Photo credit southfront.org
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C’è chi si mette al servizio delle vittime della guerra in Siria e chi preferisce offrire i suoi servizi ai carnefici. I primi sono i Caschi bianchi, volontari siriani che assistono i civili nelle zone degli scontri e che in questi giorni si sono guadagnati un Oscar con un documentario dedicato a loro (“The White Helmets”).


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I secondi sono i combattenti di Malhama Tactical, la prima società di sicurezza privata al servizio dei jihadisti. Veri e propri contractor – o mercenari – che mettono a disposizione la propria esperienza per la formazione e l’addestramento dei miliziani che combattono in Siria. Principali clienti i fondamentalisti islamici di Jabath Fateh al Sham (ex Brigate al Nusra) e di Ahrar al Sham.

Non sono mujaheddin, volontari della guerra santa, che partono da lontano per raggiungere un sogno di califfato. Sono giovani dell’Asia centrale che hanno imparato a combattere nelle forze speciali russe e che ora si guadagnano la vita insegnando ad altri come lottare contro il regime di Assad in nome di Dio. Sì, perché i fondatori di Malhama Tactical sostengono che la loro sia una scelta ideologica, che aiutare gruppi armati ispirati all’islam sia il loro obiettivo morale, ma la realtà è che la compagnia non sposa nessuna causa, e all’interno della galassia jihadista si mette al servizio del miglior offerente. Quindi niente Califfato, dove i mujaheddin fanno tutto da soli, guardando all’esterno solo per attrarre aspiranti kamikaze. Il loro raggio d’azione non entra nello Stato Islamico, ma si limita ai ribelli anti regime che stanno giocando la loro battaglia contro la Russia, gli stessi che vengono corteggiati da potenze straniere e che in alcuni casi – come con Ahrar al Sham – potrebbero finire al tavolo di negoziato come controparte del regime di Damasco.

È lì che girano i soldi e le armi oggi, ed è lì che questo gruppo di circa una decina di giovani, guidati da un 24enne uzbeko dal nom-de-guerre di Abu Rofiq, si stanno guadagnando la pagnotta insegnando ai mujaheddin a usare lanciarazzi, liberare strutture occupate dal nemico, assalire in squadra un edificio. Le loro capacità di addestramento vengono pubblicizzate da video caricati su youtube e il loro “manager” è facile da contattare: l’account telegram di un certo Abdullah viene riportato sul loro profilo twitter, lo stesso dove a novembre hanno pubblicato un annuncio di lavoro per aspiranti mercenari. «Fratelli», recitava l’annuncio, «noi siamo qua! Il nostro gruppo ha bisogno di fratelli operatori di termocamera, tiratori che conoscano bene mitra Dragunov (SDV) e mitraglieri 16 millimetri, che dovranno istruire altri all’uso di questi strumenti, insciallah. Il nostro gruppo è costituito da emigranti e ausiliari (muhaijiereen e ansar, stessa accoppiata presente nel nome della brigata di foreign fighters che combatte a fianco dei qaidisti, ndr). Siamo un gruppo di fedayn e istruttori. Saremo contenti di lavorare insieme, il nostro è un gruppo allegro e amichevole, siamo con Jabhat Fateh Sham. Previsto un giorno a settimana di riposo».

L’allegria che permea il luogo di lavoro è sottolineata dalle facce sorridenti, a volte nascoste da una sciarpa, a volte no, di chi si fa fotografare armato di tutto punto per sponsorizzare la Malhama tactical sui social network. Sono loro gli amici che aspettano le nuove reclute e che si rivolgono a cittadini dei Paesi ex sovietici, visto che parlano russo nei video e scrivono in cirillico i loro post, con l’inserimento di parole arabe utili a ingraziarsi il cliente (insciallah, fedayn, etc).

Ma se lo scopo dei combattenti è ultraterreno, non si può dire altrettanto di quello dei contractor. L’obiettivo è il profitto e chi li assume sa che dovrà investire somme consistente: i lanciarazzi con cui si addestrano, ad esempio, costano come minimo 800 dollari l’uno. Ma Malhama tactical è composta da “professionisti”, come hanno raccontato alcuni testimoni a Foreign Policy. Professionisti che sanno anche come curare il brand delle formazioni armate, fornendole delle armi giuste ma soprattutto di accessori – come gilet porta proiettili e impugnature per i fucili – che pare vadano a ruba.

Con i mercenari dell’Uzbekistan si chiude il cerchio dei russofoni in Siria, dove ormai la lingua slava sembra più diffusa dell’arabo. Parlano russo i comandanti mandati dal Cremlino a guidare la rimonta dell’esercito di Assad e parlano russo i soldati ceceni inviati da Putin sul terreno. Parlano russo 4700 foreign fighter arrivati per combattere contro il regime e arruolati sia nelle ex Brigate al Nusra che tra i ranghi del Califfato. E ora parlano russo anche i contractor, addestrati nei reparti speciali delle stesse forze armate che adesso contribuiscono a combattere. La grammatica della guerra siriana ha definitivamente cambiato lingua. 

@ceciliatosi 

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