ogni anno partono 100 milioni di dollari destinati a quella che gli Usa considerano una delle più importanti organizzazioni terroristiche del Medio Oriente: gli Hezbollah libanesi. Ma il Partito di Dio non ha niente a che fare con gli attentatori di San Bernardino, anzi. Chi attacca oggi gli Stati Uniti sono i cosiddetti jihadisti affiliati allo Stato Islamico o ad al Qaeda, entrambe organizzazioni nemiche di Hezbollah. In Siria, infatti, i guerriglieri libanesi combattono a fianco del regime e contro tutti i fronti ribelli, sia l’Esercito della conquista – una galassia di gruppi tra cui le brigate qaedista di al Nusra – sia Isis. Per associare i militanti del Partito di Dio al Califfato di al Baghdadi bisognerebbe dimostrare che il fronte sciita – formato da Teheran e Damasco e sostenuto da Hezbollah – ha volutamente lasciato crescere lo Stato Islamico per convincere gli occidentali che il presidente Assad era l’unico baluardo rimasto contro il fondamentalismo. Ma nonostante sia evidente una certa tolleranza del regime di Damasco di fronte all’espansione di Isis ai danni degli altri gruppi ribelli, non è assolutamente dimostrabile che tra i due nemici ci siano legami economici e funzionali. E paragonare gli sciiti di Hezbollah ai sunniti di Isis è una forzatura che neanche i più complottisti possono arrivare a fare.

Eppure è sempre il Partito di Dio ad essere stato preso di mira dai conservatori Usa in Venezuela, dove l’odiato regime di Hugo Chavez è stato accusato molte volte di aver stretto legami troppo forti con il regime iraniano, fino ad aver fornito basi e finanziamenti agli alleati libanesi di Teheran. Heritage Foundation si è lamentato fino all’altroieri della scarsa reattività americana nei confronti di Caracas, dove l’Iran ha aperto più di 80 centri culturali per promuovere l’islam sciita. E ha ricordato anche l’inchiesta della giornalista Andreina Flores, che citava una dipendente dell’ambasciata venezuelana a Baghdad per denunciare l’emissione di falsi passaporti venezuelani a cittadini iracheni e pachistani.

Oggi, però, il Venezuela sembra aver ripudiato Hugo Chavez e risposto agli appelli di Washington: alle elezioni del 6 dicembre l’opposizione di Unità democratica ha doppiato i chavisti e conquistato l’Assemblea nazionale. Con la destra al potere a Caracas i conservatori Usa dovranno smetterla di additare i venezuelani come fiancheggiatori del terrorismo e trovare un altro Stato canaglia. Ad esempio il Messico.

Già tre mesi fa, infatti, l’organizzazione conservatrice Judicial Watch ha lanciato l’allarme sui vicini del Sud: gruppi terroristici islamici opererebbero a Ciudad Juarez per pianificare attacchi negli Usa tramite esplosivi artigianali. Sarebbero pronti a entrare in Texas con l’aiuto dei cartelli della droga e poi distribuirsi nel resto del Paese.

I progressisti, però, sono scettici e parlano di allarmi non giustificati, ma non negano che il pericolo fondamentalismo minacci anche l’America Latina. D’altronde è lo stesso Generale Kelly, a capo del Comando meridionale Usa, ad aver riferito al Congresso che almeno 100 cittadini dei Caraibi hanno raggiunto Siria e Iraq per unirsi allo Stato Islamico e ricevere il conseguente addestramento. Le isole del Centramerica sono già state sotto i riflettori quest’estate, quando i siti di Giamaica e di St. Vincent & the Grenadines sono stati hackerati e oscurati da immagini propagandistiche dell’Isis. E oggi alcuni arcipelaghi – Guadulupe, Martinica e tutti i territori francesi – rispettano lo Stato d’emergenza proclamato dalla madrepatria. Il Califfato resta lontano dal Sudamerica, ma comincia a parlare spagnolo.

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