Damascus, Syria. A boy poses while showing one of the fake U.S. 100 dollar banknotes depicting Islamic State's leader Abu Bakr al-Baghdadi (L) and al-Nusra Front's leader Abu Mohammed al-Joulani (R). December 27, 2015. REUTERS/Bassam Khabieh

Al Qaida ha contrastato la creazione di un Califfato perché secondo Bin Laden non poteva esistere un regno per i musulmani fino alla liberazione di tutte le loro terre, ma adesso sembrano pronti a costruire un Emirato. Anzi, più di uno. Come i loro colleghi di Isis, i militanti di al Qaida stanno discutendo della possibilità di creare Stati “in franchising”, lontani tra di loro, amministrativamente autonomi, ma tutti fedeli all’organizzazione centrale creata da Bin Laden, con sede in Pakistan.


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Se ne parla da quando è stata diffusa una dichiarazione audio del loro capo Ayman al-Zawahiri, un’affermazione in cui si benedice la creazione di un territorio amministrato da al Qaeda in Siria, nei territori controllati dalle Brigate al Nusra.

Dunque al Califfato di Isis si contrapporrebbe l’emirato di al Qaida? Non è così semplice, specie in un’area balcanizzata come quella siro-irachena, dove gli ostacoli all’instaurazione di un feudo criminal-mafioso sono parecchi. Innanzitutto gli affiliati di al Qaida che combattono in questo quadrante sarebbero tra i 5 e i 10mila, meno della metà di quelli che militano nello Stato Islamico. E poi all’interno delle stesse Brigate al Nusra ci sono correnti e sottogruppi che non sempre sono d’accordo tra loro.

E anche sulla decisione di creare un Emirato, c’è una notevole spaccatura. C’è chi è contrario e non vuole creare uno “Stato” che prenda le distanze dalle autorità locali, perché ritiene di dover restare ancorato al territorio e pensare prima di tutto a sconfiggere il presidente Assad, anche scendendo a patti con altri gruppi di ribelli. E c’è chi è favorevole, perché vorrebbe il pieno rispetto dell’ortodossia e la cancellazione delle alleanze con i gruppi che non hanno giurato fedeltà ad al Qaida. Di questa seconda fazione fanno parte i veterani del jihad che sarebbero arrivati proprio in queste ultime settimane in Siria da Pakistan e Afghanistan, come il terzo cugino di Bin Laden Salafi al Nasri e una figura molto rispettata come Abu Ali al Qasimi. Sarebbero loro, insieme ad alcuni comandanti di al Nusra, ad aver organizzato una nuova offensiva a sud di Aleppo, dopo aver deciso di far ripartire la storia di al Qaida proprio lì dove alcune profezie narrano che ci sarò un’apocalittica battaglia tra guerriglieri santi e infedeli. Già da gennaio di quest’anno il leader delle Brigate Abu Mohammed al Jalani sembra impegnato in questa causa: avrebbe rifiutato di fondersi con altre organizzazioni jihadiste per limitari all’alleanza con piccoli gruppi già coinvolti nel progetto della costituzione di un Emirato.

Eppure lo stesso al Zawahiri nel 2014 aveva ordinato ai militanti di differenziarsi da Isis proprio costruendo un rapporto più stretto con la popolazione, una collaborazione dalla quale era nata l’Amministrazione dei distretti liberati a nord di Idlib. Ma anche qui pare che un veterano di al Qaida, Abu Julayb, sia arrivato per imporre regole più ferree, provocando la protesta di molti cittadini e mettendo a rischio la convivenza con tutti quei siriani non fondamentalisti con cui finora l’organizzazione era riuscita a scendere a patti.

È probabile che a stessa al Qaida sia vittima di forti scosse di assestamento, necessarie per riportare all’equilibrio un’organizzazione messa in seria crisi da Isis ma poi risorta proprio pubblicizzandosi come un movimento jihadista più “allineato” con la vita quotidiana dei fedeli e più comprensivo delle peculiarità locali.

D’altronde, è nel dna di al Qaida il legame con il territorio, come dimostra il fatto che un Emirato di quest’organizzazione esiste già, e si trova proprio lì dove è nata: in Afghanistan. Qui i Talebani dichiarano di controllare 34 distretti su 400, ovvero circa il 10 per cento della nazione afgana. E anche se molte di queste zone in realtà sono contestate, la loro capacità di tenere sotto controllo da decenni alcune aree è sotto gli occhi di tutti. In queste regioni i Talebani, il primo tra tutti i gruppi jihadisti ad affiliarsi ad al Qaida, sostengono di aver raccolto l’eredità dell’Emirato di Afghanistan e di aver creato un’amministrazione molto più efficiente di quella del governo. Il leader del loro “Stato” è Akhtar Mansour, apertamente in conflitto con i gruppi afgani che si stanno affiliando a Isis, come si evince da una lettera che ha indirizzato a metà 2015 ad Abu Bakr al Baghdadi, in cui sosteneva che lo Stato Islamico influenzasse negativamente i progressi fatti dai Talebani moltiplicando le forze che si proclamavano titolari del jihad. La sua, però, non era una minaccia, ma un atto diplomatico degno di un capo di Stato: Mansour chiedeva a Baghdadi, in nome delle fratellanza religiosa, di accettare la sua richiesta di non interferire negli affari dei Talebani.

Ulteriore prova che i territori afgani sotto il controllo di al Qaida vengono gestiti come uno Stato-mafia è la notizia diffusa da Afp su una riunione de leader dell’organizzazione a Quetta, in Pakistan, in cui si sarebbero incontrati con i rappresentanti di quattro compagnie di telefoni mobili per stabilire con loro l’importo di una nuova tassa “di protezione” – da pagare in cambio della promessa di non distruggere le loro strutture. Intervistato da Afp, l’analista di IHS Omar Hamid ha dichiarato che questa è una delle tante misure che: « riflettono l’intento dei Talebani di trasformarsi da un gruppo di insorti ad un vero governo parallelo». Sono i funzionari dell’emirato, ad esempio, ad acquistare dai contadini quella che è la risorsa più remunerativa del Paese: l’oppio. Rivendendo questa materia prima nel mercato della droga, i Talebani guadagnerebbero tra i 100 e i 300 milioni l’anno.

E sono sempre i dirigenti scelti dall’Emiro Muhammad Mansoor che vengono invitati – senza successo – a partecipare al gruppo di coordinamento quadrilaterale formato dai governi di Afghanistan, Pakistan, Cina e Usa. D’altronde l’Emirato ha aperto anche una sua rappresentanza internazionale a Doha, dove incontrano diplomatici d’alto livello non solo di Paesi musulmani, ma anche delle Nazioni Unite.

Se poi aggiungiamo ai gruppi armati asiatici quelli africani, la cui identità locale viene certamente prima di quella transnazionale ma che hanno ritenuto conveniente affiliarsi ad Isis, c’è almeno un altro territorio che somiglia molto a un Emirato: quello degli Shabaab in Somalia. I guerriglieri del Corno d’Africa in qualche caso non sono malvisti dalla popolazione locale, stremata da decenni di guerra, anche se hanno imposto in tutte le loro province una versione molto rigida della Sharia e relative Corti islamiche. Ma di recente i militanti di Shabaab hanno adottato una strategia più violenta e punitiva nei confronti dei locali e lo hanno fatto, come è avvenuto in Siria, per sfidare i i militanti dello Stato islamico, sbarcati in Somalia per fare proseliti a suon di lapidazioni e amputazioni.

Anche qui, dunque, l’Emirato è costretto a confrontarti con i sostenitori del Califfo, che sempre di più sembrano plasmare anche la politica di al Qaida e dei suoi affiliati. 

@ceciliatosi

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