Arabia Saudita, poi Kuwait. Sono gli Stati del Golfo gli ultimi teatri degli attacchi dello Stato Islamico, che tra maggio e giugno ha lanciato almeno tre kamikaze contro le moschee sciite di questi Paesi, causando decine e decine di morti. Secondo i sostenitori della teoria che vede nei jihadisti una pedina nelle mani dell’Arabia Saudita, che sostiene la superiorità sunnita con l’obiettivo di schiacciare l’Iran, questi attacchi sarebbero influenzati dalla propaganda wahabita che arriva dal Golfo, soprattutto dai proclami lanciati attraverso i canali satellitari Wesal tv e Safa tv.

An Iraqi fighter from the Shiite Muslim Al-Abbas popular mobilization unit. Photo credits www.businessinsider.com

Ma se è vero che al Baghdadi insegue il sogno di un califfato più ampio, che realizzi la volontà del profeta di costruire un’unica casa per tutti i musulmani, anche i Paesi del Golfo rientrano nelle mire espansionistiche dello Stato Islamico. L’obiettivo dei recenti attacchi, dunque, non sarebbe la comunità sciita, ma i governi di Arabia Saudita e Kuwait, che si dimostrano incapaci di difendere i loro cittadini.


LEGGI ANCHE : Iran e Arabia Saudita: la lunga storia della costruzione del nemico


I terroristi sono residenti degli Stati del golfo che non hanno bisogno di visto e che hanno la fedina penale completamente pulita. Sono stati conquistati dalla propaganda per cui il califfato riscatterà la vita da subordinati che hanno sempre vissuto. Secondo la dottrina professata dallo stato islamico, o si aderisce allo stato islamico o si è nemici, non c’è una terza categoria di musulmani – i sunniti sauditi o di qualsiasi altro paese – che può essere considerata alleata.

In quest’ottica, pur di rovesciare i governi dei Paesi musulmani sarebbe ben vista la formazione di gruppi armati sciiti, in reazione agli assalti di Is. In Iraq esiste già la Popular mobilization unit e in Arabia Saudita gli sceicchi Abdul Karim al-Hubail e Taher al-Shamimidi Qatif hanno invocato la formazione di forze popolari di protezione, suscitando l’ira del ministro dell’Interno Mohammed bin Nayef che ha ricordato come nessuno possa assumersi responsabilità che sono dello Stato.

L’ira dei sauditi è alimentata anche dalla tragedia dello Yemen, dove Riad è intervenuta per contrastare i ribelli Houti – di fede sciita – e restituire la poltrona al presidente destituito Abd Rabbu Mansour Hadi. Ma nel caos che ha travolto il più povero dei Paesi musulmani, hanno trovato terra fertile i jihadisti, sia quelli di al Qaeda che quelli dello Stato Islamico. I primi, già presenti e molto forti in Yemen da prima dello scoppio della guerra siriana, hanno conquistato nuove porzioni di territorio. Mentre i militanti di Is sono riusciti a entrare per la prima volta nel Paese e ad esportare qui la loro attività terroristica, tanto che l’8 luglio hanno rivendicato il bombardamento di una moschea sciita nella capitale Sanaa. Il califfato sostiene così di aver compiuto una vendetta contro i miliziani Houti, ma è probabile che anche la semplice dimostrazione della loro presenza fosse un obiettivo strategico. Nell’attesa di capire chi l’avrà vinta tra al Qaeda, Stato Islamico e governo saudita, gli yemeniti restano abbandonati dalla comunità internazionale, che si limita a contare i morti: 1500 secondo le Nazioni Unite, 3000 secondo fonti locali. 

@ceciliatosi

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE